Indagine Confcom-Istituto Tagliacarne: perdita annua di 4,4 miliardi, pari allo 0,2% del Pil. A soffrire di più sono il piccolo commercio alimentare, non alimentare e i bar. Sangalli: “Dal governo risorse ai Comuni per riaprire i locali vuoti”.
Le città italiane rischiano di desertificarsi sempre di più, soffocate dal fenomeno dei locali commerciali abbandonati. Secondo la prima stima condotta dall’Ufficio Studi di Confcommercio in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne, entro il 2026 i negozi sfitti sul territorio nazionale raggiungeranno quota 458 mila, arrivando a rappresentare ben il 17% dell’offerta totale dei locali commerciali.
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L’analisi, presentata dal direttore Mariano Bella, mappa una crisi strutturale che colpisce in modo disomogeneo il Paese, ma che evidenzia criticità profonde soprattutto nel piccolo commercio e nei servizi. A pagare il prezzo più alto di questa trasformazione economica sono il piccolo commercio non alimentare, che da solo conta circa 172 mila vetrine spente, e il settore della ristorazione e dei bar, dove si stimano quasi 90 mila locali vuoti. La piaga dello sfitto mostra picchi particolarmente severi in alcuni comparti specifici: tra i negozi tradizionali, abbigliamento, calzature e articoli per la casa registrano tassi di abbandono superiori al 20%, ma la situazione appare ancor più drammatica per le agenzie di viaggio, dove la percentuale di locali non attivi supera il 34%. Sotto pressione anche la cura della persona, con i saloni di parrucchiere ed estetista che mostrano livelli di sfitto vicini al 23%.
L’analisi territoriale rivela una spaccatura geografica netta. Il fenomeno risulta decisamente più marcato nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 19,4%, rispetto a un Nord-Est che registra l’incidenza più contenuta, pari al 13,8%. Anche il livello di urbanizzazione gioca un ruolo cruciale nella tenuta del tessuto commerciale: nei piccoli Comuni rurali o scarsamente popolati si tocca la punta massima del 18,7% di saracinesche abbassate, mentre nelle grandi città e nei centri urbani intermedi la quota si attesta intorno al 16%. A preoccupare non è solo l’ampiezza quantitativa del fenomeno, ma anche la sua prolungata persistenza nel tempo.
In media, tra il 2012 e il 2023, la durata dell’inutilizzo di un locale commerciale è stata calcolata in ben 7,2 anni. Considerando un canone medio annuo stimato dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare in circa 16mila euro a prezzi attuali, ciascun negozio vuoto genera un mancato guadagno complessivo di 116mila euro lungo l’intero periodo di sfitto. Per l’intero sistema economico italiano si traduce in una perdita vertiginosa da 53 miliardi di euro complessivi, pari a circa 4,4 miliardi di euro all’anno, un valore che equivale allo 0,2% del Prodotto Interno Lordo nazionale.
Il Responsabile del Settore Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcom, Paolo Testa, ha sottolineato che “il negozio di vicinato sta attraversando una profonda trasformazione culturale e politica: non viene più considerato semplicemente come un’attività d’impresa, ma come una vera e propria infrastruttura civica indispensabile per la vita urbana”. È questa la visione fondante di “Cities”, il progetto di Confcommercio nato con l’obiettivo di portare il valore sociale delle imprese di prossimità al centro dell’agenda delle istituzioni nazionali ed europee. Un locale di vicinato garantisce infatti presidio e sicurezza grazie alle sue vetrine accese, crea legami umani che alimentano una rete di welfare invisibile nei quartieri e contribuisce a mantenere lo spazio pubblico curato, vivo e vivibile.
Per affrontare la riqualificazione dei centri urbani, la strategia proposta da Confcommercio punta a superare l’approccio basato sull’emergenza, introducendo un metodo strutturale e duraturo. Se da un lato il sostegno all’offerta attraverso contributi ai singoli negozi rimane un elemento utile, la vera priorità risiede nella rigenerazione della domanda urbana. È necessario intervenire sulle condizioni generali di vivibilità, sicurezza, attrattività e qualità dell’abitare per spingere i cittadini a tornare a vivere, frequentare e fare acquisti nei propri quartieri. Il percorso operativo delineato richiede che ogni città si doti di un proprio Piano d’Azione Territoriale, uno strumento strategico pensato per riaprire i locali sfitti, rivitalizzare i centri storici e restituire energia ai quartieri periferici. Per rendere concreti questi piani, Confcommercio evidenzia la necessità impellente che l’Italia stanzi adeguate risorse finanziarie a supporto dei Comuni.
Queste proposte saranno al centro del dibattito della seconda edizione del forum “inCittà 2026”, in programma a Bari il 29 e 30 ottobre presso lo Spazio Murat. L’evento rappresenterà un momento cruciale di confronto su temi caldi come la pressione immobiliare, lo spopolamento urbano, le politiche per l’economia di prossimità e il ruolo delle diverse istituzioni. Alle sessioni di lavoro parteciperanno ministri, esponenti della Commissione Europea, presidenti di Regione, rappresentanti dell’ANCI, sindaci, accademici, imprenditori e i vertici di Confcommercio, uniti dalla convinzione che una città viva comincia sempre da una vetrina accesa.
Sangalli: “Da governo risorse ai comuni per riaprire i locali vuoti”
“Quasi mezzo milione di locali sfitti, piccoli comuni e borghi senza servizi essenziali, come alimentari, edicole e farmacie: è la drammatica fotografia di una desertificazione commerciale che avanza inarrestabile impoverendo le nostre città. Per questo, chiediamo al Governo di destinare adeguate risorse ai Comuni per realizzare piani di sostegno alle economie di prossimità con l’obiettivo di riaprire i locali vuoti, favorire nuove attività e ridare vita alle comunità”. Così il presidente di Confcom, Carlo Sangalli, commenta l’analisi sui negozi sfitti in Italia presentata dalla Confederazione.
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