Tra fede e vita politica, tra spiritualità e contributo al bene comune, tra Vangelo e cultura il ponte passa dalla testimonianza di cattolici che vivono ciò in cui credono con coerenza, preparazione e umiltà. Lo insegnano i grandi maestri come Vittorio Bachelet. Ed è stata questa la prospettiva dell’incontro dedicato allo stesso Bachelet, svoltosi questo pomeriggio nella Sala del ’700 della chiesa di Sant’Ignazio a Gorizia, nel centenario della nascita del giurista, presidente dell’Azione Cattolica e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980. L’appuntamento è stato promosso dalle Azioni Cattoliche di Gorizia, Trieste, Udine e Pordenone insieme a Città dell’Uomo Aps, in collaborazione con l’arcidiocesi di Gorizia e l’Unità pastorale Porta Aperta, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia.
Ad aprire l’incontro è stato il presidente diocesano da Azione Cattolica, Paolo Cappelli, che ha collocato l’iniziativa dentro un cammino il cui intento non è solo quello di custodire la memoria di una figura significativa del cattolicesimo italiano, ma soprattutto di riportarne al centro l’eredità ecclesiale e civile, interrogandosi sulla responsabilità dei credenti di fronte alle trasformazioni della società e alle esigenze del bene comune.
La conversazione ha avuto come protagonisti Ernesto Preziosi, storico del movimento cattolico ed ex vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica, e Matteo Truffelli, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Parma, già presidente nazionale dell’associazione e oggi presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto Vittorio Bachelet. Il confronto ha seguito il filo che unisce l’intera esistenza di Bachelet: la formazione nell’associazionismo cattolico, il servizio alla Chiesa, l’attività accademica e la responsabilità nelle istituzioni repubblicane.
A guidare l’incontro è stata una domanda: che cosa significa davvero ricordare Bachelet? Non soltanto recuperare informazioni e ricostruire avvenimenti, ma “riportare al cuore” una testimonianza capace di illuminare il presente. Dentro la sua vicenda sono state cercate risposte alle fratture che attraversano anche il nostro tempo: quelle tra fede e vita, formazione e azione, competenza professionale e servizio, spiritualità e responsabilità politica.
Preziosi ha ricostruito le esperienze, gli incontri e gli ambienti che contribuirono alla formazione di Bachelet. Ne è emersa una personalità nella quale le diverse responsabilità non rappresentarono stagioni separate, ma espressioni di un’unica vocazione al servizio. Il passaggio decisivo fu la presidenza generale dell’Azione Cattolica negli anni del Concilio Vaticano II e della sua prima, complessa attuazione. Bachelet ricevette un’associazione ancora profondamente segnata dal modello precedente e la accompagnò verso una nuova consapevolezza della propria vocazione ecclesiale. La sua azione non si limitò a una riorganizzazione delle strutture, ma contribuì a ridefinire il modo nel quale i laici cristiani erano chiamati a stare nella Chiesa e nella società.
In questo contesto maturò la “scelta religiosa”, sulla quale si è concentrato Truffelli. Una formula talvolta interpretata come rinuncia dei cattolici all’impegno politico e sociale, ma che indicava in realtà una responsabilità più esigente. L’Azione Cattolica rinunciava a essere strumento di appoggio a un partito per dedicarsi in modo più netto all’evangelizzazione e alla formazione di coscienze cristiane adulte. Non invitava i credenti a ritirarsi dalla storia, ma li sollecitava ad abitarla assumendo personalmente le proprie responsabilità. La scelta religiosa, dunque, non rappresentava un disimpegno dalla società, bensì una rinnovata presenza dei laici nella Chiesa e nella vita quotidiana. Bachelet, ha sottolineato Truffelli, non immaginava una comunità cristiana estranea alla politica, ma una Chiesa che non si identificasse con una formazione partitica e fosse capace di generare laici liberi, competenti e responsabili. Il contributo dei cattolici alla vita del Paese non doveva dipendere dalla forza di un’appartenenza organizzata, ma dalla qualità delle coscienze, dalla preparazione culturale e dalla disponibilità a mettersi al servizio della comunità.
Anche la contrapposizione tra formazione e azione, è stato osservato, risulta estranea al pensiero di Bachelet. La formazione non è una preparazione indefinita che precede l’impegno, ma un processo che rende possibile un’azione consapevole e responsabile nel tempo presente.
La stessa morte di Bachelet porta impresso il segno di questa unità. Il 12 febbraio 1980 fu assassinato all’Università La Sapienza di Roma, al termine di una lezione, mentre ricopriva la vicepresidenza del Csm. La violenza terroristica colpì in lui un servitore delle istituzioni, un uomo capace di esercitare la responsabilità pubblica senza separarla dalla propria formazione cristiana. La sua testimonianza rimane così legata alla difesa della persona, della comunità e delle istituzioni democratiche.
Nella parte conclusiva lo sguardo si è spostato sulle sfide del presente, in un tempo nel quale simboli e linguaggi religiosi vengono talvolta svuotati della loro dimensione spirituale e utilizzati dalla propaganda per esasperare le contrapposizioni. Una dinamica opposta a quella indicata da Bachelet, per il quale la fede non era uno strumento identitario da rivolgere contro qualcuno, ma una sorgente di responsabilità, dialogo e servizio. Ai cattolici spetta perciò il compito di costruire relazioni e percorsi condivisi, creando reti tra associazioni e comunità ecclesiali e offrendo luoghi nei quali maturino una coscienza civile e un’autentica capacità di partecipazione.
L’incontro goriziano ha restituito così l’attualità di una delle intuizioni più feconde del cattolicesimo democratico italiano. La presenza dei credenti nella vita politica non si misura attraverso la conquista di spazi di potere, la ricerca di privilegi o la rivendicazione di un’identità contrapposta alle altre, come ha notato in chiusura l’arcivescovo di Gorizia, Giampaolo Dianin. Si riconosce nella capacità di formare persone disposte ad assumersi responsabilità, a esercitare la mediazione, a custodire le istituzioni e a cercare il bene comune anche nella complessità dei conflitti.
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