Un paese per eroi | Giustizia Insieme


1. Il rinnovato tentativo compiuto in ambiti politico‑istituzionali del massimo livello, quale quello parlamentare, di screditare l’opera di magistrati da decenni coraggiosamente impegnati, nel solco dell’insegnamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in procedimenti riguardanti la criminalità organizzata offre un’ulteriore, seppur non auspicata, occasione per riflettere sui rapporti tra potere giudiziario ed altri poteri.

Sfortunatamente l’impressione che si trae dall’analisi delle relazioni generate dal confronto tra poteri dello Stato è che essi sempre più spesso vengano attraversati da conflitti la cui genesi è determinata da non sani sentimenti di rivalsa: in particolare, questo sembra accadere quando il confronto ha ad oggetto figure di Magistrati attivi sul piano delle iniziative dirette ad alzare lo sguardo in direzione di autentici santuari innominabili o intoccabili. Puntuale, seppur postuma, viene scagliata l’arma della delegittimazione personale che, tuttavia, inevitabilmente finisce con il colpire l’intero ordine giudiziario e la sua credibilità agli occhi della collettività. Questa, peraltro, come ha chiaramente dimostrato il recente esito referendario, è ormai svezzata e, secondo quanto emerge anche da recenti sondaggi, appare ben in grado di sventare la minaccia, valutando con maturità di giudizio critico ogni specifica situazione.

2. Le tragedie che hanno colpito la magistratura italiana hanno smentito il celebre assunto secondo cui è felice la nazione che non ha bisogno di eroi. L’Italia ha avuto bisogno di due eroi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, del loro coraggio, della loro lungimiranza, del loro acume non solo per investigare e mettere alle corde la mafia, ma anche per eradicare un modo compiacente e protettivo di concepirla, diffuso nelle istituzioni pubbliche e politiche e imperniato sulla conseguente, spudorata negazione del fenomeno.

Queste due figure, ormai meritatamente consegnate alla storia del nostro Paese, hanno plasmato intere generazioni di altri magistrati che hanno appreso la loro lezione e recepito i loro metodi, fondati sul rigore logico e sulla solidità probatoria. Il loro criterio professionale ha sempre resistito nel tempo alle insidie della strumentalizzazione politica grazie alla voluta recisione di qualsiasi possibile legame tra l’attività giudiziaria e le relative ripercussioni in quel campo.

Si sono succeduti in quel metodo magistrati tutt’altro che sideralmente distanti dal mondo eroico di Falcone e Borsellino, ma, al contrario, devoti e fedeli ai loro elevatissimi ideali, anche a prezzo di gravi pericoli personali. Tentare di incrinare l’immagine di chi, in oltre trent’anni e fino ad oggi, in più vesti, non ha mai cessato di dedicare il proprio impegno alla causa della legalità e dell’emancipazione democratica contraddice la speranza e la fiducia che la comunità ragionevolmente ripone in essi e, soprattutto, rischia di gettare un’ombra sui grandi progressi che, in termini di disvelamento di verità nascoste perché indicibili, la loro opera ha prodotto.

L’impegno di questa schiera di valorosi magistrati ha permesso di conseguire risultati di fondamentale importanza nel campo dell’esplorazione e della ricerca di verità alternative a quelle che per anni avevano, incontrastate, dominato la scena pubblica. Proprio la strage di via D’Amelio ha potuto infine beneficiare dell’opera della magistratura requirente di Caltanissetta, che ha saputo, con raziocinante pazienza e indomita volontà, snidare i colossali depistaggi diretti a impedire che affiorasse la verità, così umiliando il sacrificio di Paolo Borsellino e precludendo per una lunga stagione l’individuazione di menti e mani colpevoli dell’eccidio.

3. È davvero triste, e suscita sentimenti di amarezza e sbigottimento, la beffa che il destino sembra oggi riservare a chi era allora al vertice di quella magistratura in qualità di Procuratore Generale presso la stessa Corte d’Appello e viene oggi addirittura additato come autore di condotte a loro volta giudicate come indirizzate, in tutt’altro contesto ed in veste istituzionale diversa (che avrebbe necessariamente postulato il rispetto delle garanzie costituzionalmente spettanti a chi è eletto dal popolo italiano) e con modalità sideralmente differenti da quelle proprie degli autentici, criminali depistaggi del passato, a sviare la ricerca della verità. Lo sgomento indotto da una siffatta visione è solo pari all’incredulità che essa ha generato negli osservatori più avvertiti e psicologicamente distaccati.

Ribaltare la lettura delle biografie giudiziarie, con l’inevitabile corteo di screditanti e avvilenti ricadute politiche, impone che l’opinione pubblica acquisisca piena consapevolezza che certe conquiste giudiziarie in materia di criminalità organizzata sono, da un canto, un irretrattabile bene comune e, dall’altro, il frutto dello svolgimento costante di ruoli pubblici all’insegna dell’integrità e dell’assenza di qualsiasi ombra nell’operato dei loro titolari, nel passato come nel presente.

Questa consapevolezza deve crescere affinché non venga disperso il consolidato patrimonio di riconoscenza e fiducia accumulato faticosamente della magistratura che si è occupata, negli anni successivi al 1992, di temibilissime associazioni delittuose, con frutti proiettati nel futuro e raccolti nel presente da altri integerrimi colleghi.

Grande è l’aspettativa che la comunità nazionale nutre rispetto a una responsabile ed equa presa di coscienza del valore di questa magistratura da parte della politica. Insistere nella denigrazione comporta un prezzo in termini di discredito istituzionale che oggi l’Italia non merita né è in grado di sopportare senza che venga lacerata la coesione sociale ed alterato l’equilibrio dei poteri.

Tale esercizio di self‑restraint è il più doveroso omaggio alla memoria dei nostri eroi.


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