“Nana borgatara”. Due parole affidate a un post su Facebook hanno scatenato una polemica che va ben oltre l’offesa a Giorgia Meloni e investe un tema delicato: il rapporto tra magistratura, istituzioni e social network. Al centro della vicenda c’è Alessandro Di Cicco, sostituto procuratore a Roma, il cui profilo avrebbe ospitato un messaggio durissimo contro la presidente del Consiglio, dopo la decisione di non firmare il provvedimento relativo agli aumenti retributivi dei magistrati.
Il post è stato successivamente rimosso, ma la vicenda ha provocato imbarazzo nella categoria, inducendo l’Associazione nazionale magistrati a prendere le distanze dal contenuto e a richiamare l’esigenza del rispetto istituzionale. C’è, tuttavia, un elemento fondamentale: Di Cicco ha negato di essere l’autore del messaggio, sostenendo che il proprio profilo Facebook sarebbe stato hackerato. Il magistrato ha raccontato di essere stato a cena con alcuni amici e di aver lasciato il telefono in automobile. Una volta ripreso il dispositivo, avrebbe trovato diverse notifiche e si sarebbe accorto della pubblicazione del contenuto incriminato, provvedendo a cancellarlo. Ha inoltre dichiarato di aver presentato denuncia alla polizia presso il commissariato di Palazzo di Giustizia, a Roma. Una versione che dovrà essere verificata dagli accertamenti del caso e che, fino a quando non saranno chiarite le circostanze, impedisce di attribuirgli con certezza la paternità dell’insulto.
La prudenza è doverosa: anche quando una vicenda coinvolge la presidente del Consiglio, le garanzie non possono essere messe da parte. Ciò non toglie che il contenuto del messaggio, se effettivamente riconducibile a chi esercita una funzione giudiziaria, sollevi interrogativi importanti. La polemica è nata dalla posizione espressa da Meloni sugli aumenti stipendiali delle toghe. La premier ha spiegato di non poter firmare, in coscienza, un decreto che avrebbe comportato lo stanziamento di quasi un miliardo di euro, sottolineando come quella cifra fosse dieci volte superiore alle risorse che il governo stava cercando per affrontare le difficoltà dell’autotrasporto e scongiurare il blocco delle consegne delle merci. Ha comunque manifestato la disponibilità a discutere con le rappresentanze della magistratura per individuare una soluzione. Il confronto riguarda dunque le priorità nell’impiego delle risorse pubbliche, in una fase economica complessa. I magistrati hanno il diritto di rivendicare il rispetto delle norme che disciplinano i loro trattamenti economici. L’Anm ha ribadito che gli adeguamenti sono previsti dalla legge, sostenendo che gli importi effettivi sarebbero sensibilmente inferiori a quelli circolati nel dibattito pubblico, e ha respinto l’idea che la magistratura possa diventare il capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Posizioni legittime, che possono essere discusse nel merito senza trasformare una questione di bilancio in uno scontro tra poteri dello Stato.
Il problema nasce quando il confronto abbandona le argomentazioni e scivola nell’aggressione personale. Definire la presidente del Consiglio con un epiteto offensivo, se davvero il messaggio fosse stato scritto dal magistrato, sarebbe una caduta difficilmente conciliabile con la sobrietà richiesta a chi esercita una funzione pubblica tanto delicata. Chi amministra la giustizia non deve soltanto essere imparziale: deve anche apparire imparziale agli occhi dei cittadini. La fiducia nella giustizia dipende dalla correttezza delle decisioni, dal rispetto delle procedure e dalla percezione che chi esercita il potere giudiziario sappia mantenere la necessaria distanza dalle passioni politiche e dalle contese personali. Un magistrato che insultasse pubblicamente il capo del governo rischierebbe di alimentare dubbi sulla propria capacità di mantenere un atteggiamento equilibrato nei confronti di persone appartenenti a schieramenti diversi. Questo non significa che un post dimostri automaticamente una mancanza di imparzialità nell’attività giudiziaria. Significa, però, che le manifestazioni pubbliche possono incidere sulla credibilità di chi è chiamato ad applicare la legge.
È qui che si inserisce il tema dell’autodisciplina sui social network. Facebook e le altre piattaforme sono diventati luoghi nei quali si commentano le notizie, si esprimono rabbia e indignazione e si reagisce spesso d’impulso. Ma per un magistrato il profilo personale non è mai del tutto assimilabile a quello di un qualsiasi cittadino: anche quando non viene utilizzato per comunicazioni ufficiali, l’identità professionale di chi scrive influenza inevitabilmente il modo in cui le sue parole vengono percepite. La responsabilità istituzionale non si esaurisce all’uscita dall’ufficio. Autodisciplina non significa censura né imposizione del silenzio. Significa distinguere tra il diritto di esprimere un’opinione e la tentazione di trasformare il proprio profilo in uno sfogatoio delle pulsioni individuali. Significa evitare insulti, invettive e manifestazioni di ostilità che rischiano di compromettere la credibilità di chi li pronuncia. Significa anche riflettere prima di intervenire su questioni che coinvolgono direttamente il governo o i rapporti tra i poteri dello Stato.
La vicenda Di Cicco deve essere affrontata senza processi sommari: se gli accertamenti confermeranno la sua versione, occorrerà prenderne atto; se emergeranno responsabilità, spetterà agli organismi competenti valutarle nel rispetto delle garanzie previste. Resta una lezione che prescinde dall’esito della vicenda: la credibilità delle istituzioni passa anche dalla capacità dei loro rappresentanti di governare le proprie parole. Un magistrato può criticare il governo, contestare una scelta economica e difendere i propri diritti. Deve però ricordare che la sua autorevolezza non deriva dalla possibilità di parlare più duramente degli altri, ma dalla capacità di esercitare una funzione che richiede equilibrio, indipendenza e rispetto. Anche quando scrive dietro una tastiera.
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