Cristina Agazzi: «Non siamo misuratori delle persone»


Da 37 anni insegna e difende i diritti dei ragazzi: «La scuola deve formare persone, non soltanto bravi studenti».

Cristina Agazzi insegna da 37 anni e affianca al lavoro quotidiano con gli studenti una riflessione pubblica sulla scuola, sui diritti e sulla società. Nei suoi scritti la Costituzione non è un insieme di principi astratti, ma un riferimento concreto per interrogarsi sulle ingiustizie e sulle responsabilità di ciascuno. Dall’infanzia in una famiglia operaia alle battaglie per il diritto allo studio, dalle esperienze di solidarietà alle critiche verso le recenti riforme scolastiche, racconta un impegno civile nato dalla convinzione che la scuola debba offrire opportunità, non alimentare disuguaglianze. E rivendica il diritto dei giovani a essere ascoltati, sostenuti e riconosciuti nella loro dignità, al di là dei risultati scolastici.

Le radici di un impegno

Cristina, prima dell’insegnante e della donna che oggi prende pubblicamente posizione, c’è una storia personale. Quali esperienze, incontri o momenti della sua vita hanno contribuito a formare il suo senso di giustizia e il suo rapporto con la Costituzione?

«Non vorrei rischiare di essere retorica, ma il mio senso di giustizia nasce dalla mia famiglia numerosa e povera: quattro figli di un operaio. I miei genitori hanno deciso di sacrificare tutto per farci studiare, senza mai recriminare nulla, convinti che il sacrificio, la fatica e l’impegno ci avrebbero garantito un futuro migliore. E questo senza invidiare le condizioni molto più facili dei ricchi, anzi cercando sempre di aiutare chi aveva più bisogno.

Dietro quella scelta c’era la convinzione che la società fosse regolata dal valore supremo della giustizia e che anche a noi, lavorando moltissimo, sarebbe stato garantito il diritto ai livelli più alti di istruzione e a un lavoro gratificante, conforme alle nostre capacità e aspirazioni.

I miei genitori hanno rischiato tutto, ma i valori espressi dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, la costruzione dell’Europa unita, la fede e la politica vissute concretamente negli oratori e nelle piccole sezioni di partito creavano un clima culturale e sociale che rendeva possibile aprirsi al futuro.

Quel futuro che, a mio giudizio, è stato sottratto ai nostri ragazzi da una generazione di adulti che ha distrutto il pianeta, ha creduto soltanto nel successo economico, ha riportato la guerra al centro della scena e ha sacrificato ogni valore che andasse oltre l’interesse individuale.

Per questo sono fermamente convinta che noi adulti, soprattutto se lavoriamo nella scuola, dobbiamo mostrare esplicitamente la nostra vicinanza ai giovani, che troppo spesso vengono messi a tacere, ridicolizzati, minacciati, dileggiati e mai davvero ascoltati.

Credo anche che la politica dovrebbe proporre con urgenza il diritto di voto a 16 anni. In un Paese che invecchia, il peso elettorale dei giovani è sempre più ridotto. Chi vuole vincere le elezioni tende così a privilegiare temi che interessano maggiormente le generazioni adulte e anziane: più pensioni che aiuti ai precari, più sicurezza che scuola, più nostalgia di mitici bei tempi andati che progetti a lungo termine.

Si dice che i sedicenni non siano abbastanza maturi. Ma sono proprio loro a dover affrontare le conseguenze della crisi ambientale, del debito pubblico e delle decisioni che prendiamo oggi. Se non diamo maggiore peso alla loro voce, rischiamo di togliere ai giovani anche la speranza che il loro voto possa contare e di spegnere ogni residua fiducia nel futuro».

Quando i principi incontrano la realtà

Nei suoi scritti torna spesso la distanza fra i diritti riconosciuti dalla Costituzione e ciò che accade nella vita quotidiana. C’è stato un episodio, magari vissuto a scuola o incontrando una persona, che le ha fatto sentire con particolare forza questa contraddizione e l’ha spinta ad agire? Ci racconta che cosa è successo?

«L’articolo 34 della Costituzione afferma: “La scuola è aperta a tutti”. Eppure, dopo 37 anni di insegnamento in un liceo scientifico, ho toccato con mano, con sorpresa, dolore e un profondo senso di impotenza, quanto questo principio possa essere disatteso proprio a scuola.

Conoscevo già i dati sulla relazione tra insuccesso scolastico e disagio socioeconomico e culturale. Ma quando i numeri diventano volti e storie di persone con cui condividi ogni giorno la vita scolastica, la contraddizione ti ferisce profondamente e ti mostra la tragedia che si nasconde dietro le statistiche.

Lo scorso anno, dopo molti anni trascorsi a insegnare nel triennio, sono tornata in una prima liceo scientifico. Ho incontrato ragazzi meravigliosi, accoglienti, impegnati, rispettosi, che si aspettavano tanto dalla scuola ed erano disposti a collaborare tra loro e con i docenti.

Già a ottobre, però, ci siamo accorti che sette di loro avevano scelto il liceo scientifico senza una reale consapevolezza del percorso. Alcune famiglie non conoscevano bene le differenze tra gli indirizzi, altre erano appena arrivate in Italia e avevano ricevuto un orientamento inadeguato. Altri ragazzi pensavano di poter compensare qualsiasi difficoltà con l’impegno.

Abbiamo cercato subito di avviare un riorientamento, ma è stato difficilissimo. Le cosiddette passerelle tra indirizzi esistono sulla carta, ma mancano docenti che accompagnino concretamente il passaggio. Molti genitori non conoscevano la lingua italiana né il funzionamento del sistema scolastico. Un mediatore culturale è arrivato soltanto ad aprile, dopo numerose insistenze.

Uno di questi studenti, arrivato da poco dal Pakistan, aveva soprattutto difficoltà linguistiche. La tanto proclamata alfabetizzazione si è ridotta a tre o quattro ore settimanali, durante le quali usciva dalla classe insieme ad altri ragazzi che non conoscevano l’italiano. Il sostegno è durato soltanto da novembre a gennaio. Poi si è interrotto.

Questi ragazzi hanno dato il massimo. Noi insegnanti abbiamo cercato di valorizzarli e incoraggiarli, spiegando continuamente che i voti non definiscono né l’intelligenza né il valore di una persona. Ma le difficoltà oggettive e le conoscenze di base mancanti hanno portato alla non ammissione alla classe successiva.

Questo sarebbe stato anche accettabile se avessero potuto ricominciare in un istituto professionale, dove avrebbero probabilmente trovato un percorso più adatto, recuperando autostima e fiducia. Invece abbiamo scoperto che gli istituti ai quali ci siamo rivolti avevano già esaurito i posti e non accettavano nuovi iscritti, se non i propri studenti bocciati.

Ho scritto, telefonato, chiesto e pregato ovunque. Niente da fare.

È inaccettabile che un ragazzo che sbaglia scelta a 14 anni possa ritrovarsi senza una vera possibilità di cambiare strada. Può soltanto reiscriversi allo stesso indirizzo, rischiando un’altra bocciatura e sentendosi ancora più rifiutato e inadeguato. Esistono alcune possibilità nei centri di formazione professionale, ma spesso anche questi sono pieni e non offrono lo stesso percorso verso il diploma.

Come possiamo pretendere che i giovani abbiano fiducia nelle istituzioni se la scuola fa pagare loro per anni un errore compiuto quando erano poco più che bambini?

Perché non si creano nuove classi negli istituti professionali? Perché queste scuole non vengono adeguatamente sostenute con finanziamenti e personale? Investire nei professionali significa incidere davvero sulla società, perché accolgono molti dei ragazzi che vivono nelle condizioni socioculturali più fragili e hanno maggiormente bisogno di un’istruzione che funzioni.

Dopo aver condiviso la lotta quotidiana dei miei studenti, averli visti passare dal sorriso della speranza alla tristezza della sfiducia e aver cercato di non far spegnere i loro sogni, non riesco ad accettare questo spreco di giovani vite.

Mi torna in mente don Milani, quando descriveva una scuola come “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Temo che, sotto molti aspetti, siamo ancora troppo vicini a quella realtà».

Dalle parole alle azioni

Lei non si limita a esprimere opinioni: scrive lettere, interviene nel dibattito pubblico e cerca di richiamare l’attenzione su questioni che ritiene importanti. Vorremmo conoscere il percorso concreto di questo impegno. Quali iniziative sente più significative, come sono nate, chi ha incontrato lungo la strada e che cosa hanno prodotto, anche sul piano umano?

«In 37 anni di insegnamento, iniziato quando avevo 23 anni, ho vissuto moltissime esperienze significative.

Ricordo i primi anni Novanta, quando tenevo gratuitamente lezioni pomeridiane ai ragazzi albanesi appena arrivati in Italia. Alcuni non avevano nemmeno vestiti di ricambio. Quei ragazzi hanno poi proseguito gli studi, si sono laureati e una di loro è diventata insegnante.

Negli anni Duemila ho accompagnato alle gare di matematica a Milano un ragazzo intelligentissimo, proveniente da una famiglia gravemente problematica, che si trovava agli arresti domiciliari. Ogni due o tre ore dovevo telefonare ai carabinieri. Quel ragazzo arrivò in finale e potrà ricordare per sempre quel momento di riscatto, nonostante la sua vita sia rimasta molto difficile.

Un’esperienza fondamentale è stata poi la nascita, nel 2013, del Falcone High School Choir and Band, un progetto che riunisce studenti di indirizzi diversi attraverso la musica corale e strumentale e la recitazione di testi che accompagnano le canzoni.

È nato grazie all’impegno di alcuni insegnanti, nessuno dei quali docente di musica, materia che non è prevista nei nostri indirizzi, ed è sempre stato sostenuto dalla dirigenza.

L’obiettivo è costruire relazioni, sviluppare il senso di appartenenza, permettere a ciascuno di esprimere le proprie inclinazioni artistiche e affrontare insieme le difficoltà di una produzione musicale e teatrale.

Soprattutto, significa consentire ai ragazzi di essere visti in modo diverso da quanto raccontano i voti.

L’esperienza è stata così importante che, nello spettacolo del decennale, erano presenti sul palco studenti di 15 anni insieme a ex studenti di 28, già laureati, tornati per testimoniare quanto quel progetto avesse lasciato nelle loro vite.

Un’altra iniziativa alla quale tengo moltissimo è il peer tutoring di matematica. Alcuni studenti, preparati e seguiti dai docenti, dedicano ogni settimana la sesta ora ad aiutare compagni più piccoli o in difficoltà.

Chi riceve aiuto può fare domande senza paura di essere valutato e trova spiegazioni con un linguaggio e strategie più vicini alla propria età. Ma il progetto è altrettanto importante per i tutor, che imparano a comunicare, a condividere conoscenze e a sentirsi utili per gli altri.

Attraverso queste esperienze ho incontrato colleghi splendidi, che credono ancora nel valore educativo della scuola e nella necessità di formare belle persone, non soltanto bravi studenti.

Ho ricevuto e continuo a ricevere conferme professionali e soprattutto umane straordinarie. Per questo posso soltanto essere grata, fiera e profondamente commossa».

La scuola come luogo di Costituzione

La scuola occupa un posto centrale nella sua vita. Nei suoi articoli difende il diritto allo studio, la dignità degli studenti e la necessità di ascoltarli prima di giudicarli. Che cosa le hanno insegnato i ragazzi, in tutti questi anni, sul significato di uguaglianza, libertà e responsabilità? C’è una storia che porta ancora con sé?

«I ragazzi mi hanno insegnato tantissimo. In tutti questi anni ho incontrato storie straordinarie e sarebbe difficile sceglierne una sola.

Molti miei ex studenti sono diventati insegnanti bravissimi, impegnati e appassionati. Alcuni oggi sono miei colleghi e spesso sono io a imparare da loro, a chiedere il loro aiuto e i loro consigli.

C’è poi un ragazzo che nel 2019 frequentava la quarta. Ha subito un gravissimo incidente, è rimasto in coma e ha affrontato diversi interventi chirurgici alla testa. Durante i lunghi mesi del lockdown è stato anche privato della necessaria riabilitazione.

Ha dovuto accettare che non sarebbe più tornato il ragazzo affascinante, eclettico, sportivo, veloce di mente e di corpo che era prima.

Eppure non si è arreso. Ha lavorato giorno e notte, con una tenacia e una fatica enormi. Oggi, dopo tanti anni, riesce ogni tanto, con immenso sforzo, a sostenere un esame universitario, pratica atletica a livello amatoriale e continua a sorridere con una sincerità commovente ogni volta che ci incontriamo per un aperitivo insieme ad alcuni ex compagni.

La sua storia mi ha insegnato moltissimo sulla forza, sulla dignità e sul significato profondo della responsabilità verso se stessi.

Vorrei ricordare anche un ex rappresentante d’istituto che, proprio nell’impegnativo anno della maturità, ha dedicato moltissimo tempo alla scuola. Ha saputo dialogare con tutte le componenti scolastiche e guidare gli studenti del nostro grande istituto in una protesta giusta e pacata nei confronti di un dirigente con cui il rapporto era diventato molto difficile.

Oggi frequenta l’università e ha conservato intatto il suo senso di responsabilità e di impegno civile. Proprio recentemente ha scritto una lettera coraggiosa agli studenti della sua ex scuola, inviandola anche ai giornali.

Leggerla mi ha resa fiera di essere stata la sua insegnante e profondamente commossa. Giovani così meriterebbero un futuro migliore di quello che stiamo lasciando loro».

La fatica e il valore di esporsi

Prendere posizione, soprattutto quando significa mettere in discussione abitudini e decisioni consolidate, può avere un costo personale. Ha mai attraversato momenti di solitudine, scoraggiamento o dubbio? E che cosa, invece, le ha dato la forza di continuare?

«Momenti di solitudine, scoraggiamento e dubbio ne ho vissuti tantissimi e ne vivo ancora.

In questo momento storico sono particolarmente angosciata da una scuola che, a mio giudizio, sta trascurando i suoi problemi più grandi per concentrarsi sulla colpevolizzazione dei ragazzi e sulla celebrazione di un passato che non è mai stato come oggi viene raccontato.

Mi sento sola soprattutto perché vorrei che molti più insegnanti prendessero posizione.

Penso, per esempio, alla riforma del voto in condotta. Si vuole far credere che bastino divieti e punizioni per modificare il comportamento degli studenti. Ma la scuola è una comunità educante, non un luogo in cui l’autorità può essere costruita soltanto attraverso le sanzioni.

Le nuove regole prevedono la non ammissione alla classe successiva con un voto di comportamento inferiore a sei decimi. Un sei comporta invece un giudizio sospeso, con la richiesta di un elaborato critico in materia di cittadinanza attiva e solidale. Inoltre, il punteggio massimo del credito scolastico può essere attribuito soltanto con un voto di comportamento pari o superiore a nove decimi.

Mi preoccupa soprattutto il rischio che strumenti pensati per affrontare comportamenti gravi possano incidere anche sulle forme di dissenso e di partecipazione degli studenti.

Trovo inoltre contraddittorio che un ragazzo possa ottenere un buon voto in educazione civica e contemporaneamente essere considerato insufficiente sul piano del comportamento.

Nessuna punizione, da sola, può produrre un cambiamento profondo. Per affrontare il bullismo, il disagio psicologico, le dipendenze o le difficoltà familiari servono percorsi educativi costruiti con insegnanti, psicologi, educatori e famiglie. Bisogna intervenire sulle cause, non soltanto sulle conseguenze.

Lo stesso vale per l’autorevolezza dei docenti. Ci sono insegnanti straordinari, ma anche persone impreparate o incapaci di distinguere la valutazione di una prestazione dal valore dello studente. Davvero pensiamo che attribuire voti più bassi in condotta possa restituire autorevolezza a chi non riesce a costruire una relazione educativa?

Un altro tema sul quale avrei voluto una protesta più compatta degli insegnanti riguarda le misure annunciate per limitare la presenza di alunni stranieri nelle classi, con disposizioni destinate a trovare applicazione dall’anno scolastico 2027-2028.

Il provvedimento è stato ridimensionato rispetto alle prime ipotesi: sono stati introdotti criteri più articolati e possibili deroghe. Sarebbe quindi sbagliato descriverlo come un’espulsione generalizzata degli studenti stranieri.

Resta però, secondo me, un messaggio politico preoccupante: portare la contrapposizione tra italiani e stranieri dentro la scuola, proprio nel luogo in cui dovremmo costruire la convivenza.

Le difficoltà linguistiche esistono e vanno affrontate seriamente. Un bambino che non conosce l’italiano ha bisogno di insegnanti preparati, tempo, mediatori culturali e sostegno continuativo. Anche la classe che lo accoglie deve essere messa nelle condizioni di lavorare bene.

Nei quartieri dove vivono molte famiglie immigrate, dove dovrebbero andare i bambini che superano la quota prevista? Con quali trasporti, quali costi e quali conseguenze sulla vita quotidiana? E anche quando una diversa distribuzione degli iscritti fosse possibile, spostare un bambino in un altro edificio non significa avergli insegnato l’italiano.

Lo stesso vale per i genitori. Imparare la lingua è fondamentale per seguire i figli e partecipare alla vita della comunità. Ma prima di prevedere sanzioni da 200 a mille euro per chi non frequenta i corsi, bisogna garantirne l’effettiva accessibilità.

Come può frequentare un corso una madre che non sa a chi lasciare i bambini o un lavoratore i cui turni coincidono con le lezioni, magari in una condizione di grave sfruttamento?

Altrimenti rischiamo soltanto di umiliare chi avrebbe bisogno di aiuto e di indebolirne ulteriormente la fiducia nelle istituzioni.

C’è un dato che dovrebbe essere al centro della discussione: nel 2025 l’abbandono scolastico precoce tra i giovani di 18-24 anni con cittadinanza straniera raggiungeva il 26,2%, contro il 6,7% dei coetanei italiani. È una distanza che impone di interrogarsi sulle condizioni economiche delle famiglie, sul sostegno linguistico, sull’orientamento e sulle opportunità offerte a questi ragazzi.

Servono docenti stabili, mediatori, tempo pieno e servizi nei quartieri più fragili. Sono queste le condizioni perché l’integrazione riesca e la qualità dell’insegnamento migliori per tutti.

Non dimentichiamo, inoltre, che in molti piccoli comuni la presenza di alunni stranieri ha contribuito a mantenere aperte scuole che altrimenti avrebbero rischiato la chiusura, anche a danno dei bambini italiani.

La Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e stabilisce che la scuola sia aperta a tutti.

Invece rischiamo di alzare muri destinati a pesare negativamente sul futuro, soprattutto su quello delle nuove generazioni.

È contro queste contraddizioni che credo gli insegnanti debbano trovare il coraggio di prendere posizione».

La Costituzione che lasciamo ai giovani

Guardando al futuro, che cosa vorrebbe cambiasse nel modo in cui viviamo la Costituzione? E se potesse lasciare ai suoi studenti, e più in generale alle nuove generazioni, non una lezione ma un’esperienza, un gesto o un insegnamento della sua vita, quale sceglierebbe?

«Vorrei lasciare ai giovani l’immagine di una scuola viva, attenta alle persone, capace di distinguere chiaramente la valutazione delle prestazioni dal rapporto educativo.

Una scuola che non pretenda di misurare l’intelligenza, la personalità o il valore umano dei ragazzi.

Per spiegare che cosa intendo, vorrei partire dalla nuova griglia di valutazione del colloquio dell’esame di maturità 2026. Dopo 37 anni di insegnamento, anche come commissaria e presidente d’esame, sono profondamente contraria all’introduzione di un indicatore relativo al “grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio”.

Questo indicatore può valere fino a cinque punti sui venti complessivi del colloquio: un quarto del punteggio.

La griglia distingue cinque livelli, da una maturazione considerata molto parziale fino a un grado elevato di autonomia e responsabilità, attribuendo punteggi che possono differire anche di mezzo punto.

Ma quale docente può pretendere di stabilire, con mezzo punto in più o in meno, il grado di maturità personale di un ragazzo?

Da quando insegno cerco di convincere gli studenti che attraverso i voti misuriamo soltanto prestazioni specifiche, condizionate da moltissimi fattori. Non valutiamo l’intelligenza, che si manifesta in forme diverse, e tantomeno il valore delle persone.

Trascorriamo con i ragazzi da due a cinque ore alla settimana, spesso senza accompagnarli per l’intero quinquennio. Possiamo valutare, con inevitabili margini di imprecisione, i risultati di singole prove. Come possiamo arrogarci il diritto di giudicare la loro crescita umana?

Con quale formazione psicologica? Con quale conoscenza delle loro vite? E come può farlo una commissione composta anche da membri esterni e da un presidente che non conoscono gli studenti?

Pensiamo ai ragazzi che hanno scelto un indirizzo poco adatto, a quelli che provengono da famiglie culturalmente fragili, a chi vive situazioni familiari difficili, a chi deve sostenere responsabilità enormi fuori dalla scuola. Pensiamo anche agli atleti di alto livello che sacrificano ogni momento libero per conciliare allenamenti e studio.

Come possiamo utilizzare gli stessi criteri per misurare la maturità personale di ragazzi che vivono condizioni tanto diverse? E anche quando provengono da contesti socioculturali simili, quanto sappiamo davvero delle difficoltà che affrontano e delle responsabilità che si assumono?

Ricordo un episodio che mi ha insegnato molto.

Avevo uno studente proveniente da una famiglia di livello socioculturale elevato che si assentava spesso senza fornire spiegazioni convincenti. Pensavo fosse un ragazzo viziato, che qualche volta preferiva restare a letto.

Un giorno incontrai casualmente sua madre in un negozio, insieme al fratellino gravemente disabile. Mi raccontò che il piccolo adorava il fratello maggiore e spesso desiderava trascorrere del tempo con lui, giocare, averlo vicino.

Compresi allora che alcune assenze erano legate proprio al desiderio del ragazzo di stare accanto al fratellino. Non ne parlava perché non voleva suscitare pietà.

Io avevo giudicato superficialmente un comportamento senza conoscere la responsabilità e la generosità che vi stavano dietro.

Quante storie simili ignoriamo? Quante difficoltà, sacrifici e responsabilità non vediamo?

Per questo chiedo ai docenti e ai dirigenti di non accettare di diventare misuratori delle persone. Non è nelle nostre competenze e soprattutto non è ciò che dovrebbe fare un adulto che educa.

Non possiamo pretendere di classificare con un numero il valore di giovani che stanno ancora crescendo. Non possiamo accettare questa ingiustizia verso ragazzi che si affidano a noi.

La Costituzione ci chiede di riconoscere la dignità delle persone e di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono la piena realizzazione. È da qui che dovrebbe ripartire la scuola».


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