Caterina, davanti agli avvocati, aveva detto «sì, resta pure» al marito. Era il 2020, doveva essere solo un periodo limitato dopo la separazione, giusto il tempo che lui trovasse una casa accessibile come costi e poi sarebbe andato via da casa. «Ci siamo dati delle regole di convivenza per gli orari dell’uso degli spazi comuni, abbiamo scritto un accordo privato e non ci sembrava un’idea strana» racconta. «In fondo il nostro rapporto da separati era migliore rispetto a un tempo. Continuare a vivere insieme era ai nostri occhi positivo anche e soprattutto per i figli a cui avevamo comunicato le nostre decisioni. Il rapporto era così migliorato che abbiamo iniziato a condividere qualche cena e persino una breve vacanza insieme».
Separati ma conviventi, quando conviene
Caterina e Claudio sono due ex coniugi milanesi che nella coabitazione da separati per ragioni economiche hanno intravisto un vantaggio: aiutarsi nella gestione dei tre figli e non creare grandi scossoni. Nessuno voleva che il papà andasse a vivere in provincia pur di trovare un monolocale economico e così lo hanno “ospitato”. «Il problema è emerso quando il giudice, durante l’udienza per la sentenza di divorzio, ci ha chiesto se c’erano stati tentativi di riavvicinamento come coppia. Io ho detto la verità e sono riuscita a provarlo con vari esempi, nonostante lui negasse».
La verità è che Caterina e Claudio hanno fatto l’amore, è successo poche volte ma è successo. A quel punto – dopo la confessione della moglie – la separazione è stata annullata come prevede la legge in quei mesi che precedono la successiva sentenza di divorzio. «Dopo l’udienza i rapporti sono cambiati e lui è andato a vivere dalla madre. Se speravo di riunire la famiglia? Forse. Comunque abbiamo iniziato da capo le pratiche per la separazione e oggi siamo divorziati».
Il rischio: l’istituto della riconciliazione
Si chiama istituto della “riconciliazione” ed è uno dei rischi più sottovalutati quando per ragioni economiche si sceglie di vivere, da separati, sotto lo stesso tetto.
«In studio sono arrivate coppie come queste. Del resto, molti hanno già vissuto come separati in casa da anni e devono trovare solo il modo per vivere in case diverse. Cosa che a Milano non è facile visto i costi della vita» precisa Grazia Cesaro, avvocata milanese ed esperta nel diritto nazionale ed internazionale della famiglia e minorile.
«Non esiste oggi nel nostro sistema giuridico una disciplina specifica che regolamenta questo tipo di coabitazione. Che sia per ragioni economiche o per i figli, chi la sceglie può solo preparare un accordo privato da far valere durante la separazione. L’unica cosa importante è che non pregiudichi l’interesse della prole. Detto ciò, si tratta di una regolamentazione complessa che si basa su equilibri molto delicati e con molti rischi di gestibilità, non ultimo quello che questa forma di convivenza diventi “incubatore” di nuovi conflitti, tutte situazioni ancora più traumatiche per i figli» aggiunge Cesaro, autrice di Ballare sotto la pioggia (Feltrinelli).
Soluzioni creative per fronteggiare i costi della separazione
«Tra i rischi giuridici meno conosciuti c’è appunto il caso della “riconciliazione”. Ovvero basta dimostrare che ci sia stata una ricostituzione della comunione materiale e spirituale nella fase che separa la separazione dal divorzio e tutto si annulla. Altre soluzioni sono possibili e meno confusive per i figli. Ho avuto una coppia che aveva una casa grande e ha deciso di dividerla per riservarne un’ala all’ospitalità di studenti. Il guadagno poi è confluito nell’affitto della nuova casa per il padre. Questo per dire che quando la famiglia si divide il tema economico è centrale ed è dunque possibile anche aprirsi a soluzioni “creative”. Se guardo all’estero, ho letto una recente sentenza tedesca che ha disciplinato e riconosciuto le separazioni all’interno della stessa abitazione dove però i coniugi hanno portato la documentazione di un accordo minuzioso» aggiunge.
Qualcosa di simile accade in Inghilterra dove separated but living together, cioè separati conviventi, è una scelta sempre più diffusa e supportata da varie organizzazioni (vedi mediateuk.com): basta scrivere confini, diritti, doveri e termini della gestione e il problema della ricerca di un alloggio e dell’assegno di mantenimento garantito è risolto.
Bonus per l’affitto per genitori separati
Inutile dire che le associazioni nate per aiutare i padri separati senza casa o quelle che supportano le madri senza mantenimento, sono in aumento. «Credo che la soluzione davanti a questo scenario sia poter contare su un aiuto concreto degli enti locali. Servono alloggi calmierati per genitori separati, possibilità di bonus, misure fiscali, reti di sostegno vere che vadano incontro alle reali esigenze, insomma. In casi estremi, si può pensare a regolamentare la coabitazione degli ex, ma si dovrebbe soprattutto stimolare una riflessione generale e responsabile» conclude la Cesaro.
Qualcosa, in questa direzione, sembra che si stia muovendo: il ministero delle Infrastrutture sta cercando di accelerare la definizione di un decreto attuativo che preveda un bonus fino a 500 euro per l’affitto di chi ha figli a carico ma non la casa assegnata. Si tratta di uno stanziamento da 60 milioni per un triennio che dovrebbe partire entro fine anno. E speriamo che non resti un’intenzione. Del resto, se è vero che la famiglia è una cellula della società, perché quest’ultima non dovrebbe farsi carico di un dato ormai chiaro?
Separati in casa per colpa dell’inflazione
Le coppie che hanno divorziato lo scorso anno sono state oltre 75.014 rivela l’Istat, ovvero il 9 per cento in meno rispetto all’anno precedente e il 21,9 per cento in meno rispetto al 2016, l’anno dell’apice con 99.071. Il calo negli ultimi 10 anni sembra parallelo alla crescita dell’inflazione, e non è difficile collegare la realtà dei conti correnti con quella sommersa dei separati in casa.
Quando ci si lascia non è solo la fine di un amore, è spesso l’inizio di una povertà. Lo dicono le storie confessate nei gruppi social dai genitori single (quasi la metà dei divorziati ha difficoltà ad arrivare a fine mese) e le attività che nascono per andare incontro alle esigenze delle nuove famiglie: le agenzie di viaggi che offrono pacchetti calmierati dedicati solo a loro hanno guadagni crescenti.
Le coppie che hanno divorziato lo scorso anno sono state il 21,9 per cento in meno rispetto al 2016: il calo sembra parallelo alla crescita dell’inflazione. Non è difficile collegare la realtà dei conti correnti con quella sommersa dei separati in casa. (Getty Images).
La famiglia funziona, la coppia no
«Chi si separa fa un investimento sull’amore ma soprattutto fa una rivoluzione. Sia nei confronti del concetto di coppia, che ormai è a tempo, sia verso quello di famiglia» precisa Umberta Telfener, psicoterapeuta e presidente dell’European Family Therapy Association. «Mantenere l’amore è un vero lavoro e, avendo ricevuto un modello romantico per cui una volta innamorati si resta innamorati, nessuno si rende conto dell’impegno necessario. Molti pazienti arrivano in terapia perché funzionano benissimo come famiglia ma non esistono più come coppia. Se va bene, vivono come due rette parallele perché non litigano. Se va male, vivono sulla difensiva come due nemici. Solo nel primo caso è possibile pensare di vivere sotto lo stesso tetto dopo la separazione, ma sono casi molto rari. La gran parte resta invischiata in dinamiche di potere ed è impossibile prevedere un bilancio sano per i figli» aggiunge.
Dipende da quanto si resta amici
Vivere ancora insieme da ex significa mettersi d’accordo sugli inviti a cena, sui weekend in cui avere la casa libera, sulle feste con gli amici comuni a cui anche l’ex può partecipare: tutto insomma dipende da quanto si resta amici.
Anche se i rischi, pur nelle relazioni serene, non mancano. «Uno di questi è che mentalmente i due non si svincolano l’uno dall’altro e si creano rapporti confusi. L’altro è che la persona lasciata soffra di più nella vicinanza domestica perché la vive come possibilità sempre aperta di tornare insieme. La gran parte delle coppie che conosco sta insieme per paura della solitudine e per convenzione sociale. Quelle che restano per motivi economici spesso non lo dicono, ma hanno figli che capiscono tutto. Gli studi dicono che i figli sono i primi ad aver chiaro quando due genitori si amano o si detestano, quindi attenti a essere onesti con se stessi» aggiunge la Telfener, autrice di Primi amori. Uno, nessuno, centomila (Il Mulino).
La coabitazione tra ex, adulti e genitori, sempre più diffusa
E così se le giovanissime generazioni investono sempre meno nella coppia a favore di un individualismo che li rende meno vulnerabili, la coabitazione di due ex adulti e genitori potrebbe aggiungersi come possibile scenario tra le relazioni del futuro? «La verità è che ammettere una coabitazione tra ex implica un’educazione alla separazione. Molti pazienti lottano persino per gli oggetti della casa e altri danno la priorità alle dinamiche malate di coppia sottovalutando quelle familiari. Separarsi perché entrambi lo si vuole è molto raro. Oggi però gli individui sono più consapevoli rispetto a un tempo e riflettere sul futuro della famiglia è utile. Non c’è film o libro che non ci mostri come la coppia sia ormai a tempo. Meglio o peggio rispetto al passato? È solo la realtà e dobbiamo supportarla tutti» conclude Telfener.
La priorità del ruolo genitoriale
«Avere genitori che vivono insieme ma non stanno insieme può essere confusivo» precisa Cecilia Ferrari, psicoterapeuta psicoanalitica dell’adolescente e del giovane adulto. «Mi capita spesso di avere giovani con uno dei due genitori che non lavora e l’altro che ha entrate modeste. Sono adulti che vivono già da separati prima di andare dall’avvocato. Dopo, alcuni restano in casa anche dopo la sentenza per un po’, ma non tutti riescono a tenere separato il ruolo di genitori da quello della coppia. È faticoso mettere davanti a tutto il ruolo genitoriale, ma è necessario. La nostra è un’epoca in cui molti confini si stanno assottigliando nelle relazioni, ma per i figli invece devono essere chiari. I non detti sono fonte di disagio.Si può scegliere un linguaggio diverso in base all’età dei figli per comunicare i cambiamenti, ma il messaggio deve essere ben definito sempre» aggiunge Ferrari, autrice di Io ti aspetto qui (Bompiani).
Genitori coabitanti, risorsa per il futuro
E così mentre l’idea di famiglia sta cambiando intorno a noi, vien da chiedersi se questa realtà di genitori “coabitanti” non possa essere una risorsa per il futuro. «Se si è chiari e sereni, sì. Se non esiste alternativa, sì. Se a livello economico le cose non cambieranno, sì e sì. Un tempo vivevano tante famiglie divise in casa, ma non se ne parlava. Oggi abbiamo risorse in più. Sfruttiamole. Proteggiamo in casa il dialogo come genitori e mettiamoci in discussione. I figli vogliono respirare coerenza e autenticità, dello smistamento di oggetti e camere da letto non sanno cosa farsene».
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