Verona entra direttamente nel nuovo scontro nazionale sugli affitti brevi. Secondo le elaborazioni del Centro studi Federalberghi su dati Inside Airbnb, ad agosto 2026 nel capoluogo scaligero risultavano 3.840 annunci sulla piattaforma, un dato che colloca Verona all’undicesimo posto tra i Comuni italiani per numero di inserzioni, subito dopo Bari e davanti a San Michele al Tagliamento. A livello regionale, il Veneto raggiunge 39.823 annunci, settimo valore nazionale dopo Toscana, Lombardia, Sicilia, Lazio, Puglia e Sardegna. i numeri della shadow economy i numeri della shadow economy
Il dato veronese si inserisce in un mercato che, secondo Federalberghi, continua ad allargarsi rapidamente. In Italia ad agosto erano disponibili su Airbnb 571.982 annunci relativi ad alloggi, 38.587 in più rispetto allo stesso mese del 2025, pari a una crescita del 7,2%. Roma guida la classifica nazionale con 37.387 annunci, seguita da Milano con 26.610, Firenze con 13.902, Napoli con 11.497 e Venezia con 9.042. i numeri della shadow economy
È proprio a partire da questi numeri che Federalberghi torna all’attacco di quella che definisce “shadow economy” degli affitti brevi, mettendo in discussione alcune delle rappresentazioni più diffuse del fenomeno. Secondo l’associazione degli albergatori, più di due terzi degli annunci, il 67,5%, sarebbero pubblicati da soggetti che amministrano più alloggi, con casi estremi di profili che arrivano a gestirne oltre 15mila. Per Federalberghi, quindi, una parte consistente del mercato avrebbe ormai caratteristiche pienamente economiche e professionali, più che configurarsi come semplice integrazione occasionale del reddito familiare. i numeri della shadow economy
L’associazione evidenzia inoltre che l’81,8% degli annunci riguarda interi appartamenti, mentre il 57,6% degli alloggi sarebbe disponibile per oltre sei mesi all’anno. Da qui la contestazione dell’idea secondo cui le locazioni brevi sarebbero prevalentemente attività saltuarie o fondate sulla condivisione dell’abitazione con il proprietario. Federalberghi sostiene inoltre che il fenomeno si concentri soprattutto nelle grandi città e nelle principali destinazioni turistiche, cioè proprio nelle aree dove è già forte la presenza dell’offerta ricettiva tradizionale. i numeri della shadow economy
Un altro fronte riguarda sicurezza e regolarità degli annunci. Secondo le rilevazioni riportate nel documento, soltanto il 55,6% degli annunci Airbnb dichiarerebbe la presenza dell’estintore, mentre il kit di primo soccorso figurerebbe nel 39,9% dei casi e il rilevatore di fumo nel 33,1%. Federalberghi richiama inoltre l’obbligo del Codice identificativo nazionale, il CIN, rilevando che ad agosto 2026 84.324 annunci, pari al 14,7% del totale, ne sarebbero stati privi. A questi si aggiungerebbero 1.659 annunci dichiarati esenti, mentre secondo l’associazione soltanto 119 presenterebbero le condizioni indicate come compatibili con l’esenzione. i numeri della shadow economy i numeri della shadow economy
Federalberghi lega questi elementi anche a un tema di concorrenza tra le diverse forme di ricettività, sostenendo che eventuali violazioni delle regole finiscano per penalizzare sia le imprese alberghiere sia gli operatori delle nuove forme di accoglienza che lavorano regolarmente. i numeri della shadow economy

La replica di AIGAB, Associazione Italiana Gestori Affitti Brevi, è arrivata nella stessa giornata ed è altrettanto netta. L’associazione contesta il quadro tracciato da Federalberghi e si appella al ministro Gianmarco Mazzi, sostenendo che il comparto della ricettività in appartamento rappresenti a pieno titolo una componente dell’industria turistica nazionale. Nel documento AIGAB afferma: «L’Italia ha bisogno di un comparto ricettivo serio, affidabile e concentrato sulla propria missione – quella dell’accoglienza dei viaggiatori – e non su attacchi scomposti a segmenti ricettivi che peraltro si rivolgono ad una clientela diversa e che di fatto rappresentano le famiglie italiane, sia quelle che mettono a reddito il proprio immobile come forma di welfare integrativo sia quelle che li scelgono per viaggiare, potendo contare su costi più contenuti rispetto agli hotel, maggiori spazi, maggiore privacy, condizioni adatte a nuclei familiari compositi. Chiediamo al Ministro Mazzi di intervenire a tutela dei tanti lavoratori del comparto Affitti Brevi che contribuiscono all’industria nel turismo italiano ogni giorno creando valore e ricchezza sui territori mantenendo vivo il vero asset delle famiglie italiane: la casa».
AIGAB respinge innanzitutto l’equivalenza tra numero di annunci gestiti e numero di immobili posseduti dallo stesso soggetto. Secondo l’associazione, circa il 96% delle case online apparterrebbe a proprietari singoli e oltre 700mila famiglie italiane ricorrerebbero all’affitto breve come fonte di reddito o strumento per sostenere i costi del patrimonio immobiliare. Il fatto che uno stesso property manager amministri più annunci, sottolinea AIGAB, non significherebbe quindi che sia proprietario degli immobili, ma soltanto che gestisce per conto dei titolari la promozione online e gli adempimenti burocratici, fiscali e normativi.
La distanza tra le due letture emerge anche dalla dimensione complessiva del mercato. Mentre Federalberghi rileva 571.982 annunci Airbnb ad agosto, AIGAB parla di circa 510mila immobili promossi online con finalità di affitto breve, sostenendo inoltre che soltanto 75mila sarebbero localizzati nei venti capoluoghi di regione. Per l’associazione dei gestori, questo dimostrerebbe la diffusione del fenomeno anche nei centri minori, dove in alcuni casi la locazione breve costituirebbe una delle poche forme di ospitalità turistica disponibili.
AIGAB contesta anche il dato relativo alla disponibilità degli alloggi per oltre sei mesi. Pur riconoscendo che la maggior parte delle case viene proposta online nella sua interezza, sostiene che solo circa il 30% sarebbe promosso stabilmente sul mercato, mentre le altre unità avrebbero carattere occasionale nelle città oppure stagionale nelle località di vacanza.
Sul fronte della sicurezza, l’associazione ricorda che le locazioni brevi sono già soggette a protocolli nazionali che prevedono il CIN e dispositivi come estintori e rilevatori di monossido, sostenendo che i property manager professionali si siano adeguati alle nuove disposizioni. Anche sul Codice identificativo nazionale AIGAB propone una lettura opposta, affermando che il numero dei CIN avrebbe ormai sostanzialmente raggiunto quello degli annunci presenti sul web.
Il confronto si sposta inevitabilmente anche sulla fiscalità. AIGAB sottolinea che i property manager fatturano le proprie commissioni con IVA al 22%, rispetto al 10% applicato dagli hotel, e sono soggetti all’Ires sul risultato netto di gestione. I proprietari, invece, versano la cedolare secca sull’importo lordo delle prenotazioni, senza possibilità di dedurre i costi. Secondo l’associazione, nel 2025 circa 2,2 miliardi dei 4,7 miliardi di euro di gettito derivante dalla cedolare secca sarebbero riconducibili agli affitti brevi.
AIGAB respinge infine anche l’ipotesi che le seconde case destinate alle locazioni turistiche non paghino l’Imu, ricordando che l’imposta viene già versata per l’intero anno, e critica eventuali aumenti della Tari o obblighi generalizzati di cambio di destinazione d’uso, ritenendoli misure capaci di irrigidire il mercato immobiliare e ridurre il valore degli immobili delle famiglie.
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