Nella giornata del 30 ottobre, il presidente del Tribunale di Piacenza Stefano Brusati ha tracciato il bilancio dei suoi 42 anni trascorsi in magistratura, di cui gli ultimi otto vissuti al vertice dell’ufficio giudiziario piacentino. Nel corso di un dialogo promosso attraverso le domande del giudice Ivan Borasi, alla presenza del procuratore della Repubblica Grazia Pradella, del presidente della sezione civile Antonino Fazio, dell’avvocato Stefano Sarchi per l’Ordine degli Avvocati e della storica collaboratrice Giuseppina Suman, Brusati – in un’affollata Aula Galli – ha ripercorso le tappe della sua carriera ed espresso il proprio testamento morale.
L’attenzione alla persona e la gestione delle crisi
A delineare il profilo umano e professionale del presidente è stata anzitutto Giuseppina Suman, sua stretta collaboratrice dal 2018 al 2023. Nel suo intervento, la dottoressa Suman ha sottolineato come Brusati abbia interpretato la propria funzione non come un’investitura formale, ma come una responsabilità quotidiana esercitata con scrupolo, umiltà e una costante capacità di ascolto. «La sua porta era sempre aperta», ha ricordato la Suman, mettendo in luce l’attenzione scrupolosa riservata dal presidente a ogni singolo fascicolo, rifiutando di considerarlo un mero numero o una pratica burocratica, ma trattandolo sempre come una complessa vicenda umana e giuridica meritevole del massimo rispetto. Questo tratto caratteriale si è rivelato fondamentale nel gestire le fasi più critiche e complesse, dall’emergenza pandemica da Covid-19 alle croniche carenze di personale giudiziario, momenti nei quali Brusati ha dimostrato di voler servire le istituzioni ancora prima di rappresentarle, ponendosi sempre al fianco dei colleghi e mai al di sopra di essi.
L’evoluzione della professione: dalla macchina da scrivere al rischio “sentenzificio”
Invitato a riflettere sui profondi mutamenti della professione nel corso di oltre quattro decenni, Brusati ha ricordato sorridendo come nel 1984 venisse considerato un magistrato «tecnologicamente evoluto» solo perché capace di battere a macchina, fino a confrontarsi oggi con l’avvento dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie applicate al diritto. Analizzando quella che ha definito la “microfisica del potere giudiziario” — ovvero la gestione della quotidianità giurisdizionale —, il presidente si è soffermato su due variabili a lungo trascurate nel dibattito giudiziario: il fattore tempo e l’organizzazione del lavoro. «Una giustizia che arriva tardi è una giustizia negata», ha scandito Brusati, evidenziando come la maturazione di questa consapevolezza negli ultimi decenni abbia trasformato l’efficienza organizzativa in parte integrante della giurisdizione. A questo proposito, il presidente si è detto particolarmente orgoglioso di tutti i giovani magistrati approdati a Piacenza negli ultimi otto anni, i quali hanno saputo interiorizzare il valore della tempestività senza tuttavia cedere all’eccesso opposto, ovvero quello di trasformare l’ufficio giudiziario in un arido “sentenzificio”.
Indipendenza, etica e il rifiuto del protagonismo: il giudice tra rigore e umiltà
Il cuore concettuale e morale dell’intervento di Brusati è stato dedicato al tema dell’indipendenza del magistrato, che il presidente ha fermamente definito non come un privilegio di casta o un alibi corporativo, ma come un onere fondamentale volto a garantire la soggezione del giudice alla legge e l’attuazione concreta del principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. La stella polare della giurisdizione deve rimanere la cultura della legalità nel rispetto delle “regole del gioco”, in un sistema dove il giudice — pur investito di un ruolo supremo — non è mai legibus solutus, così come non lo è nessun altro attore del processo, all’interno di un perimetro di rispetto reciproco di ruoli e competenze. Questo approccio ha trovato applicazione pratica nel virtuoso rapporto di collaborazione istituzionale instaurato con la Procura della Repubblica e con il procuratore Grazia Pradella. Un dialogo costante orientato all’unico fine di rendere il servizio giudiziario sempre più efficiente, applicando quello che Brusati ha definito il “criterio del limite”: un freno non solo istituzionale ma anche personale, fondato sulla convinzione che il solo e unico protagonista del servizio pubblico debba essere il cittadino, non il magistrato, rigettando con decisione ogni deriva autoreferenziale o di ricerca del protagonismo. Chiamato a rispondere su come mantenere l’equilibrio di fronte alle ricorrenti accuse secondo cui le leggi si applicherebbero per i nemici e si interpreterebbero per gli amici, Brusati ha ammesso la difficoltà di dominare i pregiudizi in quanto esseri umani. Per orientarsi in questo difficile compito, il magistrato deve prima di tutto evitare di perseguire finalità estranee alla legge, richiamando l’insegnamento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In secondo luogo, occorre valorizzare costantemente il principio del contraddittorio come miglior strumento per coniugare scienza e coscienza, ricordando che un giudice ha un vitale bisogno di coordinarsi con buoni Pm e buoni avvocati per decidere nel modo migliore. Infine, è indispensabile mantenere una condotta personale e professionale irreprensibile e imparziale, dato che ogni comportamento discutibile rischia di incrinare la credibilità dell’intera magistratura. L’atto del decidere non può esaurirsi in un adempimento tecnico per Brusati ma costituisce un atto di integrità morale e intellettuale. Richiamando la kantiana legge morale dentro di noi e il cielo stellato sopra di noi non come citazioni filosofiche astratte ma come regole del vivere quotidiano, Brusati ha infine evocato George Orwell e “La fattoria degli animali”, ammonendo che l’esercizio della giurisdizione deve evitare a tutti i costi che vi siano cittadini “uguali” ed altri che finiscano per essere “più uguali degli altri”.
I mali strutturali: la piaga dell’organico e l’oppressione burocratica
Nel bilancio conclusivo, il presidente non ha taciuto i due “fili rossi” negativi che hanno attraversato la sua esperienza: la cronica carenza di personale e la progressiva burocratizzazione dell’attività giudiziaria. A Piacenza, lo scoperto d’organico — legato a fattori del tutto prevedibili come maternità e pensionamenti — è stato affrontato negli anni esclusivamente grazie allo spirito di servizio e al sacrificio degli operatori interni, senza alcun aiuto esterno. Una situazione emergenziale che, ha denunciato Brusati, rischia di strutturarsi in un “regime disfunzionale” capace di diventare un comodo alibi per chi non intende rimediare tempestivamente. Parimenti grave è la costante farraginosità causata dalla stratificazione di normazioni primarie e secondarie, che appesantiscono la quotidiana funzionalità degli uffici. Rifiutando l’ipotesi di una deregulation selvaggia, Brusati ha individuato la radice culturale di questo eccesso normativo nella radicata sfiducia legislativa verso i magistrati e il personale amministrativo. Per uscire da questa morsa, il presidente ha invocato una vera e propria rivoluzione culturale basata sul ripristino della presunzione di buona fede nei confronti di chi opera nell’amministrazione della giustizia.
Il testamento morale e i saluti delle istituzioni: «Coltivate la bellezza»
Rivolgendosi infine ai giovani colleghi, Stefano Brusati ha formulato un accorato testamento morale e professionale. Li ha esortati a mantenere l’asticella professionale e morale al livello più alto possibile, senza mai abbassare la guardia ed essendo esigenti con se stessi e con gli altri, ricordando l’incisione di Goya che a 80 anni proclamava «Ancora imparo». Allo stesso tempo, li ha invitati a non restringere il proprio orizzonte mentale alla sola scrivania o al singolo fascicolo, raccomandando di coltivare uno sguardo ampio e profondo attraverso i viaggi, la lettura, la musica, l’arte e la frequentazione di persone arricchenti. «Coltivate la bellezza e la cultura: non so se la bellezza salverà il mondo, ma sicuramente vi renderà magistrati e persone migliori», ha affermato Brusati, ricordando a tutti di essere servitori civili di una funzione che deve rimanere rigorosamente pubblica, con l’impegno morale di lasciare le istituzioni in condizioni migliori di come le si è trovate.
L’evento si è concluso con le commosse testimonianze dei presenti. Il procuratore Grazia Pradella ha espresso profondo rispetto per una visione condivisa della magistratura intesa unicamente come servizio al cittadino, evidenziando la spiccata sensibilità di Brusati verso la crescita dei giovani. Il presidente della sezione civile Antonino Fazio ne ha lodato la saggezza e l’esempio guida nell’assunzione delle gravose responsabilità direttive, mentre l’avvocato Stefano Sarchi Sarchi ha ringraziato il presidente per il suo servizio, apprezzando il suo riferimento a tale visione dell’esercizio della giurisdizione e citando la frase the people we are serving, utilizzata talvolta dal premier inglese alla Camera dei Comuni, ricordando, poi, la complessità dell’incarico direttivo nel quotidiano confrontarsi con le croniche criticità del nostro tribunale.
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