Tra tensioni internazionali, difficoltà negli approvvigionamenti e i confini sempre meno definiti della geopolitica viene da chiedersi come stanno le imprese italiane. Prova a rispondere l’Istat che diffonde, a soli sette mesi dalla chiusura della rilevazione, i primi risultati della terza edizione della rilevazione multiscopo, parte integrante del Censimento permanente delle imprese.
La rilevazione – realizzata tra ottobre 2025 e marzo 2026 – ha interessato un campione di circa 265mila imprese, rappresentative di un universo di 1.005.318 unità con almeno tre addetti attive nel settore dell’Industria e dei Servizi, al netto delle attività finanziarie ed assicurative.
Imprese che producono l’87,5% del valore aggiunto, impiegano il 73,4% degli addetti (13,8 milioni) e l’88,5% dei dipendenti (12,5 milioni), costituendo il nucleo centrale e più rilevante del sistema produttivo nazionale.
Più di tre quarti (765mila unità, pari al 76,1% del totale) delle unità appartenenti alla popolazione di imprese oggetto di studio sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 209mila (20,9%) sono imprese di piccole dimensioni (10-49 addetti), mentre le medie (50-249 addetti) e le grandi imprese (con 250 addetti e oltre) rappresentano rispettivamente il 2,6% (25.755 unità) e lo 0,4% (4.285 unità, di cui 1.788 con 500 addetti e oltre). Più della metà delle aziende è attiva al Nord (il 28,3% nel Nord-ovest e il 22,3% nel Nord-est), il 21,2% al Centro e il 28,2% nel Mezzogiorno.
Come si sono trasformate le imprese
Tra il 2018 e il 2024 la struttura produttiva e occupazionale italiana ha vissuto una trasformazione profonda, spinta in misura determinante dai bonus fiscali per l’edilizia privata e dalle risorse destinate alle opere pubbliche con il Pnrr. Questo scenario ha favorito una crescita straordinaria nel settore delle costruzioni, che ha registrato un aumento del 16,6% nel numero di imprese e del 37,8% negli addetti. Nel 2024 il comparto edile è arrivato a contare 129mila imprese e 1,1 milioni di addetti, rappresentando rispettivamente il 12,9% e l’8,6% dell’intero tessuto economico nazionale.
L’Industria perde il 7,1% delle imprese, ma aumenta gli occupati del 7,4%, grazie soprattutto alla crescita delle medie e grandi aziende. Anche il Commercio registra una riduzione delle imprese (-7,8%), accompagnata da un incremento dell’occupazione del 7,5%, con le medie imprese in forte espansione (+30% di aziende e +29,9% di addetti). La crescita occupazionale più significativa riguarda però gli altri servizi, che segnano un +15,2%, trainati da servizi ricreativi (+24,2%), attività professionali e scientifiche (+20,3%) e ICT (+20,2%). Nel complesso, emerge un progressivo rafforzamento delle imprese più strutturate, mentre le microimprese continuano a registrare le maggiori difficoltà, soprattutto nell’Industria e nel Commercio.
La mappa del tessuto produttivo italiano e le filiere chiave
Nel panorama produttivo italiano, la distribuzione delle imprese evidenzia una forte concentrazione intorno ad alcune filiere chiave. L’agroalimentare guida la classifica per numerosità, accogliendo il 20,7% delle aziende (oltre 208mila unità), seguito da un aggregato di Altre filiere — comprensivo di giocattoli, attrezzature sportive non per palestra e servizi alla persona — che rappresenta il 19,2%. Subito dopo si posizionano l’edilizia con il 17,6% e i mezzi di trasporto su gomma con il 10,5%.
Come influisce la dimensione aziendale sui mercati
La dimensione aziendale influisce in modo determinante anche sulle strategie di mercato e sui confini della concorrenza. Le microimprese (tra i 3 e i 9 addetti) operano prevalentemente su scala locale: il 69,0% individua i propri competitor all’interno del medesimo comune e il 52,8% nella stessa regione, mentre solo il 22,7% guarda al mercato nazionale e un ristretto 8,2% varca i confini esteri (con il 5,2% concentrato in Europa). Salendo nella classe delle piccole imprese (10-49 addetti), pur rimanendo forti i legami territoriali (52,9% su base regionale e 46,4% comunale), cresce significativamente l’orientamento nazionale (40,6%) e comincia a ritagliarsi uno spazio il raggio d’azione internazionale (14,8%).
Il salto di qualità verso i mercati più ampi si compie con le medie e grandi imprese, i cui orizzonti competitivi sono nettamente proiettati su scala nazionale e globale. Le medie imprese guardano al territorio nazionale nel 57,8% dei casi e all’estero nel 32,7%, mentre tra le grandi aziende queste quote salgono rispettivamente al 64,6% e al 42,0%. La spinta verso l’internazionalizzazione raggiunge l’apice nell’Industria in senso stretto: qui, tra le grandi realtà industriali, le aziende che affrontano la concorrenza estera (70,8%) superano di circa 15 punti percentuali quelle focalizzate sul mercato nazionale (55,1%), evidenziando una forte proiezione globale che trova conferma anche tra le medie imprese industriali, orientate verso l’estero nel 55,5% dei casi.
L’impatto delle tensioni internazionali
Le tensioni internazionali hanno provocato difficoltà negli approvvigionamenti per il 9,5% delle imprese italiane con almeno 10 addetti, pari a circa 23mila unità. Tra queste, il 45% ha considerato le criticità temporanee, senza adottare strategie di reazione. Le aziende intervenute hanno prevalentemente modificato sia il numero di fornitori sia i volumi acquistati (51%), mentre il 33% ha mantenuto invariati gli acquisti modificando i fornitori e il 16% ha conservato la rete commerciale intervenendo sui volumi.
Sul fronte della localizzazione, prevale la stabilità: il 70,8% ha mantenuto invariata la quota di acquisti nazionali ed esteri. Tra le imprese che hanno modificato le proprie strategie, è più diffuso il ricorso a fornitori italiani (18,6%) rispetto a quelli esteri (10,6%).
Le fonti di finanziamento
L’autofinanziamento si conferma la principale fonte di finanziamento delle imprese italiane con almeno tre addetti, utilizzata dall’81,4%, mentre il credito bancario resta la seconda opzione, ancora distante dai livelli pre-pandemici. In un contesto di progressiva riduzione dei tassi Bce, cresce il ricorso al credito bancario a breve termine (14,2%, dall’11,5% del 2022), mentre quello a medio-lungo termine rimane sostanzialmente stabile al 27,9%. Aumentano anche leasing e factoring (11,7%) e i crediti commerciali (6,9%), utilizzati soprattutto per sostenere il capitale circolante.
In crescita l’aumento di capitale netto, che raggiunge il 4,4%, superando i livelli pre-pandemici. Rimangono invece sostanzialmente stabili o in lieve calo gli strumenti di sostegno pubblico, con incentivi e agevolazioni al 3,4%, finanziamenti pubblici all’1,7% e contributi Ue e Pnrr al 2,5%.
Il principale motivo del ricorso al finanziamento esterno è la necessità di liquidità, indicata dal 39% delle imprese, seguito dalla copertura delle spese correnti (37%) e dall’ampliamento della capacità produttiva (33,2%), in crescita rispetto al 2022.
Le imprese più piccole utilizzano prevalentemente il credito per esigenze operative, mentre quelle maggiori lo destinano soprattutto agli investimenti, anche digitali e ambientali. Nel complesso, il 23,8% delle imprese ha richiesto prestiti nel 2025, sostanzialmente in linea con il 2022; la quota sale al 43,8% tra le medie imprese e al 40,8% tra le grandi. Tra quelle che non hanno richiesto finanziamenti, l’80,3% dichiara di non averne avuto bisogno.
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