Michele Riondino: «Zuncheddu va risarcito, è un dovere dello Stato. Sono pronto a interpretare il nuovo Montalbano»


Oltre le parole di chi lo ha difeso e di chi lo ha accusato, nel bel film di Francesco Piras Zustìssia ci sono i silenzi di Beniamino Zuncheddu. Sono loro a sconvolgere, figli dello smarrimento di un uomo innocente che ha fatto 33 anni di carcere, condannato in tre gradi di giudizio, senza aver commesso il triplice omicidio di cui fu accusato. Lo incontrai, tempo fa, per un’intervista pubblicata su queste colonne. L’ho rivisto nella bellissima interpretazione di Fabrizio Ferracane che rende la tenace mestizia di un ragazzo di ventisei anni, un pastore, prelevato a casa mentre assisteva a una serata del Festival di Sanremo.

Da quella notte, la prima volta che rivide il sole, mi raccontò, fu «undici anni e mezzo dopo» e ce ne sono voluti poi trentatré perché quest’uomo, al quale è stata rubata la vita, fosse finalmente dichiarato innocente, in nome del popolo italiano. Il film racconta il coraggio e la determinazione di un giovane avvocato che, anche dopo la sentenza definitiva, non si è rassegnato a vedere quest’uomo povero e senza colpa marcire in una cella abitata da undici persone, con un solo bagno. L’avvocato Mauro Trogu in Zustìssia è interpretato da Michele Riondino, sempre più calibrato e misurato, capace di aggirare la retorica che spesso può annidarsi dietro una storia così forte, emotivamente e civilmente.

Riondino, cosa ci racconta questo caso dopo quello di Enzo Tortora e tanti altri?
«In questa indagine c’è stata una gran confusione. Dietro un errore di queste dimensioni c’è un percorso di negligenze, o peggio. Zuncheddu è stato il capro espiatorio usato per non arrivare a individuare i veri assassini, persone che probabilmente in quel momento collaboravano con un magistrato. Per combattere l’Anonima sequestri si fece in modo che un innocente fosse sbattuto in carcere. Se non ci fosse stato un giovane avvocato coraggioso, per Zuncheddu sarebbe stata galera a vita».

Il racconto del film è allucinante. Mai vista una giustizia così veloce, come se si avesse fretta di gettare le chiavi della cella di quel pover’uomo.
«Non furono ascoltati testimoni fondamentali, non fu fatto l’incidente probatorio. Sono sparite carte che collegavano la strage di cui Beniamino fu accusato a un rapimento di quattro mesi prima. Una sequenza spietata di errori figli di incapacità o di dolo ha generato però un iter alla Speedy Gonzales. In nove mesi tre gradi di giudizio, tutti sbagliati. Una rapidità mai vista, come i cittadini sanno».

L’hai conosciuto, che idea ti sei fatto di Zuncheddu?
«Questo ragazzo diventato uomo ha affrontato forse la più clamorosa ingiustizia giudiziaria del nostro Paese con compostezza, rigore, vorrei dire con gentilezza. Bisognerebbe avere lo stesso atteggiamento oggi. Generalizzare casi odiosi come questi per le campagne pelose contro la magistratura è sbagliato. Chi spesso urla su questi temi è pronto, il giorno dopo, a partecipare a gogne mediatiche, a condanne sui social senza processo, a scambiare accuse per sentenze, avvisi di garanzia per dichiarazioni di colpevolezza. Ragionare è diventato così difficile, come tutte le cose che sfuggono alla logica del bianco o nero».

Non è assurdo che Zuncheddu non abbia ancora percepito un euro di risarcimento?
«Sì, inaccettabile. Come se la magistratura volesse negare il suo errore. Ma per Beniamino il tempo passa, ora lui ha più di sessant’anni, e meriterebbe che lo Stato facesse il suo dovere. Ma dovrebbero fare autocritica anche quei giornali e quelle televisioni che condannarono Zuncheddu ben prima della magistratura. C’è una malattia nel nostro sistema, nel corto circuito magistratura-media-politica, come anche recenti fatti stanno dimostrando».

Torniamo sui silenzi di Zuncheddu che popolano il film…
«Il suo tacere è stato interpretato, persino dall’avvocato che poi lo ha salvato, come una sorta di ammissione di colpa. Era un pastore, poco istruito, sbattuto nel gorgo di una storia della quale non sapeva nulla. L’uomo che Trogu aveva davanti era, per lo Stato italiano, un pluriomicida. Piano piano Zuncheddu ha iniziato a rimuovere diffidenza e sfiducia. E così il miracolo si è compiuto».

Come ha reagito al film?
«Si è molto emozionato. Ha avuto fiducia nel regista, negli sceneggiatori Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili e in noi che avremmo prestato volti e voce alla sua tremenda storia. In Sardegna, dove il film è uscito con grande successo, ha ricevuto dalla sua gente il tributo che meritava».

Nel modo in cui interpreti il ruolo dell’avvocato si trova ciò che era già evidente in “Palazzina Laf”: la coincidenza, in te, del talento e di un non camuffato impegno civile che conferisce sostanza e verità ai personaggi che interpreti.
«Prima di essere attori siamo cittadini, ce lo ha insegnato Gian Maria Volontè. Tutti siamo chiamati a vivere il nostro tempo non da follower. Se anche facessi il barista o l’impiegato sarebbe la stessa cosa. Non riesco a vedere le cose dalla finestra. Non posso far finta di non avere idee. So bene che in alcuni casi, anche nel cinema civile, i silenzi sono più efficaci delle parole di contorno. Ma nessuno venga a dirci di fare gli attori e stare zitti. Io zitto non ci sto».

Perché il cinema è sempre così fastidioso per ogni potere, tanto che si cerca di censurarlo o di destrutturarlo?
«Chi governa spesso si chiede: perché devo finanziare un’industria che poi parla male di me, mi rema contro? Potrei chiedere io: perché lo Stato deve finanziare un’industria che dovrebbe produrre acciaio ma non genera lavoro e tiene in cassa integrazione lavoratori che non hanno più neanche i macchinari? Il cinema ha sempre dato pensieri al potere, deve farlo. Non piaceva il neorealismo — “I panni sporchi si lavano in casa”— e il cinema di Petri o Scola, negli anni Settanta, indagava criticamente la stessa sinistra. Ma il cinema è libertà. Senza, resta solo il silenzio».

È vero che stai per diventare grande? Cioè che passerai dal giovane Montalbano a interpretare, tout court, il Commissario Montalbano succedendo a Luca Zingaretti?
«Possiamo dire che, per ragioni d’età, non sarò più il giovane Montalbano. Ovviamente sarei onorato, anche per la stima e l’affetto che ho per Luca. Avverrebbe in totale continuità. Io ho avuto poi la fortuna di discutere del personaggio con chi lo aveva creato, il magnifico Andrea Camilleri. Insomma, se me lo proponessero, non rifiuterei di certo».

15 ottobre 2026


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม