La provincia non si svuota, ma dentro la provincia cambia tutto
La prima sorpresa arriva guardando il numero complessivo. Al censimento del 2001 la provincia di Grosseto contava 211.086 residenti. Alla fine del 2024 erano poco più di 215mila. Vista così, la grande emergenza demografica sembrerebbe quasi non esistere, ma la media provinciale nasconde tutto.
Perché mentre Grosseto capoluogo è cresciuto, passando dai 71.263 abitanti del 2001 agli oltre 81mila di oggi, una parte della provincia ha seguito la direzione opposta.
E basta spostarsi verso l’interno perché la fotografia cambi. Dal 2001 al 2024 Castell’Azzara è passata da 1.826 a 1.262 residenti: 564 persone in meno, quasi il 31% della popolazione. Roccalbegna ne ha persi circa il 26%. Sorano e Semproniano oltre il 23%.
Significa che nell’arco di poco più di vent’anni, in alcuni paesi, quasi una persona su quattro è scomparsa dalla fotografia. Non è successo ovunque, ed è proprio questa differenza a raccontare la storia.
Cinquant’anni fa alcuni di questi paesi erano grandi il doppio
Se allarghiamo lo sguardo al 1971, il cambiamento diventa ancora più evidente. Secondo le elaborazioni regionali sui dati demografici, tra il 1971 e il 2021 Montieri ha perso il 55,77% dei residenti. Più di uno su due. Roccalbegna ha perso il 47,82%, Castell’Azzara il 46,17%, Seggiano oltre il 34%. Cinigiano sfiora il -30%, Santa Fiora supera il -27%.
Ma nello stesso mezzo secolo Grosseto è cresciuto del 25,63%, Follonica del 28,04% e Scarlino del 48,08%. È come se nello stesso territorio avessero convissuto due movimenti opposti.
Le persone si sono concentrate maggiormente nel capoluogo, sulla costa e nei centri capaci di offrire lavoro e servizi, mentre una parte dell’entroterra si restringeva.
La provincia, vista dall’alto, poteva quindi sembrare stabile. Ma gli abitanti avevano cambiato posto.
Quando scompaiono 100 abitanti, non scompaiono soltanto 100 persone
È qui che il dato demografico diventa un fatto sociale. Perdere popolazione non significa semplicemente vedere diminuire un numero sul cartello all’ingresso del paese. Conta chi se ne va, chi muore, chi non nasce e chi arriva.
Un paese che perde cento ventenni non è lo stesso paese che perde cento ottantenni. Un Comune nel quale arrivano cinquanta famiglie con bambini cambia in maniera diversa da uno nel quale arrivano cinquanta pensionati. E in Maremma la trasformazione più impressionante riguarda proprio le età.
La provincia di Grosseto ha oggi un’età media vicina ai 50 anni. L’indice di vecchiaia nel 2024 era 292,4: significa quasi 293 persone sopra i 65 anni ogni 100 ragazzi sotto i 15.
La media toscana era 242,5, quella italiana 207,7. Grosseto è dunque fra i territori più anziani della Toscana, ma anche questa media diventa quasi rassicurante quando entriamo in alcuni piccoli Comuni.
A Castell’Azzara ci sono cinque anziani per ogni bambino e ragazzo
A Castell’Azzara gli under 15 sono ormai circa 95. Gli ultrasessantacinquenni sono 515. Vuol dire oltre cinque anziani per ogni bambino o ragazzo sotto i 15 anni.
A Sorano gli under 15 sono circa 212, contro 1.115 over 65. Anche qui il rapporto supera cinque a uno. A Roccalbegna i ragazzi sotto i 15 anni sono circa 69, mentre gli anziani sono quasi 300.
Sono numeri che spiegano molto più di qualsiasi definizione tecnica. Spiegano perché una scuola rischia di non avere iscritti sufficienti, perché un medico diventa sempre più importante, perché aumenta il bisogno di assistenza domiciliare, perché un negozio che chiude può non trovare qualcuno disposto a riaprirlo e soprattutto spiegano perché lo spopolamento tende ad alimentare se stesso.
Meno giovani significa meno possibili genitori. Meno genitori significa meno bambini. Meno bambini rendono più fragile la scuola. Meno servizi rendono più difficile convincere una nuova famiglia a stabilirsi lì.
Nel paese dove in un anno sono nati soltanto due bambini
A Roccalbegna nel 2024 risultano due nascite e 19 morti. A Semproniano i nati sono stati due e i morti 16. A Santa Fiora cinque contro 50. A Pitigliano 14 contro 66. Non significa che la popolazione diminuisca automaticamente della differenza tra i due numeri: ci sono persone che arrivano e persone che se ne vanno, ma significa che il ricambio naturale della popolazione si è quasi spezzato.
E dietro quei numeri c’è qualcosa che non compare nelle statistiche.
Una culla che non arriva è anche un bambino che fra tre anni non entrerà alla scuola dell’infanzia, fra sei non sarà alle elementari e fra quattordici non frequenterà le superiori. La demografia anticipa quello che accadrà ai servizi molti anni dopo.
A pochi chilometri c’è un paese dove i bambini sono aumentati
Poi c’è Castel del Piano. Ed è qui che la storia smette definitivamente di essere quella semplice dei paesi di montagna destinati a svuotarsi. Nel 2002 Castel del Piano aveva circa 4.321 abitanti e 486 ragazzi sotto i 15 anni. Oggi i residenti sono circa 4.800 e gli under 15 circa 575. In poco più di vent’anni i bambini e ragazzi sono quindi aumentati di oltre il 18%.
A poche decine di chilometri, nello stesso periodo, Sorano ne ha persi circa il 40%, Roccalbegna quasi il 30%.
La montagna, dunque, non basta a spiegare tutto.
Bisogna aggiungere altre parole. Lavoro. Casa. Strade. Servizi. Immigrazione.
Il lavoro è a Montalcino, la casa sull’Amiata
Sindaci e amministratori di Arcidosso e Castel del Piano raccontano da tempo un fenomeno diventato ormai strutturale. Una parte dei lavoratori stranieri che abitano nei due Comuni lavora nelle vigne della vicina Montalcino. La ragione non è soltanto la distanza relativamente contenuta. C’è anche la casa.
In uno dei territori vinicoli più conosciuti al mondo trovare un’abitazione a un prezzo compatibile con i salari agricoli può essere difficile. Sull’Amiata il mercato è diverso. Così una famiglia può vivere ad Arcidosso, mandare qui i figli a scuola e avere uno o entrambi i genitori che ogni mattina raggiungono Montalcino.
La testimonianza degli amministratori trova un riscontro importante nell’attività della Flai Cgil, che ha seguito proprio i flussi dei lavoratori agricoli da Arcidosso verso Montalcino e altre zone di produzione.
Il Brunello nasce a Montalcino, ma una parte delle persone che contribuiscono a produrlo vive sull’Amiata. È un piccolo esempio di quanto siano diventati insufficienti i confini comunali per capire come funziona davvero un territorio.
Vigne, boschi e castagni: è cambiata anche la geografia del lavoro
Montalcino è soltanto una parte della storia. Sull’Amiata il lavoro straniero è presente nell’agricoltura, negli oliveti e nel bosco. La montagna conserva una vasta economia forestale e la filiera della castagna coinvolge Arcidosso, Castel del Piano, Santa Fiora, Seggiano e porzioni di Cinigiano e Roccalbegna.
Così il movimento quotidiano non è più necessariamente quello tradizionale dal piccolo paese verso Grosseto.
Ci si muove in tutte le direzioni. Verso Montalcino per le vigne, verso i boschi per il taglio della legna, verso i castagneti durante la stagione, verso altri Comuni per l’edilizia, l’assistenza e i servizi. In sostanza Il luogo dove si abita e quello dove si lavora coincidono sempre meno.
Gli stranieri hanno cambiato la piramide della popolazione
Qui arriviamo a uno dei dati più importanti dell’intera fotografia. Nella provincia di Grosseto l’indice di vecchiaia della popolazione italiana è circa 332. Tra i cittadini stranieri è appena 69. Tradotto: tra gli italiani ci sono più di tre ultrasessantacinquenni per ogni ragazzo sotto i 15 anni. Tra gli stranieri, invece, i bambini e ragazzi sono più numerosi degli anziani.
È difficile trovare un numero che spieghi meglio quello che sta accadendo nelle scuole della Maremma interna.
In alcuni piccoli plessi la presenza di alunni di origine straniera raggiunge percentuali che sarebbero state impensabili una generazione fa. Non è un fenomeno separato dalla demografia. È la demografia.
Le famiglie arrivate dall’estero sono mediamente più giovani e hanno quindi un peso molto maggiore nelle fasce scolastiche rispetto alla loro percentuale sulla popolazione complessiva.
Straniero, però, non significa necessariamente immigrato
C’è un’altra cautela indispensabile. Le statistiche Istat misurano generalmente i cittadini stranieri, ma una persona arrivata vent’anni fa dal Marocco, dall’Albania o dalla Romania e diventata nel frattempo cittadina italiana non compare più in quella categoria. Così come i suoi figli possono essere italiani. Per questo il numero degli stranieri residenti non racconta da solo quanto l’immigrazione abbia trasformato un paese.
Ad Arcidosso, per esempio, le statistiche basate sulla cittadinanza collocano la popolazione straniera intorno a un quinto dei residenti. Ma amministratori locali indicano percentuali superiori quando descrivono la popolazione di origine straniera.
Sono due misure diverse e non devono essere confuse, ma proprio la differenza fra quei numeri racconta un fenomeno ulteriore: l’immigrazione non è più necessariamente qualcosa che “arriva”. In molti casi è già una parte stabile della comunità.
La scuola è il luogo dove il cambiamento si vede prima
Entrare in una classe significa vedere oggi quello che le statistiche provinciali mostreranno fra vent’anni. In alcuni piccoli centri dell’Amiata e delle Colline Metallifere gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano una parte molto importante degli iscritti. In altri paesi, invece, il problema principale è semplicemente riuscire ad avere abbastanza bambini.
È il paradosso delle aree interne. Dove mancano i bambini, ogni bambino conta molto di più.
Anche per questo discutere di immigrazione nei piccoli paesi utilizzando soltanto categorie nazionali rischia di non far capire ciò che succede davvero. Per una scuola con poche decine di iscritti, l’arrivo o la partenza di cinque famiglie può cambiare un’intera classe.
Non è però una favola sui migranti che «salvano i borghi»
Sarebbe troppo semplice. La stessa indagine sindacale che documenta la grande presenza di lavoratori stranieri nell’agricoltura amiatina nasce dalla necessità di contrastare sfruttamento, irregolarità e caporalato.
La Flai ha descritto anche imprese agricole che forniscono manodopera ad aziende situate in territori diversi e situazioni nelle quali lavoro, trasporto e abitazione finiscono per essere strettamente collegati. È l’altra faccia della trasformazione. Le persone che contribuiscono a rendere più giovane un paese possono essere contemporaneamente quelle che occupano le posizioni più fragili del suo mercato del lavoro.
Un paese può quindi resistere demograficamente e, nello stesso momento, scoprire nuove disuguaglianze.
Monterotondo Marittimo va nella direzione opposta
C’è infine un dato che impedisce qualsiasi conclusione fatalistica. Monterotondo Marittimo. Nel 2002 aveva circa 1.212 abitanti e 123 under 15. Oggi i residenti sono circa 1.270 e gli under 15 sono 165. Quindi i bambini e ragazzi sono aumentati di circa un terzo.
Nello stesso periodo gli over 65 sono leggermente diminuiti e l’indice di vecchiaia è sceso da circa 296 a poco più di 200.
Un piccolo Comune interno della stessa provincia sta quindi seguendo una traiettoria quasi opposta a quella di Castell’Azzara, Roccalbegna o Sorano. È la dimostrazione che la geografia non è un destino. E apre la domanda più interessante: cosa permette a un piccolo paese di resistere?
La distanza può decidere il futuro di un paese
La risposta non è una sola: il lavoro conta, conta trovare una casa, conta avere una scuola, conta raggiungere un ospedale, conta poter prendere un autobus e conta quanto tempo serve per arrivare al posto di lavoro.
È per questo che le politiche per le aree interne misurano anche la distanza dai servizi essenziali e distinguono i Comuni in poli, cintura, intermedi, periferici e ultraperiferici. In Maremma molti dei territori maggiormente colpiti dal declino demografico appartengono proprio alle categorie periferiche.
Non significa che la distanza provochi automaticamente lo spopolamento, ma significa che restare ha un costo. Un giovane può voler continuare a vivere nel paese nel quale è cresciuto. Poi deve trovare un lavoro. Una coppia può desiderare un figlio. Poi deve chiedersi dove sia il nido, dove sia la scuola e come organizzare ogni giorno gli spostamenti.
Una famiglia può trovare un appartamento economico. Poi deve capire quanto dista dal lavoro. Un anziano può voler rimanere nella propria casa. Poi aumenta il bisogno di assistenza e di cure. Sono decisioni private, ma quando migliaia di persone prendono quelle decisioni per venti o trent’anni, le scelte individuali diventano demografia.
Una Maremma più piccola, più vecchia. Ma anche più mescolata
Ed è forse questa la fotografia che i numeri non riescono a restituire da soli. Trent’anni fa molti di questi paesi avevano più bambini. La popolazione era più giovane e molto meno internazionale. Il lavoro aveva un’altra geografia.
Oggi una famiglia può abitare sull’Amiata perché lì ha trovato una casa, avere figli che parlano italiano con l’accento dei loro compagni e genitori nati a migliaia di chilometri di distanza che ogni mattina vanno a lavorare nelle vigne di Montalcino.
Accanto vivono anziani che hanno visto il proprio paese perdere centinaia di abitanti. E qualche chilometro più in là esiste un Comune dove in dodici mesi sono nati soltanto due bambini.
La Maremma interna non si è semplicemente svuotata. Si è ricomposta.
Ha perso abitanti e ne ha accolti di nuovi. Ha perso giovani ed è invecchiata. Ha visto diminuire le nascite e contemporaneamente entrare nelle scuole bambini le cui famiglie arrivano da altri Paesi. Ha separato sempre più il luogo nel quale si vive da quello nel quale si lavora. E soprattutto non è cambiata nello stesso modo dappertutto.
Ci sono paesi che in mezzo secolo hanno perso quasi metà della popolazione, altri che hanno smesso di perdere, altri ancora nei quali i bambini sono aumentati.
Capire perché è probabilmente più importante che stabilire semplicemente chi è primo nella classifica dello spopolamento. Perché dietro ogni curva di un grafico ci sono migliaia di decisioni: partire, restare, avere un figlio, cercare lavoro, cambiare Paese, trovare una casa, mandare un bambino a scuola, tornare oppure non tornare più.
Sommandole per una generazione, quelle decisioni hanno ridisegnato la Maremma. E il paese che ne è uscito non è semplicemente più piccolo. È un paese diverso.
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