Casa, il governo ipotizza la cedolare secca al 5% sugli affitti concordati — idealista/news


Una cedolare secca ridotta al 5% per chi concede un immobile con contratto a canone concordato e a lungo termine: è una delle ipotesi emerse nel dibattito sulla prossima Legge di Bilancio. L’obiettivo è incentivare i proprietari a immettere sul mercato gli alloggi sfitti e aumentare l’offerta di abitazioni in locazione a prezzi più accessibili. Ma quanto sarebbe sostenibile, e quanto sufficiente, una misura del genere per tamponare l’emergenza abitativa? Confabitare e Confedilizia Roma condividono su idealista/news la propria posizione in merito.

Come funziona la cedolare secca e quanto si risparmierebbe se fosse al 5%

La cedolare secca è un regime fiscale opzionale riservato alle persone fisiche che affittano immobili abitativi al di fuori di un’attività d’impresa o professionale: sostituisce l’IRPEF e le relative addizionali con un’imposta sostitutiva e prevede l’esenzione da imposta di registro e di bollo sui contratti interessati. L’aliquota ordinaria è del 21%, ma scende al 10% per i contratti a canone concordato che rispettano i requisiti di legge, in particolare quelli stipulati nei Comuni ad alta tensione abitativa o con specifiche condizioni demografiche o territoriali. Il canone concordato è un contratto in cui l’importo dell’affitto è fissato in base ad accordi territoriali tra le organizzazioni di proprietari e inquilini, con fasce di prezzo che tengono conto di zona, caratteristiche e dotazioni dell’immobile: l’inquilino ottiene un affitto più contenuto, il proprietario accede a vantaggi fiscali, tra cui sconti su Irpef e altre imposte.

Portare l’aliquota al 5% dimezzerebbe l’imposta sostitutiva. Su un appartamento affittato a 700 euro al mese (8.400 euro l’anno) si passerebbe da 840 a 420 euro, con 420 euro di risparmio; con un canone annuo di 12.000 euro l’imposta scenderebbe da 1.200 a 600 euro. Sono calcoli puramente esemplificativi, che presuppongono l’approvazione della misura e il rispetto di tutte le condizioni richieste.

Il governo studia il taglio, ma è ancora un’ipotesi

Una cedolare secca ridotta al 5% per chi affitta con contratto a canone concordato e a lungo termine è appunto una delle ipotesi emerse nel dibattito sulla prossima Legge di Bilancio. L’obiettivo è incentivare i proprietari a immettere sul mercato gli alloggi sfitti e aumentare l’offerta di case in locazione a prezzi più accessibili, soprattutto nelle città dove la domanda è alta e gli affitti pesano su famiglie, studenti e lavoratori. Tema, questo, mai uscito dalle agende ma tornato di stringente attualità dopo i fatti di Madrid.

Confabitare, Zanni: “L’incentivo è un passo, non la soluzione definitiva”

“La proposta di ridurre al 5% la cedolare secca sui contratti a canone concordato è una misura che Confabitare valuta positivamente e che auspichiamo possa trovare spazio nella prossima manovra, – spiega a idealista/news Alberto Zanni, presidente nazionale di Confabitare. – Si tratta di un incentivo importante, che potrebbe incidere sulle scelte dei proprietari e favorire il ritorno al mercato degli affitti di lungo periodo di una parte degli immobili oggi destinati alle locazioni brevi turistiche. Il differenziale fiscale sarebbe particolarmente significativo: il 5% del canone concordato contro il 26% previsto per le locazioni brevi delle unità successive a quella che beneficia dell’aliquota del 21%. Una differenza di molti punti percentuali, che può diventare determinante soprattutto se si considerano anche le commissioni delle piattaforme online e i costi dei property manager, che assorbono una quota consistente dei ricavi. Per i proprietari, quindi, le condizioni migliorano decisamente. Ma attenzione: l’incentivo fiscale è un passo, non la soluzione definitiva. Se l’obiettivo è riportare sul mercato della locazione a lungo termine gli immobili oggi destinati agli affitti brevi, occorre affrontare anche le ragioni che inducono tanti proprietari a preferire formule diverse. Pesano soprattutto il timore di non riscuotere regolarmente i canoni, il rischio di danni all’immobile e, soprattutto, l’incertezza sui tempi effettivi per rientrarne in possesso in caso di morosità o mancato rilascio.

Per questo guardiamo con attenzione al disegno di legge sulle disposizioni in materia di rilascio degli immobili, attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato. Ogni intervento volto a rendere più rapida la procedura è utile, ma il vero nodo è l’esecuzione concreta del provvedimento. Avere in tempi più brevi una decisione giudiziaria non basta se poi, per le difficoltà operative e la carenza di risorse, occorrono ancora mesi per ottenere materialmente la restituzione dell’immobile. La certezza del diritto deve tradursi anche nella certezza dei tempi di rilascio.

Ben venga una riduzione fiscale così significativa, perché può contribuire a cambiare le scelte dei proprietari. Se però vogliamo davvero riportare gli immobili verso gli affitti stabili e dare una risposta al bisogno di casa, dobbiamo compiere anche il secondo passo: garantire ai proprietari condizioni di maggiore sicurezza e affidabilità. Solo così l’incentivo fiscale potrà esprimere pienamente il suo potenziale sociale”.

Confedilizia Roma, Barina: “Non basta la leva fiscale, occorrono più garanzie”

“La cedolare secca al 5% sui contratti a canone concordato, oggi tassati al 10%, sarebbe un segnale importante a favore della locazione di lungo periodo e potrebbe spingere i proprietari a rimettere sul mercato abitazioni oggi non locate, – fa il punto la presidente di Confedilizia Roma, Avv. Claudia Barina, interpellata sul tema da idealista/news. – Perché l’effetto sia concreto, però, la leva fiscale non basta; servono garanzie reali per chi affitta, a partire da tempi certi per riottenere l’immobile in caso di morosità ed un quadro normativo stabile, che permetta di pianificare nel tempo. Anche sul fronte fiscale c’è margine, l’alleggerimento dell’Imu per chi sceglie il canone concordato resterebbe uno strumento complementare efficace. 

Va tuttavia precisato che meno tasse non significa automaticamente canoni più bassi, possono però ampliare l’offerta e rendere il mercato più dinamico a vantaggio di chi cerca casa. L’obiettivo è rendere l’affitto conveniente e sicuro conciliando tutela della proprietà ed accesso alla casa”.

L’Ance: “Servono più offerta e garanzie”

La posizione dei costruttori dell’Ance è stata espressa dal presidente Antonio Ciucci, che ha rilanciato la cedolare al 5% sugli affitti a lungo termine con canoni calmierati nel corso dell’audizione in Commissione politiche Ue del Senato sul regolamento europeo per la salvaguardia della disponibilità e dell’accessibilità economica degli alloggi (L’Affordable Housing Act). I costruttori giudicano quel documento una risposta “prematura e inadeguata” a un problema che richiede una politica pluriennale, mentre l’avvio del Piano Casa del governo può essere considerato una prima risposta alla carenza di offerta.

La cedolare secca al 5% è una misura sostenibile?

Che la cedolare secca al 5% sui contratti di affitto a canone concordato sia una misura auspicabile per stimolare le locazioni lunghe offrendo un incentivo tanto agli inquilini quanto ai proprietari, pare quindi assodato. Restano però diverse incognite. La prima riguarda le coperture: una riduzione dell’aliquota comporta un minor gettito fiscale, il cui costo andrebbe valutato insieme agli effetti economici attesi. C’è da chiedersi: quanto potrebbe essere strutturale una misura di questo tipo? Quanto sostenibile nel tempo? E da quali risorse verrebbe finanziata?

C’è poi il tema della platea: la norma dovrà chiarire se il 5% varrebbe per tutti i nuovi contratti concordati o solo per certe durate, Comuni o condizioni, e se saranno previste regole transitorie per i contratti già in essere.

Anche l’effetto sull’offerta non sarebbe automatico. Molti immobili restano vuoti per il timore di morosità, danni all’abitazione, tempi lunghi per rientrare in possesso e costi di gestione: la decisione di affittare dipende quindi anche da sicurezza contrattuale, garanzie, mercato locale e spese di manutenzione. Aspetti, questi, che non vengono cancellati con un colpo di spugna da una riduzione dell’aliquota, per quanto golosa possa apparire.


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