In Spagna le proteste per la casa e un salario degno hanno portato ad una crisi di governo e a nuove elezioni. Lo scivolamento in basso del ceto medio e la quota molto elevata di persone che finiscono sotto la soglia di povertà assoluta sono un’emergenza che richiede approfondimento ed impegno sociale e politico. Provo a contribuire dalla prospettiva di una doppia esperienza: quella di membro della commissione di monitoraggio sulla povertà del ministero del Lavoro e di organizzatore e operatore di uno sportello di ascolto al Caravita a Roma presso una mensa per poveri e senza fissa dimora.
Guardando al problema da queste due prospettive ti accorgi che c’è un paradosso nel nostro welfare. Abbiamo misure contro la povertà, agevolazioni, bonus, servizi sociali, centri per l’impiego, CAF, ASL, piattaforme digitali e un Terzo settore straordinariamente vitale. Eppure accade continuamente che una persona abbia diritto a un sostegno e non riesca ad ottenerlo (per fare un esempio solo il 40% degli aventi diritto all’Assegno d’Inclusione lo chiedono). Non perché quel diritto non esista, ma perché tra il diritto scritto sulla carta e la sua effettiva fruizione c’è una distanza che per chi è fragile può diventare enorme.
Pensiamo a una persona anziana sola, a un migrante con difficoltà linguistiche, a un genitore solo, a chi vive una situazione di disagio psicologico, a una persona con scarsa alfabetizzazione digitale. Per ottenere ciò che gli spetta deve capire quale misura esiste, verificare i requisiti, procurarsi documenti, avere SPID o CIE, entrare in una piattaforma, compilare una domanda, rispettare una scadenza, prenotare un appuntamento, magari recarsi in più uffici. Ciascuno di questi passaggi, preso singolarmente, può sembrare banale. La loro somma può diventare una montagna.
Qui emerge uno dei punti ciechi del welfare contemporaneo. Abbiamo investito molto nella costruzione delle prestazioni e molto nella digitalizzazione delle procedure. Molto meno abbiamo investito nella relazione che consente alla persona fragile di attraversarle. Gli assistenti sociali svolgono un lavoro essenziale ma sono spesso sovraccarichi. I CAF possono risolvere problemi tecnici, ma non possono trasformarsi nel tutor personale di ogni cittadino. Il Terzo settore possiede prossimità e conoscenza dei territori, ma troppo spesso viene coinvolto in modo episodico. Tra questi mondi resta così uno spazio vuoto: manca chi si fa prossimo ed aiuta a fare il percorso.
È da questa constatazione che nasce l’idea degli accompagnatori di prossimità (o se volete operatori di prossimità).
Il nome può sembrare ambizioso, ma la funzione è molto concreta. Immaginiamo una rete di cittadini adeguatamente formati, volontari o operatori del Terzo settore, riconosciuti e coordinati dalle amministrazioni locali, ai quali i servizi possano affidare l’accompagnamento di persone in condizioni di particolare fragilità. L’angelo sociale ascolta, aiuta a mettere in ordine i bisogni, orienta tra i servizi disponibili, accompagna a un CAF, a una ASL o a uno sportello comunale, aiuta a superare una barriera digitale, ricorda un appuntamento, incoraggia la persona quando lo scoraggiamento rischia di farle interrompere il percorso.
La parola decisiva è però accompagnare. Non sostituire.
L’angelo sociale non deve compilare la vita degli altri. Non decide al loro posto, non diventa un tutore permanente, non sostituisce l’assistente sociale né le competenze professionali necessarie nei casi complessi. Si mette accanto alla persona affinché quella persona riesca progressivamente a fare da sé. La distinzione è fondamentale: la sostituzione può produrre dipendenza, mentre un buon accompagnamento deve puntare a produrre autonomia, fiducia e capacità di agire.
La povertà non è soltanto mancanza di denaro
Dietro questa proposta c’è una questione più generale. Per molto tempo abbiamo ragionato sulla povertà essenzialmente come insufficienza di reddito. Se manca una certa quantità di risorse, la soluzione sembra logicamente essere trasferire quella quantità di risorse. Il trasferimento monetario resta naturalmente indispensabile quando manca il reddito. Ma sappiamo ormai che le condizioni di fragilità sono quasi sempre multidimensionali. Al problema economico possono sommarsi isolamento, problemi di salute, bassa istruzione, difficoltà linguistiche e digitali, scarsa conoscenza dei propri diritti, sfiducia nelle istituzioni, perdita di autostima e soprattutto scoraggiamento.
Ed emerge così un paradosso: per utilizzare efficacemente una misura contro la povertà occorre spesso possedere proprio quel capitale di conoscenze, relazioni, capacità organizzative e fiducia che una lunga condizione di povertà tende progressivamente a consumare.
Le esperienze internazionali confermano che non si tratta soltanto di un’intuizione. I programmi cosiddetti di graduation, sviluppati originariamente da BRAC e successivamente studiati in diversi paesi anche dal nobel Abhijit Banerjee (che abbiamo avuto con noi al festival nazionale dell’economia civile due anni fa) e altri economisti dello sviluppo, hanno mostrato l’importanza di interventi multifattoriali. Non soltanto risorse materiali, ma formazione, sostegno, coaching e accompagnamento continuativo. Il principio che possiamo trarne non è quello di importare meccanicamente in Italia programmi costruiti per contesti molto diversi. È un altro: se la povertà è multidimensionale, anche il percorso per uscirne deve esserlo.
E la relazione può essere uno degli input decisivi del processo.
Non è difficile capirne il perché. Due persone possono avere esattamente le stesse informazioni davanti allo stesso portale. Una completa la procedura, l’altra abbandona. La differenza può essere determinata dalle competenze digitali, ma anche dalla paura di sbagliare, dalla difficoltà di comprendere il linguaggio amministrativo, da una precedente esperienza negativa con le istituzioni o semplicemente dalla mancanza di qualcuno a cui chiedere: “Sto facendo bene? E adesso che cosa devo fare?”.
Il welfare ha progressivamente digitalizzato l’informazione. Ma informazione e accompagnamento non sono la stessa cosa. Un link indica una strada. Una persona può aiutarti a percorrerla.
La relazione come infrastruttura
Qui l’idea degli accompagnatori di prossimità diventa una proposta di economia civile. Siamo abituati a considerare infrastrutture le strade, le reti elettriche, gli ospedali, le piattaforme informatiche. Dovremmo cominciare a capire che esistono anche infrastrutture relazionali. Fiducia, prossimità, cooperazione e capacità di accompagnamento non sono ornamenti sentimentali aggiunti alla macchina efficiente del welfare. Possono essere condizioni necessarie perché quella macchina funzioni.
Una misura sociale che non raggiunge la persona alla quale è destinata è inefficiente oltre che ingiusta. Un diritto che esiste ma che il cittadino fragile non riesce ad esercitare è un diritto incompiuto. Una piattaforma perfetta che una parte della popolazione non riesce ad utilizzare non ha risolto il problema: lo ha semplicemente spostato.
Gli accompagnatori di prossimità potrebbero perciò rendere il welfare contemporaneamente più umano e più efficiente. Potrebbero aumentare il take-up delle misure esistenti, ridurre gli abbandoni dei percorsi di inclusione, alleggerire una parte dell’attività di accompagnamento che oggi grava sui servizi sociali, prevenire l’aggravamento di alcune fragilità e ricostruire fiducia tra cittadini e istituzioni.
E proprio la fiducia è un effetto che non dovremmo sottovalutare. Una persona fragile che incontra soltanto una password sbagliata, una pratica respinta, un call center o una porta chiusa non distingue necessariamente tra il singolo problema amministrativo e lo Stato nel suo complesso. Può concludere semplicemente: “A loro di me non interessa nulla”. Quando invece qualcuno mandato, riconosciuto e sostenuto dalle istituzioni si mette al suo fianco, il messaggio cambia: la comunità si è accorta che esisti.
La prossimità diventa così anche un’infrastruttura democratica.
Ma chi fa l’angelo sociale?
Una proposta del genere deve naturalmente evitare due rischi opposti. Il primo sarebbe affidarsi a un volontariato spontaneo senza formazione, regole o responsabilità. Il secondo sarebbe burocratizzare l’angelo sociale fino a trasformarlo nell’ennesima figura professionale rinchiusa in una procedura.
Si potrebbe partire invece da un modello semplice. Un registro comunale o municipale degli accompagnatori di prossimità, accessibile dopo un percorso breve ma serio di formazione su welfare locale, diritti sociali, strumenti digitali, privacy, comunicazione e soprattutto limiti del proprio ruolo. Una cabina di regia che metta in rete servizi sociali, CAF, ASL, associazioni e realtà parrocchiali. Un sistema molto leggero di matching tra persone che chiedono accompagnamento e cittadini disponibili a offrirlo.
Il volontariato potrebbe restare il cuore del progetto, prevedendo rimborsi delle spese. Ma si potrebbe sperimentare anche un piccolo sistema di voucher o riconoscimento delle ore dedicate, soprattutto quando l’impegno diventa continuativo. E c’è un’altra possibilità che considero particolarmente interessante: certificare le competenze relazionali maturate. Ascolto, gestione delle difficoltà, empatia, capacità di motivare, problem solving, gestione dei conflitti e lavoro con persone diverse sono competenze decisive anche sul mercato del lavoro. Un giovane che dedica un anno ad accompagnare persone fragili non ha semplicemente “fatto volontariato”: ha costruito capitale umano e relazionale che la società dovrebbe imparare a riconoscere.
E imprese e fondazioni potrebbero contribuire alla formazione, agli strumenti digitali e all’infrastruttura organizzativa. Non come beneficenza episodica, ma come investimento nella coesione della comunità in cui operano.
Una politica che aiuta due persone, non una
C’è infine una dimensione degli accompagnatori di prossimità che mi interessa forse ancora di più.
Quando immaginiamo una politica contro la povertà pensiamo spontaneamente a un soggetto che dà e a un soggetto che riceve. Il primo possiede una risorsa; il secondo ne è privo. Ma questa descrizione rischia di essere troppo semplice.
Una persona può essere ricca di reddito e povera di relazioni, di tempo significativo, di occasioni nelle quali sentirsi utile. Un’altra può essere povera materialmente ma possedere una storia, un’esperienza, un patrimonio umano che può diventare un dono per chi le si avvicina. La relazione autentica cambia entrambi.
Gli studi sul benessere ci ricordano continuamente che la qualità delle relazioni, la generatività e il senso di essere utili agli altri hanno un ruolo fondamentale nella soddisfazione di vita. Jennifer Nedelsky ha insistito sul fatto che la cura non è semplicemente un costo o un peso da minimizzare: è anche una dimensione della realizzazione umana.
È forse questo il punto più radicale della proposta. Se riuscissimo idealmente ad avvicinare una persona che dispone di risorse ma cerca maggiore senso a una persona che attraversa una condizione di fragilità, potremmo scoprire che non c’è soltanto un beneficiario. Ce ne sono due.
Uno riceve orientamento, fiducia e possibilità concrete. L’altro riceve relazione, generatività e la possibilità di vedere che alcune ore del proprio tempo hanno modificato realmente la vita di un’altra persona.
Non è filantropia verticale. È reciprocità.
Da un’idea a una sperimentazione
Qualcosa, peraltro, ha già iniziato a muoversi. Dopo le prime riflessioni pubblicate su Avvenire, nel Municipio XII di Roma è nata una proposta per creare una rete municipale di Accompagnatori di prossimità: cittadini formati che possano essere attivati dai servizi sociali per accompagnare persone fragili presso CAF, ASL, uffici e altri servizi del territorio.
Trovo significativo che un’idea possa compiere questo percorso: nascere da una riflessione sul funzionamento del welfare, diventare discussione pubblica e infine trasformarsi in una proposta amministrativa concreta.
Naturalmente adesso arriva la parte più importante: sperimentare e misurare. Quante persone che prima rinunciavano riescono effettivamente ad accedere alle prestazioni? Quanti percorsi vengono completati? Diminuisce il carico improprio sui servizi sociali? Aumentano fiducia e autonomia delle persone accompagnate? E, aggiungerei, che cosa accade alla soddisfazione e al senso di vita degli stessi accompagnatori di prossimità?
Sono domande empiriche. Ed è giusto che una buona idea venga sottoposta alla prova dei risultati.
Ma c’è un’intuizione di fondo che merita di essere presa sul serio. Abbiamo costruito una società straordinariamente capace di produrre beni, informazioni, algoritmi e procedure. Continuiamo però ad avere enorme difficoltà a produrre prossimità. Forse perché la prossimità non si produce industrialmente. Richiede una persona, un’altra persona e del tempo.
Gli accompagnatori di prossimità non sono supereroi. Sono cittadini ordinari che decidono di rendersi straordinariamente prossimi a qualcuno. È illusorio pensare che ciascuno di noi possa salvare il mondo. Ma accompagnare una persona in un pezzo difficile della sua vita è un obiettivo molto più concreto. E può accadere che, mentre la accompagniamo, quella relazione renda un po’ più ricca anche la nostra.
Forse il welfare del futuro avrà sempre più algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale. È inevitabile e spesso auspicabile.
Ma ci sarà sempre un momento nel quale nessun algoritmo potrà sostituire completamente una persona che guarda un’altra persona e le dice:
“Non sei solo. Ti accompagno.”
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