Molte accelerazioni e, per adesso, poche mediazioni. Così si potrebbe riassumere il clima all’interno della maggioranza, che si trova a fare i conti con uno scontro di posizioni rimasto a lungo confinato nelle dinamiche sotterranee del consenso e che oggi emerge con cristallina chiarezza. L’esempio lampante delle tensioni in area centrodestra è il voto contrario, per la sesta volta consecutiva, alla fiducia posta dall’esecutivo da parte della pattuglia parlamentare di Futuro Nazionale. Voto che ha innescato un cambio di rotta da parte della Meloni, che ha archiviato il silenzio e scelto la plateale replica.
Fino a ieri, infatti, la linea strategica adottata da Fratelli d’Italia e dai vertici di Palazzo Chigi era coincisa con il sistematico silenzio sull’azione di Vannacci. Ma l’intervento a Montecitorio di Emanuele Pozzolo, passato proprio dal partito della Meloni alla formazione del generale, è stato la miccia per il cambio di passo che ha portato il capo del Governo a marcare una distanza netta e a stigmatizzando la scelta di Futuro Nazionale di convergere con i blocchi delle opposizioni.
«Quello che stiamo facendo a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’era scritto nel nostro programma», ha detto la presidente del Consiglio dai banchi del Governo. Programma per realizzare il quale «voi e altri siete stati eletti nelle file del centrodestra – ha detto la Meloni – Ciononostante, per sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme a Schlein, Conte, Renzi e compagnia». E ancora: «votare contro la fiducia al Governo significa votare per mandare a casa quel Governo». A Vannacci, che da Otto e Mezzo, su La 7, si era definito di uomo di «destra autentica», l’affondo: «Non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra».
Un modo per rispedire al mittente quello che proprio il Generale, nell’illustrare la tesi fondativa di Futuro Nazionale, aveva lamentato nel salotto della Gruber, ovvero quello slittamento progressivo di normalizzazione in senso liberale del partito di maggioranza relativa, che ha creato consenso intorno a Futuro Nazionale.
I passaggi centrali dell’intervista hanno riguardato i temi dell’immigrazione clandestina, dei diritti civili e del reclutamento del personale politico. Sul tema flussi migratori, Vannacci ha invocato l’applicazione di un programma radicale di rimpatrio coatto basato sui modelli extra-europei: «Se con ‘deportazione’ intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo; dobbiamo portarli in Paesi sicuri che li accetterà e poi li instraderà verso il loro Paese”». Rigida anche la posizione espressa in materia di tutele e definizioni giuridiche della famiglia e degli omosessuali che «in Italia hanno tutti i diritti: se vanno all’ospedale li curano, se vanno per la strada possono tranquillamente guidare, se vanno a scuola hanno gli insegnanti» ma «i diritti non si possono avere per via dell’orientamento sessuale», quindi «non cambiamo il significato della parola “famiglia”».
Quanto alla sua nuova formazione politica, a un passo dall’assemblea costituente, Vannacci ha fatto ricorso a una citazione cinematografica: «i miei sono i rifiuti degli altri, quello che avanza. A me sta bene, voglio la sporca dozzina […] quelli bravi li lasciamo al Pd e al M5S che almeno avranno la possibilità di salvare l’universo. Con la mia sporca dozzina voglio fare solo gli interessi degli italiani e delle italiane».
Ma dopo le parole di Giorgia Meloni in aula, le ricostruzioni su un possibile allargamento della coalizione di maggioranza alla «sporca dozzina» vannacciana si ridimensiona molto. All’interno dello stato maggiore di Fratelli d’Italia, la linea dell’esclusione formale di Futuro Nazionale dal perimetro delle future intese appare consolidata. Giovanni Donzelli ha liquidato la questione con una dichiarazione sintetica, molto esplicita: «Futuro Nazionale fuori dall’alleanza? Hanno fatto una scelta, è evidente».
In questo quadro di attivo confronto, la Lega affronta una fase di complessa dialettica interna, segnata dalla necessità di arginare la concorrenza elettorale esercitata dalle truppe vannacciane nei propri collegi storici, dopo le recenti uscite di alcuni parlamentari che unitisi al movimento del Generale. Il federale di oltre tre ore degli scorsi giorni ha portato alla resa dei conti delle posizioni interne al partito di Matteo Salvini e a una discussione sul suo futuro. Ma tra i vari distinguo emersi e le diverse esigenze delle aree nord e sud della Lega, l’auspicio di un ritorno di Salvini al Viminale parrebbe accomunare tutti poichè sarebbe l’unico modo per arginare Vannacci. Ma l’ipotesi di una sostituzione di Matteo Piantedosi per favorire un avvicendamento con l’attuale titolare dei Trasporti non incontra il via libera di Palazzo Chigi, orientato a evitare la costituzione di un governo “Meloni bis”, e a raggiungere il record del Governo più longevo della storia repubblicana. Salvini intanto minimizza le tensioni interne: «ci sono tante difficoltà: le gufate, un parlamentare che se ne va e le inchieste, ma io vado avanti».
Le scadenze del calendario istituzionale restano comunque il condizionamento maggiore per tutte le forze politiche, che guardano alle urne con sempre maggiore attenzione.
Qualora venisse confermata l’idea di anticipare il voto ad aprile dell’anno prossimo, il decreto di scioglimento delle Camere dovrebbe intervenire entro la metà di febbraio, ipotesi che riduce lo spazio di manovra per l’approvazione di provvedimenti e riforme che il governo Meloni potrebbe utilizzare come bandiera di campagna elettorale. Scenario che renderebbe il periodo tra settembre e dicembre denso di discussioni in aula prima dell’ultima finanziaria della legislatura.
Ma il vero nodo resta la definzione delle alleanze, in un contesto di forte polarizzazione delle posizioni e con la nuova legge elettorale sul tavolo. I sondaggi confermano la crescita costante di Futuro Nazionale, accreditando il movimento di percentuali in grado di alterare l’assegnazione dei seggi maggioritari. La domanda sempre meno a mezza voce che circola per i corridoi di palazzo Chigi è proprio «cosa fare con il generale?».
Matteo Renzi ha offerto una lettura focalizzata sulla pura necessità aritmetica dei numeri elettorali e quindi, per il senatore toscano «Meloni farà di tutto per tenere Vannacci dentro la coalizione, vedrete. Anche perché se non lo fa, alle elezioni perde di sicuro».
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Guglielmo Macavò
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