La risata di Picone, il protocollo di Di Bella: cinema e magistratura contro il mito mafioso


In occasione di Garden in Movies 2026, nella cornice del parco botanico Radicepura di Giarre (CT), il comico e attore del celebre duo e il presidente del Tribunale per i minorenni di Catania hanno dato vita ad un dialogo che ha messo in connessione due mondi lontani, uniti tuttavia dalla volontà di scardinare gli stereotipi dell’epica criminale e mostrare alternative possibili. «Ci occupiamo di ciò che siamo e la mafia ne è parte. Eppure la Sicilia di vent’anni fa era peggiore di quella di oggi e quella di domani sarà migliore di quella di oggi»

Un comico, un magistrato e un giardino. Cosa hanno in comune? Sono le sei del pomeriggio e la luce calda di inizio autunno si addolcisce tra le piante di Radicepura, il parco botanico tra Etna e Jonio dove va in scena Garden in Movies, la rassegna cinematografica ideata e diretta da Ornella Sgroi. «Il giardino — introduce la giornalista — ci insegna la ricchezza delle contaminazioni». Un’immagine che si presta a diventare chiave di lettura dell’incontro. Qui, sulla Terrazza del Palmento, poco più di cinquant’anni fa si giravano scene de Il Padrino – Parte II. Oggi lo stesso luogo fa da cornice ad un innesto insolito, ospitando un’operazione opposta: lo sradicamento del mito mafioso. Da un lato Valentino Picone, l’attore palermitano in coppia con Salvo Ficarra che rovescia l’epica mafiosa con il guizzo dissacrante dell’ironia; dall’altro Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, che ne affronta le macerie tra le vite di ragazzi cresciuti in contesti in cui il crimine sembra l’unico alfabeto possibile. Due linguaggi distanti che interrogano società, sogni e libertà. In che modo?

BAFFI A FIAMMIFERO. «Chiedo scusa se c’è qualche mafioso in sala. Le ha scritte Salvo le cose contro la mafia, infatti lui non c’è», scherza Picone, prima di entrare nel merito di una scelta artistica che, dietro l’ironia, cela una seria presa di posizione. «Ci occupiamo di ciò che siamo e la mafia ne è parte. Eppure la Sicilia di vent’anni fa era peggiore di quella di oggi e quella di domani sarà migliore di quella di oggi. Siamo cambiati grazie a figure come Don Pino, Falcone e Borsellino ma — avverte l’attore — non dobbiamo dimenticare la vergogna dello stigma mafioso». E prestare cura ai modelli che veicoliamo. Interviene Di Bella: «Alcuni prodotti, ottimi dal punto di vista cinematografico, hanno effetti negativi sui più giovani, per cui vanno guidati. Ce ne accorgiamo da tatuaggi, tagli di capelli e movenze che replicano quelle dei personaggi più celebri». Dai successi più recenti la mente va al Marlon Brando del kolossal di Coppola che ha contribuito a rivestire il crimine di un’aura carismatica e monumentale. «È un film bellissimo — ammette Picone —,  ma la prima immagine da demolire è proprio quella». Anche perché la mafia nel frattempo non la riconosci più dal baffo a fiammifero. Il cinema deve quindi smettere di raccontarla? Il grande schermo può contribuire a una cultura della legalità pur restando fedele alla propria arte?

MICHAEL CORLEONE? NO, DON CICCIO. «Quando scopri che vita fanno i mafiosi — risponde Picone — pensi chi glielo faccia fare: nascosti, con la tachicardia, dipendenti da pillole. Mettendo le cose sulla bilancia, davvero non conviene». È lo stesso pensiero che sfiora lo spettatore di Nati stanchi, il primo lungometraggio del duo comico, in cui il boss Don Ciccio si rivela una figura patetica e insignificante che sogna una vita spensierata. Con la semplicità di una risata, i film del duo palermitano smontano riti e codici: i mafiosi de La matassa sono intrappolati in un valzer di pizzini (reso celebre dalle note di Buonvino). Ridicolizzare è un atto di demistificazione che il duo porta avanti anche in Incastrati. La comicità non alleggerisce il fenomeno criminale: ne mette a nudo l’assurdità. D’accordo il magistrato: «Non sono uomini d’onore. Sono dei vinti. Inseguono l’illusione del potere, delle donne e del denaro per poi finire in carcere o uccisi, condannando i figli a crescere senza padri». Dietro la facciata del rispetto si nascondono vite recluse ben prima che intervenga la legge. I mafiosi sono ridicoli: la loro vita è fatta di rinunce, paure, violenza. E non c’è niente di più serio che ridere (lo aveva già detto Pino Caruso) e deriderli. La risata ne svela la miseria e mette ordine in un mondo in cui, come racconta Di Bella, ci sono ragazzini che si tatuano i carabinieri sotto la pianta del piede per calpestarli. Ma un futuro diverso è possibile: questa possibilità, nata dall’esperienza giudiziaria, da luglio è legge.

INFILTRAZIONI CULTURALI. Si chiama “Liberi di scegliere” e nasce nel 2012 dal protocollo ideato da Di Bella quando era presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. «Le mafie comprimono i sogni»: non ha dubbi. “Liberi di scegliere” offre a minori e ai loro familiari la possibilità di interrompere la trasmissione di un destino tramite l’allontanamento territoriale. Una “infiltrazione culturale”, come l’ha definita, pensata per spezzare l’eredità della colpa. Una terza via che non costringa a scegliere tra la fedeltà alla famiglia e la collaborazione con la giustizia. A volte la richiesta giunge persino dalle celle del 41-bis: «Allontani mio figlio da quel maledetto quartiere: mi considera un mito, ma non lo sono. Lo aiuti». Da questa esperienza nel 2019 nasce un film diretto da Giacomo Campiotti alla cui sceneggiatura collabora lo stesso magistrato: «Volevo che raccontasse quello che vedevo: ragazzi in profonda sofferenza che ricorrono ad alcool e stupefacenti per affrontare i traumi infantili e tutto ciò che a loro è richiesto. Altro che miti. Una volta un ragazzo mi disse che a 5 anni doveva stare attento a non chiamare “papà” il proprio padre per non renderlo riconoscibile e rischiare di compromettere la famiglia». Questa prassi giudiziaria ha coinvolto finora oltre 200 minori e una trentina di donne tra Calabria e Sicilia.

Così, a Garden in Movies, mentre uno insegue la metafora e il sorriso e l’altra la concretezza dei fatti e della norma, cinema e magistratura convergono sulla stessa urgenza: liberare la Sicilia e il Meridione dagli stereotipi che ne imprigionano l’immaginario e restituire a chi cresce dentro quei modelli il diritto di scegliere di non appartenergli. Perché anche un destino, come un giardino, può essere coltivato diversamente e sprigionare profumi inediti.

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