Una storia come tante in un quartiere difficile di Bologna


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Venerdì 2 ottobre a Bologna, in un appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel rione popolare della Bolognina, c’è stato un incendio. Non ci sono stati feriti: sembra che la donna che viveva nell’appartamento si trovasse in casa in quel momento, ma che sia riuscita ad allontanarsi in tempo senza subire danni. Il palazzo è inagibile e le 15 persone che ci abitano non potranno rientrarci almeno per un mese.

La donna, che chiameremo M., ha circa 40 anni e viene dal Marocco. Da anni abitava in quella casa con un regolare contratto di affitto. Ha problemi psichiatrici e consuma abitualmente crack, alcol e altre sostanze: il suo appartamento veniva usato regolarmente da diverse persone del quartiere per prostituirsi e spacciare.

La vicenda va quindi oltre un banale incendio in un condominio, e interseca una serie di questioni che da anni sono molto sentite in Bolognina, un quartiere multietnico a nord della stazione con una grande concentrazione di case popolari: il consumo di sostanze illegali, l’efficacia dei servizi sociali e per la salute mentale, e più in generale la difficoltà di intercettare le persone fragili per aiutarle.

La storia di questa donna è una storia di marginalizzazione come tante, come ce ne sono in qualsiasi altro quartiere popolare di qualsiasi altra città italiana. È però emblematica di come vivono le persone che stanno attraversando gravi difficoltà e che non accettano di essere aiutate, finendo per diventare pericolose per se stesse e per gli altri. E mostra come gli strumenti per affrontare questo tipo di situazioni siano ancora, in molti casi, insufficienti.

I condòmini raccontano che dopo la pandemia il marito di M. venne arrestato perché trovato in casa con una grande quantità di cocaina. Nel 2022 nell’appartamento venne trovato il corpo di una persona morta per overdose. Due anni fa uno spacciatore tentò di accoltellare M. e un vicino di casa che la soccorse.

Nell’ultimo periodo la condizione di M. era ulteriormente peggiorata. La donna trascorreva le notti nel parco di fronte a casa, il giardino Donatori di Sangue, uno dei punti dove si concentra lo spaccio in Bolognina. Per due volte aveva provato a forzare la porta della casa di quartiere Fondo Comini, che si trova nel parco.

Aveva anche minacciato e aggredito più volte gli inquilini del suo palazzo, convinta che suo marito fosse nascosto nei loro appartamenti. «In questi anni abbiamo denunciato, abbiamo chiesto alla proprietaria di casa di procedere allo sfratto, ci siamo rivolti persino ad alcuni consiglieri comunali, ma non è cambiato niente», dice Salvatore De Siena, uno dei condòmini, che ora dorme con sua moglie a casa di amici, dopo che il suo appartamento è stato dichiarato inagibile per via dell’incendio.

Quando la donna faceva qualcosa di molto pericoloso, racconta De Siena, l’unica cosa che restava da fare era chiamare la polizia o l’ambulanza. Ma al di là dei singoli interventi emergenziali, non è stata mai trovata una soluzione strutturale. «Sapevamo che prima o poi sarebbe successo qualcosa di molto grave», dice De Siena. «Questa è una cronaca di un incendio annunciato».

Nel palazzo, solo una coppia con una bambina piccola aveva ottenuto che venisse attivato per loro il codice rosso, la legge che prevede tutele per le vittime di stalking, maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. La procura però non aveva comunque disposto misure cautelari specifiche, come l’allontanamento della donna o il divieto di avvicinamento. La famiglia aveva quindi deciso di trasferirsi temporaneamente altrove, a spese proprie, ed era rientrata a casa solo poche settimane prima che ci fosse l’incendio.

Via Fioravanti, Bolognina (Martino Lombezzi/Contrasto)

Insomma, in tutti questi anni la vicenda di M. è stata nota alle forze dell’ordine, ai servizi sociali, al centro di salute mentale e ai servizi per le dipendenze patologiche della città. Alla donna erano stati proposti diversi percorsi di aiuto, ma lei non aveva mai accettato di iniziarli.

A volte ci vogliono mesi, anche anni, per “agganciare” una persona: il termine “aggancio” indica la fase – molto delicata – di contatto e poi di costruzione di un legame di fiducia tra una persona e gli assistenti sociali o gli operatori di un certo servizio.

È il primo passo per poi sviluppare un percorso di sostegno e aiuto, che dovrebbe portare nel tempo a ritrovare un equilibrio e ottenere una propria autonomia. Ma per iniziare qualsiasi tipo di percorso, che sia sociale, psichiatrico o di disintossicazione, è necessario che la persona accetti in primo luogo di essere aiutata: se non c’è consenso, quando si tratta di persone adulte, il percorso non può iniziare.

E in quel caso si può fare poco, in realtà, a meno che la persona faccia qualcosa di particolarmente grave mettendo a rischio se stessa e chi le sta intorno. Esiste la possibilità di usare la forza, ma è l’extrema ratio e una soluzione comunque emergenziale.

Se la persona è sorpresa nell’atto di commettere un reato, per esempio, le forze dell’ordine possono procedere all’arresto o al fermo. Se invece la persona presenta alterazioni psichiche molto serie e rifiuta ogni altro tipo di cura si può valutare un trattamento sanitario obbligatorio (TSO), che va svolto seguendo specifiche modalità e in presenza di personale sanitario. In Italia, infatti, non esiste l’obbligo di cura, come sancisce l’articolo 32 della Costituzione, tranne in casi eccezionali per tutelare la salute pubblica o della persona.

Quello di M. può sembrare un caso estremo e isolato, ma in quartieri come la Bolognina situazioni come questa non sono poi così rare. Gli abitanti del quartiere raccontano che dopo la pandemia il clima si è fatto sempre più pesante, e la vita difficile. Ci sono scippi frequenti, risse e persone che dormono negli scantinati. La situazione è peggiorata in particolare da quando sono aumentati lo spaccio e il consumo in strada di crack, un derivato della cocaina molto potente e molto economico.

I casi come quello di M. infatti sono ancora più difficili da affrontare perché, oltre al disagio mentale e ai problemi sociali ed economici, c’è il consumo di sostanze a complicare le cose. In grandi città come Bologna il sistema della cosiddetta presa in carico è piuttosto articolato. La persona può essere seguita contemporaneamente dai servizi sociali, che sono gestiti dal comune, e dai servizi sanitari (il centro di salute mentale e il servizio per le dipendenze patologiche – SerDp) che invece sono di competenza della ASL, quindi della Regione.

I servizi sociali e sanitari hanno alcuni protocolli che definiscono come lavorare insieme per affrontare casi del genere, ma a volte questa frammentazione fa sì che la persona non sia seguita in modo completo e continuativo da un unico servizio di riferimento, finendo per essere disorientata e senza una risposta reale ai suoi bisogni.

Il mercato Albani in Bolognina (Martino Lombezzi/Contrasto)

Spesso quando si parla di “doppia vulnerabilità” (sociale e sanitaria) e la persona ha una o più dipendenze, un punto di partenza per cercare di ritrovare un equilibrio può essere proprio cominciare a lavorare sul consumo di sostanze: si inizia imparando come gestire il consumo, per poi passare – nei casi migliori – a un percorso di disintossicazione propriamente detto. Dopodiché, passo dopo passo, si affrontano tutti gli altri ambiti della vita: la ricerca di un lavoro, la costruzione di nuove relazioni, e così via.

In questo senso, oltre al SerDp, in Bolognina c’è Fuori Binario, una struttura dove le persone che consumano sostanze possono accedere liberamente anche senza documenti: è da lì che nel 2025 è partito il tanto discusso progetto di distribuzione di pipe sterili per fumare il crack.

Il modello è quello della cosiddetta “riduzione del danno”, che si basa sull’assunto che è complicato impedire l’uso di sostanze, e che l’importante è prevenire gli effetti peggiori connessi, cercando allo stesso tempo di creare occasioni per conoscere le persone che hanno dipendenze e guadagnarsi la loro fiducia.

Seguendo questo approccio, all’estero ci sono sperimentazioni e progetti che stanno dando buoni risultati. A Barcellona dal 2004 esistono le salas de consumo supervisado, ossia spazi dove si possono consumare sostanze stupefacenti con materiale sterile e supervisionati da operatori.

A Bordeaux tra il 2012 e il 2013 fu ideato il programma TAPAJ (Travail Alternatif Payé à la Journée), che offre alle persone con dipendenze un lavoro di pubblica utilità (come manutenzione del verde o pulizia delle strade) con una retribuzione immediata a fine giornata. Per partecipare non è necessario avere i documenti in regola né essere in astinenza. Il progetto ha ottenuto risultati molto positivi, con più della metà dei partecipanti che ha migliorato la propria condizione. Nel 2016 venne adottato in tutta la Francia.

La questione del crack e più in generale del consumo di sostanze è strettamente legato a quella del cosiddetto “degrado”, un tema molto sentito in Bolognina e spesso affrontato seguendo due tipi di approcci, che in realtà non necessariamente si escludono. Uno è più incentrato sulla sicurezza, e vorrebbe più forze dell’ordine a presidiare il quartiere; un altro è più incentrato sull’assistenza, e chiede più servizi per aiutare le persone fragili e più spazi per accoglierle. Un esempio di questo secondo approccio sono alcune iniziative del comune di Bologna, come i chioschi gestiti da ASP (Azienda dei Servizi alla Persona) al mercato Albani, uno dei punti di spaccio della Bolognina.

Nell’ottobre del 2024 la prefettura ha istituito due zone rosse, prorogate più volte, l’ultima fino al 31 marzo 2027. Una si trova nell’area della stazione e nel vicino parco della Montagnola, l’altra è proprio in Bolognina.

Per valutare la reale efficacia delle zone rosse servirebbero molti dati che il governo di fatto non pubblica, ma qualche numero esiste e dà l’idea di come stiano andando le cose. Nei primi sei mesi del 2026 in Bolognina c’è stato un calo del 58 per cento dei reati rispetto allo stesso periodo del 2025: le rapine sono diminuite del 75 per cento, i furti del 74 per cento, i reati in materia di stupefacenti del 31 per cento. Nel frattempo, però, alcune realtà hanno anche segnalato un aumento della profilazione razziale, poiché i controlli in strada riguardano soprattutto persone non bianche.


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