Chi dice il falso? In sintesi: l’Anm. Per comprendere il motivo è necessario addentrarsi in questioni un po’ tecniche. L’adeguamento degli stipendi dei magistrati viene stabilito su base triennale, facendo una media pro capite degli incrementi ottenuti dalle altre categorie del pubblico impiego nel triennio precedente. L’Istat per decenni ha prodotto questo calcolo nel modo più banale e corretto possibile: facendo la media ponderata, ovvero dando a ogni comparto il peso corrispondente alla propria numerosità.
Nelle stime per il Dpb, i tecnici del Mef hanno previsto un costo per adeguare alle sentenze il Dpcm relativo al triennio 2021-23 di 241 milioni di euro (209 per gli arretrati e 32 a regime) e per il Dpcm relativo al triennio 2024-26 di 738 milioni (518 per gli arretrati e 220 a regime): in tutto 979 milioni. La differenza di costo, così ampia, per i due Dpcm è dovuta in parte al fatto che l’incremento per il secondo triennio è notevole (+5,63 punti percentuali) e in parte perché questa percentuale agisce su una base a sua volta incrementata dalla sentenza relativa al triennio precedente: la crescita dei due Dpcm agisce come un interesse composto.
Ma l’Anm sta diffondendo stime effettuate oltre un anno fa, nettamente inferiori, perché relative solo al Dpcm del 6 agosto 2021 (triennio 2021-23), occultando completamente gli effetti sul Dpcm del 3 giugno 2024 (triennio 2024-26). E’ vero che i ricorsi relativi al secondo triennio in questione sono ancora sub iudice, ma ci sono state già tre sentenze concordanti del Tar Lazio di accoglimento dei ricorsi dei magistrati (ordinari e amministrativi) che sono, ovviamente, in linea con i pronunciamenti definitivi del Consiglio di stato relativi al triennio 2021-23. L’impatto sui conti pubblici di queste sentenze, stimato dalla Rgs, è come detto di 738 milioni di euro: tre quarti del miliardo (979 milioni) stanziato dal governo.
I calcoli aggiornati, che circolano nei ministeri che si occupano della vicenda, sono presto fatti. L’effetto combinato delle sentenze sui due cicli di rinnovi triennali, per un giovane magistrato ordinario che dal 2021 al 2026 ha nel frattempo ottenuto una prima valutazione di professionalità è di circa 14 mila euro netti di arretrati (circa 29 mila euro lordi), a cui vanno aggiunti circa 5 mila euro netti annui a regime (10 mila lordi). A questi costi vanno sommati circa 14 mila euro di oneri a carico dell’amministrazione pubblica (contributi, Tfr, Irap, etc.) che portano il totale per il bilancio pubblico a circa 53 mila euro.
Per un magistrato anziano con settima valutazione di professionalità, da 30 a 35 anni di servizio, gli arretrati ammontano a 30 mila euro netti (64 mila lordi), a cui vanno aggiunti 10.500 euro netti annui a regime (22 mila lordi) e 32 mila euro di oneri a carico della Pa: in totale fanno 118 mila euro di costo per il bilancio pubblico (quindi oltre la stima conservativa “fino a 100 mila euro” fatta dal Sole 24 Ore). L’incremento salariale prodotto dalle sentenze è, a regime, pari al 10 per cento, in attesa dei nuovi aumenti per il 2027-29. A queste somme vanno inoltre aggiunti gli effetti sul Tfr, che per i magistrati viene calcolato con metodo retributivo (ultimi anni di stipendio).
Insomma, l’Anm ha in questi giorni fatto disinformazione e accusato ingiustamente di aver diffuso “falsità” i giornalisti che hanno fatto scrupolosamente il proprio lavoro. “Non siamo noi a dover dare la cifra finale, non è nostro compito”, ha detto a Repubblica il presidente dell’Anm Tango mentre diffondeva numeri falsi. Il peggior modo di essere incoerenti.
C’è però ancora un modo per far avvicinare le stime dell’Anm alla realtà: ritirare tutti i ricorsi già vinti al Tar del Lazio sul triennio 2024-26. I contribuenti risparmierebbero 738 milioni di euro e i magistrati potrebbero dire, stavolta a ragione, che il governo Meloni aveva esagerato nel voler dare alle toghe un sacco di soldi che ora, di fronte alla difficile situazione economica del paese, i magistrati non vogliono più. In alternativa, l’Anm dovrebbe scusarsi per aver inquinato il dibattito pubblico diffondendo dati farlocchi.
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