Costruire la democrazia, difendere la Costituzione


Il 25 settembre 2026, Napoli ha fatto da cornice al debutto di Officina Costituzione. Nata dalla solida e appassionata esperienza del Comitato napoletano “Giusto dire NO”, questa realtà si inserisce nel panorama culturale e politico italiano con un obiettivo chiaro e urgente: promuovere una consapevolezza diffusa sul delicato e vitale rapporto tra democrazia e potere, muovendosi sui terreni locale, nazionale ed europeo.

Con le radici ben salde nel Mezzogiorno – come programmaticamente sancito nel suo Manifesto – Officina Costituzione non si limita a osservare il presente, ma si propone come spazio attivo di riflessione e proposta.



La rivista Giustizia Insieme condivide fin dal principio questa visione e questo slancio civile. È da questa profonda convergenza di intenti che nasce questo e‑book, pensato per raccogliere, organizzare e consegnare ai lettori il patrimonio di idee, analisi e proposte emerso durante l’evento di lancio.

La raccolta si articola attraverso i contributi di giuristi, accademici e figure politiche che hanno animato i quattro panel tematici in cui si è strutturata la giornata: la riforma della giustizia, la riforma della Corte dei conti, le autonomie differenziate e la legge elettorale. I dibattiti, densi e stimolanti, sono stati coordinati dai giornalisti Valentina Stella, Conchita Sannino e Francesco Cancellato, capaci di guidare il confronto con precisione e visione critica. Ad arricchire la trama di questa pubblicazione, un prezioso intermezzo curato da Maurizio De Giovanni e la presentazione di Alessandra Galli dell’Associazione “La Casa della Costituzione”.

Il nome scelto per questa impresa non è casuale. C’è un’idea precisa dietro la parola “Officina”, ben riassunta dalle parole di Roberto Tuorto: «Questa è un’officina, opus facere, significa costruire un’opera. Per costruire un’opera c’è bisogno di tanta speranza. E Sant’Agostino diceva che la speranza ha due bellissimi figli: uno è lo sdegno, per come le cose sono, e l’altro è il coraggio, per cambiarle. E quindi noi ci dobbiamo augurare questo. Il coraggio di cambiare le cose!»
È proprio questo binomio tra sdegno e coraggio a muovere gli autori degli interventi qui raccolti. Nelle riflessioni dei relatori emerge un filo conduttore netto, che rifiuta la rassegnazione e l’appiattimento del dibattito pubblico. Si avverte la necessità di proteggere il cuore pulsante dell’ordinamento italiano, come ricorda Luigi Picardi: «Siamo quelli che la Costituzione la amano per quello che è, che non significa per la sequenza di lettere dell’alfabeto che la compongono, ma per il contenuto profondo che la caratterizza e, amandola, pensiamo che vada difesa da e contro tutti i tentativi di alterarla con lo scopo di stravolgere l’intenzione democratica della quale e dalla quale è permeata. Siamo quelli che pensano che la Costituzione non vada cambiata, ma attuata.»
Per farlo, Officina Costituzione non cerca scorciatoie tecnologiche o populismi di facciata, ma sceglie la strada della partecipazione. Il metodo proposto è, per usare le parole di Giovanna De Minico, «quello antico, non vecchio, della democrazia partecipata». Un ritorno alla discussione aperta, inclusiva e fondata sulla competenza.

L’e‑book si apre non a caso con la sezione dedicata alla Riforma della Giustizia, in cui i relatori hanno risposto alle sollecitazioni di Valentina Stella. Tra i passaggi chiave emerge il monito di Giovanni Giacalone, che fotografa lo spirito con cui le istituzioni devono essere guardate e difese: «Non vogliamo una giustizia forte con i deboli e servile verso i potenti». Questo principio cardine rischia oggi di essere seriamente compromesso da interventi legislativi che sembrano scardinare l’equilibrio dell’articolo 3 della Costituzione. Come evidenziato nei panel, le riforme dell’ultimo esecutivo hanno accentuato le diseguaglianze, sia sul piano della tutela della legalità nella Pubblica Amministrazione – attraverso scelte radicali come l’abolizione del reato di abuso d’ufficio – sia sul piano della gestione del disagio sociale. A tal proposito, si registra l’impegno programmatico della politica e delle opposizioni; la promessa di Sergio Costa è infatti netta: questi temi critici dovranno essere affrontati nei primissimi Consigli dei ministri da qualunque futuro governo dell’area progressista, per ripristinare un presidio di legalità democratico.
L’allarme più grande sollevato dai giuristi in questa sede riguarda quella che viene definita come una vera e propria “penalizzazione della povertà”. Un pervasivo gruppo di disposizioni normative introdotte con i decreti sicurezza manifesta una preoccupante deriva: l’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene nei contesti di marginalità sociale. Si tratta di misure che non mirano affatto a rimuovere le cause strutturali del disagio, ma che finiscono, iniquamente, per punirne le manifestazioni più evidenti e disperate.

Di fronte a un sistema penitenziario allo stremo, è stata segnalata la via – promossa in modo trasversale dalla Chiesa, dall’avvocatura penale, dalla magistratura e dall’accademia – dell’indulto “differenziato o responsabile”. Non un provvedimento automatico, clemenziale e generalizzato, bensì uno strumento concedibile solo laddove sia accertato un percorso trattamentale positivo. Una misura volta a verificare la reale possibilità di un reinserimento sociale, anche mediante l’accesso al mercato del lavoro; con il suo intervento Ernesto Aghina ricorda, con realismo e fermezza, che gli strumenti per il reinserimento, pur essendo previsti dal nostro ordinamento penitenziario, spesso non trovano attuazione pratica per una cronica mancanza di mezzi e risorse. Il reinserimento sociale a fine pena è strettamente correlato al principio rieducativo della pena. La carenza di fondi non può giustificare l’immobilismo. Usando le parole di Glauco Giostra ci ricorda che «tutti i detenuti escono prima o poi, tranne chi è sottoposto a ergastolo ostativo e sono pochissimi. Ci dobbiamo preoccupare non di quando escono, ma di come escono».

La magistratura e la dottrina non possono accettare la trasformazione del processo e della pena in meri strumenti burocratici di controllo sociale. A ricordarcelo, attraverso l’intervento di Francesco Maria Vicino, è la lezione sempre viva di Piero Calamandrei: «Se la giustizia perde di vista la sua funzione di servizio al sangue e alla carne degli uomini, la sentenza cessa di essere giustizia e diventa nient’altro che un atto di forza, un mero apparato burocratico di tipo repressivo».
Per sottrarre la giustizia alle secche dello scontro ideologico, è necessario un profondo mutamento di prospettiva culturale, capace di rimettere al centro i doveri di solidarietà e i valori della Repubblica. Un appello alla coesione e alla responsabilità collettiva che trova una sponda autorevole anche nel confronto con le istituzioni di governo, come sottolineato da Francesco Paolo Sisto: «Bisogna avere il coraggio, in una sinergia, in un gioco di squadra che non può essere polemico fra istituzioni, famiglia, scuola, università, di riprendere la politica valoriale e fare in modo che la vita, per esempio, sia un valore assoluto, che la legalità sia un valore assoluto, che la crescita culturale sia un valore assoluto».
Il secondo panel, coordinato da Francesco Cancellato, è stato dedicato alla riforma della Corte dei conti. Il dibattito sulla riforma della magistratura contabile e sui meccanismi di controllo non riguarda una mera questione tecnica per addetti ai lavori, ma tocca da vicino la qualità stessa della nostra democrazia. Il cuore della riflessione risiede nella qualità del legame che unisce le istituzioni alla vita quotidiana della comunità. Come mette limpidamente in luce Luigi Picardi: «avere una buona amministrazione non è solo un problema di buon senso, ma risponde ad una precisa scelta della Costituzione che all’art. 97 II co. dispone che le leggi si occupino di garantire “il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione”». Partendo da questo presupposto, i contributi di questa sezione – a cominciare dall’inquadramento normativo offerto da Francesco Urraro sulla legge numero 1 del 2026 – analizzano le recenti evoluzioni legislative che rischiano di svuotare l’efficacia dei controlli pubblici. Il timore espresso dai giuristi è che la riduzione delle maglie del controllo preventivo e concomitante non acceleri le procedure, ma privi lo Stato delle sue necessarie difese. Su questo scenario si inserisce la durissima e lucida critica di Fulvia Abbondante, che ha evidenziato come la riforma riduca il controllo della Corte dei conti a una «finzione che ha il solo fine di assicurare una patente anticipata per l’immunità e l’impunità del funzionario infedele, una sorta di Iron Dome da utilizzare nella fase giurisdizionale».
La posta in gioco, in definitiva, si misura sulla tutela dei beni comuni e sulla responsabilità verso la collettività. Un concetto che Paola Briguori riassume con la domanda disarmante: «Immaginiamo un ponte costruito con denaro pubblico, quindi con soldi di tutti noi. Il ponte crolla […] chi paga?» È a questo interrogativo che la Corte dei conti deve poter continuare a rispondere, a difesa dei cittadini. A spezzare il rigore del confronto tecnico‑giuridico è intervenuto un intermezzo di profonda intensità civile. Particolarmente significativa è stata la riflessione affidata allo scrittore Maurizio De Giovanni, il quale, con la consueta forza narrativa unita a una sferzante ironia, ha voluto denunciare le derive dell’intolleranza e della chiusura verso l’altro. Ricollegandosi criticamente al dibattito sul tetto massimo di alunni stranieri nelle classi, introdotto con il decreto legge 30 settembre 2026, n. 170, De Giovanni ha scosso la platea con una provocazione che mette a nudo le contraddizioni della nostra memoria culturale: «Il principio del “qui nessuno è straniero” messo su questo lenzuolo fuori questa scuola di Genova non è altro che lo stesso principio che un pericoloso terrorista palestinese aveva cercato di far passare. Per fortuna lo presero e per fortuna lo ammazzarono. Duemila anni fa, ma duemila anni non sono niente, no?»

Alessandra Galli ha presentato l’associazione “La Casa della Costituzione”, con la quale ha gettato un ponte ideale e operativo con Officina Costituzione.

Il terzo panel ha riguardato l’autonomia differenziata; in questa sede, i relatori hanno risposto alle sollecitazioni di Conchita Sannino.

L’unità della nostra Nazione andava difesa. La Corte costituzionale ha smontato questa riforma – approvata, tra l’altro, di notte. Piero De Luca ci mette in guardia dal fatto che il centrodestra, noncurante né della Costituzione né della sentenza n. 192 del 2024 della Consulta, sta provando a far rientrare dalla finestra, attraverso le preintese, quello che la Corte costituzionale ha fatto uscire dalla porta principale. L’autonomia differenziata inasprisce le disuguaglianze già esistenti, che incidono sulle aspettative di vita differenziandole. La Costituzione aveva posto degli argini precisi, proprio conoscendo le disparità esistenti. Il principio di solidarietà e il principio di uguaglianza, in particolare di uguaglianza sostanziale, si riferiscono necessariamente anche alla solidarietà e all’uguaglianza tra le persone nate in territori diversi, come ci ricorda Maria Francesca De Tullio.

La deregolamentazione e la sotto‑regolamentazione che l’autonomia differenziata comporterebbe provoca una caduta democratica; e dove c’è una caduta democratica nella distribuzione dei servizi, si verifica direttamente l’ingresso a gamba tesa degli affari corruttivi e clientelari, che sono il sale su cui le mafie naturalmente costruiscono il loro successo: questo è il monito di Mariano De Palma.

Derubricare la questione dell’autonomia differenziata a un problema ragionieristico è la più grande sciocchezza che possiamo compiere. Rischiamo di mettere il grande ideale dell’unità, per il quale c’è gente che ha dato la vita, in mano a dei ragionieri che ci vogliono spiegare che così ci conviene e vivremo tutti meglio. Impedire che si derubrichi questa questione è la grande battaglia da fare: questa è l’esortazione di Roberto Tuorto.

Massimo Villone ha insistito sull’importanza della partecipazione non solo sul tema delle diseguaglianze generate dall’autonomia differenziata, pericolo non ancora scampato. La sua esortazione a riappropriarsi della partecipazione politica e dell’esercizio del diritto di voto si è rivolta, con particolare passione civile, alle nuove generazioni: «Non commettete l’errore di pensare che la cosa non vi riguardi. Vi tocca invece da vicino, nelle vostre vite future, quindi votate, fate votare, e votate bene. Quello che viene dopo sarà deciso da chi vince. E se vincono i cattivi non ci sarà un buon futuro per il Sud».

I grandi Stati democratici del dopoguerra e la socialdemocrazia europea sono nati dal welfare europeo, da un welfare ad accesso totale. Oggi questo è veramente difficile da realizzare perché le risorse non ci sono. E quindi rappresenta un altro tema che si interseca fortemente con l’attuazione e i diritti previsti dalla nostra Costituzione, perché i diritti non attuati sono dei diritti negati; e questo è, credo, un aspetto estremamente rilevante, come ci ricorda Gaetano Manfredi.

L’ultimo, cruciale panel tocca il cuore pulsante della rappresentanza democratica: le regole del gioco elettorale. Nel dibattito coordinato da Francesco Cancellato, le diverse sensibilità politiche e giuridiche si sono confrontate sull’impatto dei nuovi modelli di voto, delineando una mappa chiara delle tensioni tra l’esigenza di stabilità governativa e la tutela del pluralismo parlamentare.

A sostegno della svolta maggioritaria e della necessità di garantire esecutivi solidi e riconoscibili, Andrea De Priamo ha argomentato con chiarezza la visione della maggioranza: «Quindi io credo che questa legge elettorale sia utile per rafforzare e migliorare la nostra democrazia e per dare una stabilità con i risultati di credibilità internazionale, di cose che si possono fare, magari qui a molti non piacciono, a me piacciono molto, che comunque permettono di capire anche a chi ci guarda dall’esterno l’Italia dove va, dove vuole andare e cosa vuole fare».

A questa impostazione si contrappone la forte preoccupazione delle opposizioni e di gran parte della dottrina costituzionale, che vedono nella riforma della legge elettorale lo stravolgimento degli equilibri voluti dai Padri e dalle Madri Costituenti. Giuseppe De Cristofaro ha posto l’accento proprio sulle derive di questo impianto, evidenziando i rischi di una torsione plebiscitaria: «Il premio di maggioranza previsto è, a mio giudizio, eccessivo e anche pericoloso […] e sull’indicazione del premier. È un tema che non riguarda soltanto ciò che compare materialmente sulla scheda elettorale. È un punto politico e culturale molto serio, perché incide sulle caratteristiche fondamentali della nostra Repubblica parlamentare». Il dibattito si face ancora più stringente quando l’analisi tecnica cede il passo al richiamo storico e alla memoria democratica del Paese. Giovanni Bisogni evoca un parallelo storico di straordinaria gravità per mettere in guardia la platea dagli eccessi dei premi di governabilità non proporzionati: «Il premio di maggioranza è stato introdotto per la prima volta dalla cd. legge Acerbo, che regolò le elezioni del 1924: quelle stesse, identiche elezioni che furono contestate da Giacomo Matteotti – e sappiamo com’è andata a finire».

Infine, la riflessione giuridica svela i paradossi di riforme che, dietro la promessa di restituire centralità al cittadino, rischiano di accentrare ulteriormente il potere di selezione nelle mani dei leader di partito e soprattutto modificano la forma di governo senza passare per il procedimento di revisione costituzionale. Giovanna De Minico chiarisce, con la lucidità che le è propria, l’effetto della riforma elettorale: «Alla fine dei giochi che cosa rimane della nostra Repubblica democratica? Abbiamo modificato la forma di governo, cosa modificabile, ma qui, invece di ricorrere all’unica via costituzionalmente ammessa, l’art. 138 Cost., si è percorsa una via più agevole, ma illecita, quella del procedimento ordinario di una legge elettorale, impiegata per conseguire un risultato che non è nella sua disponibilità: la modifica dell’assetto costituzionale. Siamo dunque davanti a una frode alla legge».

Nella magnifica cornice della Domus Aurea, il debutto di Officina Costituzione si è concluso con le evocative note della Piccola Orchestra Popolare del Liceo Margherita di Savoia di Napoli, guidata con passione dal professor Angelo Greco. Un momento di straordinaria intensità culturale e artistica che ha suggellato l’evento, a rimarcare, ancora una volta, le radici profonde e ben salde di questa iniziativa nel Mezzogiorno.

Attraverso i contributi di questa raccolta, Giustizia Insieme offre al lettore le coordinate necessarie per decodificare le riforme in atto, superando gli equilibrismi retorici e riaffermando la centralità di una democrazia partecipata. In questo scenario, Officina Costituzione si propone come una via concreta di impegno civile, richiamando la celebre lezione di Antonio Gramsci, per il quale l’azione politica non è un’opzione, ma una necessità vitale: «Vivere significa partecipare». E partecipare non si riduce al solo esercizio del voto o al sostegno a un partito, ma significa rendersi attivi, informati e consapevoli delle dinamiche sociali. Significa saper prendere posizione, assumersi delle responsabilità e lottare per un ideale comune.


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