È profondamente inquietante il modo in cui il caso di Youssef Siher viene raccontato: un ricercatore trentenne, giornalista freelance, studioso dei movimenti politici islamici e del nazionalismo arabo, diventa improvvisamente, nella rappresentazione pubblica, il regista di una presunta trama eversiva. Non più una persona della quale accertare le responsabilità attraverso le prove, ma il personaggio attorno al quale costruire una storia già confezionata, con tanto di nemico individuato e minaccia da neutralizzare.
Il fermo di Siher, accusato di istigazione a delinquere e di altri reati, tra cui ipotesi aggravate dalla finalità di terrorismo, è una vicenda giudiziaria seria. Le accuse devono essere verificate, le comunicazioni sequestrate esaminate e gli eventuali reati dimostrati nelle sedi competenti. Proprio per questo, però, occorre evitare che l’indagine si trasformi in una condanna anticipata e che il racconto mediatico sostituisca il giudizio della magistratura.
Il ricercatore non è responsabile di tutto ciò che accade in piazza
Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa, Siher avrebbe amministrato, insieme alla moglie, i canali social del Movimento 17 ottobre. Gli investigatori contestano contenuti che avrebbero incoraggiato lo scontro con le forze dell’ordine e fornito indicazioni operative ai manifestanti. È questo il nucleo dell’accusa, sul quale dovranno essere raccolti e valutati gli elementi probatori.
Ma anche ammettendo che una persona abbia avuto un ruolo importante nell’organizzazione di una mobilitazione, da ciò non discende automaticamente che sia responsabile di ogni episodio violento, di ogni danneggiamento o di ogni comportamento individuale tenuto durante un corteo. La responsabilità penale è personale: richiede fatti specifici, condotte accertate e prove, non una generica appartenenza politica né la costruzione di un capro espiatorio.
Se qualcuno ha organizzato aggressioni, devastazioni o atti di violenza, deve risponderne. Se qualcuno ha istigato concretamente a commettere reati, la magistratura deve verificarlo. Ma non si può saltare dal sospetto alla colpevolezza, dalla gestione di una chat alla responsabilità per tutto ciò che decine o centinaia di persone potrebbero aver fatto.
È proprio questa distinzione a separare uno Stato di diritto da una giustizia esemplare, nella quale individuare un presunto responsabile serve soprattutto a rassicurare l’opinione pubblica e a mostrare la forza dell’autorità.
La ricerca sul mondo arabo non è un indizio di pericolosità
Nelle ricostruzioni biografiche dedicate a Siher vengono sottolineati la sua formazione in Scienze della comunicazione e in Scienze politiche, le esperienze di ricerca, le collaborazioni giornalistiche e l’interesse per l’Islam politico e i movimenti arabi. Elementi che dovrebbero appartenere alla normale descrizione di un percorso professionale e intellettuale, ma che rischiano di essere trasformati in tessere di un mosaico accusatorio.
Studiare l’Islam politico non significa condividerne tutte le correnti; conoscere i movimenti arabi non significa appartenere a organizzazioni clandestine; partecipare alle manifestazioni per la Palestina non significa sostenere la violenza. La conoscenza di una realtà politica, religiosa o culturale non costituisce una prova di adesione a progetti criminali.
Il problema non è negare agli investigatori la possibilità di approfondire ogni legame effettivamente rilevante. È impedire che il profilo culturale di una persona diventi, da solo, una lente deformante attraverso la quale interpretare ogni sua scelta. Altrimenti, il ricercatore che studia un movimento viene assimilato al movimento stesso, il giornalista che ne racconta le ragioni diventa un suo propagandista e l’attivista che contesta il governo finisce sotto sospetto proprio perché contesta il governo.
Il dissenso non è terrorismo
La frase “Non ci fermeremo neanche con i blindati”, rilanciata dai media come emblema della vicenda, può essere letta come una dichiarazione di sfida. Il suo significato concreto, tuttavia, va ricostruito nel contesto in cui è stata pronunciata, insieme agli altri messaggi contestati e alle condotte che gli inquirenti ritengono di aver documentato.
Se nelle comunicazioni sono contenute vere istruzioni per compiere violenze, esse devono essere esaminate con rigore. Ma la fermezza verbale, la radicalità politica e il rifiuto della repressione non possono essere automaticamente equiparati al terrorismo. Una democrazia deve saper distinguere tra parole aggressive, disobbedienza civile, organizzazione di una protesta e preparazione di atti criminali. Confondere queste categorie non rende più sicura la società: restringe lo spazio del dissenso e alimenta la paura.
Le manifestazioni possono essere contestate, criticate e sottoposte alle regole previste dalla legge. Le violenze non diventano legittime perché compiute in nome di una causa condivisibile. Ma nemmeno una causa perde ogni legittimità perché qualcuno, durante una mobilitazione, commette un reato o perché un organizzatore viene accusato di aver alimentato lo scontro.
La tutela dell’ordine pubblico non autorizza a confondere la protesta con la criminalità. E la difesa delle libertà democratiche non impone di giustificare chi aggredisce: impone, piuttosto, di accertare le responsabilità senza trasformare il dissenso in una colpa collettiva.
Quando la narrazione anticipa la sentenza
Colpisce anche il linguaggio con cui la vicenda viene presentata: “la mente”, “il regista”, la rete da scoperchiare, i collegamenti da scoprire. Sono espressioni capaci di suscitare allarme e di attribuire a una persona un ruolo definito prima che l’indagine abbia chiarito la consistenza delle accuse.
L’inchiesta può naturalmente portare alla luce fatti gravi. Può dimostrare responsabilità individuali, ricostruire comunicazioni e individuare eventuali concorrenti nei reati. Ma può anche restituire un quadro più complesso di quello prospettato nelle prime ore. È precisamente per questa ragione che esistono le garanzie processuali, il contraddittorio e la presunzione di non colpevolezza.
Non è necessario sostenere l’innocenza di Siher per contestare una criminalizzazione anticipata. È sufficiente pretendere che le accuse siano provate e che ogni conclusione rispetti i tempi e le regole della giustizia. La critica all’operato delle autorità non è un’assoluzione preventiva, così come la fiducia nelle forze dell’ordine non richiede di accettare senza discussione ogni ricostruzione accusatoria.
La questione politica che non si vuole affrontare
Resta poi una domanda più ampia: perché una parte della gioventù sente il bisogno di organizzarsi fuori dai canali politici tradizionali, mobilitarsi contro il governo e portare nelle piazze una protesta radicale? È una domanda che non può essere liquidata con l’etichetta di estremismo, né risolta identificando un singolo organizzatore come responsabile di una crisi sociale e politica più vasta.
Il disagio giovanile, la sfiducia nelle istituzioni, la rabbia per le guerre, la questione palestinese e il sentimento di non essere ascoltati meritano un confronto pubblico. Non giustificano la violenza, ma neppure possono essere cancellati dalla scena pubblica ogni volta che una manifestazione degenera o che un’inchiesta individua un possibile responsabile.
Se si vuole impedire che la protesta diventi violenza, bisogna contrastare i reati e, contemporaneamente, mantenere aperti gli spazi della partecipazione democratica. Colpire indiscriminatamente le reti del dissenso, trattare ogni radicalità come una minaccia e trasformare un ricercatore nel simbolo di un nemico interno rischia invece di rendere ancora più profonda la frattura.
La giustizia deve stabilire che cosa abbia fatto Youssef Siher, quali messaggi abbia scritto o diffuso, quali conseguenze possano essergli attribuite e se sussistano gli estremi dei reati contestati. Non spetta ai titoli di giornale, ai commenti politici o alla pressione dell’opinione pubblica anticipare quella risposta.
Uno Stato forte non ha bisogno di un colpevole prefabbricato
Il punto non è difendere un ricercatore perché ricercatore, né concedere immunità a chi organizza proteste. È difendere un principio che vale per tutti: nessuno può essere trasformato nel responsabile universale di una situazione complessa soltanto perché occupa una posizione visibile, gestisce una pagina social o esprime idee radicali.
Uno Stato democratico dimostra la propria forza attraverso indagini accurate, prove verificabili, processi equi e responsabilità individuali. Non attraverso la spettacolarizzazione di un arresto, né facendo coincidere una persona con tutte le paure che attraversano la società.
Se Siher ha commesso dei reati, dovrà risponderne sulla base delle prove. Se invece alcune accuse non saranno dimostrate, dovrà essere riconosciuto. In entrambi i casi, la giustizia non può essere sostituita dalla costruzione mediatica di un nemico.
Perché la vera assurdità non consiste nell’indagare chiunque sia sospettato di aver istigato alla violenza. Consiste nel pretendere che l’arresto di una persona risolva, da solo, il problema delle piazze, del disagio giovanile e della crisi della rappresentanza politica. E nel dimenticare che il dissenso, anche quando è scomodo e radicale, resta una componente essenziale della democrazia, mentre la responsabilità penale deve sempre essere dimostrata, mai presunta.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link





