L’importanza della salute mentale: intervista al professore Pasquale Caponnetto, di UNICT


Negli ultimi anni, il dibattito sulla salute mentale ha acquisito sempre più importanza, anche grazie al contributo di una generazione sensibile e assai attenta a queste tematiche come la Generazione Z. Al giorno d’oggi, chi ha qualche problema o sta vivendo una situazione particolare, fa meno fatica a parlare con qualcuno che possa aiutarlo. Certo, non tutti fanno così e c’è ancora molta da strada fare, ma il nostro Paese sembra aver intrapreso la direzione giusta.

In questa intervista con il professore Pasquale Caponnetto, docente presso la facoltà di psicologia all’Università di Catania, abbiamo cercato di capire l’importanza di questo argomento, quanto lavoro c’è ancora da fare, ma abbiamo anche parlato di dipendenze, di segnali da non trascurare e di come questo tema viene affrontato sia negli altri Paesi, che dalle diverse generazioni.

Siamo sulla strada giusta per trattare la salute mentale come si deve?
Prof. Caponnetto: “Oggi c’è più consapevolezza dell’importanza della salute mentale rispetto a pochi anni fa, anche se il percorso da fare ancora è lungo e complesso. Inoltre, la sensibilità della popolazione sembra non procedere alla stessa velocità con la consapevolezza pubblica ed istituzionale. Se pensiamo, ad esempio, al ridimensionamento del Bonus Psicologico, il messaggio che passa è contraddittorio: sembra quasi che la salute mentale non venga considerata come parte della salute pubblica ma come un’opzione. Quindi da un punto di vista culturale siamo sulla strada giusta ma sul piano istituzionale e di risorse c’è ancora tanta strada”.

Burnout e ansia tra gli studenti universitari: come può aiutare un professore?
Prof. Caponnetto: “Si tratta, purtroppo, di un fenomeno in crescita. Tuttavia, posso dire con molto orgoglio di fare parte del progetto “University for students’ health (Unist-Health) Proben” che, grazie alla prof.ssa Quattropani, responsabile scientifico del progetto e dei servizi clinici psicologici, ha coinvolto l’Università di Catania, Dipartimento di Scienze della Formazione sezione di Psicologia, tra gli atenei italiani che collaborano all’iniziativa. Lo scopo del progetto è quello di sostenere il benessere psicologico e fisico degli studenti e contrasto alle dipendenze anche mediante supporto psicologico e psicoterapico totalmente gratuito. Ritengo fortemente che un supporto simile, che coinvolge professori, specialisti e studenti, sia un modo concreto per accompagnarli in fasi particolarmente complesse del loro percorso di studio, promuovendo un totale benessere”.

Come trasformare l’ambiente scolastico da ansiogeno a motivante?
Prof. Caponnetto: “La competizione di per sé non è negativa, ma diventa nociva quando è l’unico metro di valutazione. È necessario spostare il focus dal risultato al processo, valorizzando la curiosità, l’impegno e la capacità di fare errori produttivi. Questo richiede una formazione diversa dei docenti e una revisione dei sistemi di valutazione. I modelli pedagogici che funzionano meglio, e i contributi scientifici che lo documentano sono molteplici, puntano sulla collaborazione e sul senso di appartenenza, non solo sulla performance individuale”.

Come si distingue l’uso intenso dalla dipendenza? E i social sui giovani?
Prof. Caponnetto: “La differenza sostanziale tra un uso intenso ed una vera e propria dipendenza sta nell’impatto che questa ha sul funzionamento quotidiano della persona. Si parla di dipendenza quando interferisce con le relazioni sociali, il lavoro, il sonno e, più in generale, il benessere psicologico. Un altro elemento distintivo è il fallimento dei tentativi di ridurre o interrompere il comportamento nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative. Oggi ci troviamo di fronte a nuove forme di dipendenze che non riguardano necessariamente l’uso di sostanze, e tra queste ritroviamo quella dai social. In questo caso il fenomeno è ancora più complesso perché i social media sono accessibili in ogni momento e in ogni luogo, oltre ad essere progettati proprio per mantenere l’attenzione dell’utente. Per i giovani, inoltre, entra in gioco la pressione sociale: si trovano in un contesto in cui essere fuori dai social significa spesso sentirsi esclusi dal mondo e dalle relazioni. Bisogna tener conto anche del contenuto a cui si è continuamente esposti: immagini di corpi perfetti, vite idealizzate e la ricerca compulsiva di like e reazioni. Tutto questo può avere un impatto significativo sull’autostima , sulla regolazione emotiva e sulla qualità del sonno, come dimostrato da diversi studi già pubblicati dal mio gruppo di ricerca che hanno analizzato l’uso problematico di Tiktok nelle nuove generazioni”.

Differenze tra dipendenze “classiche” come il tabagismo e quelle digitali?
Prof. Caponnetto: “Le dipendenze da sostanze — come il tabagismo — coinvolgono circuiti neurobiologici ben precisi, come il sistema dopaminergico, e presentano sintomi di astinenza evidenti e misurabili fisicamente. Le dipendenze comportamentali, incluse quelle digitali, coinvolgono le medesime aree neurobiologiche ed hanno un impatto altrettanto significativo sul funzionamento della persona. La grande differenza è che questo comportamento è socialmente accettato, non va incontro allo stigma sociale che può avere la dipendenza di una sostanza, è questo rende più complicato il suo riconoscimento. Esiste inoltre un messaggio contradditorio nella società che da un lato mette in guardia dall’uso eccessivo della tecnologia ma dall’altro incentiva costantemente l’utilizzo. Se un adolescente utilizza i social 6 ore al giorno non è un problema viene normalizzato ma se fuma viene percepito come un problema. Questa è la differenza a parer mio più importante: la difficoltà nel riconoscere il confine tra normalità e dipendenza rende queste forme di dipendenza ancora più insidiose”.

Come impattano tabagismo e uso di sostanze sulla salute mentale?
Prof. Caponnetto: “Spesso le persone con disturbi mentali mostrano tassi di dipendenza più alti della media. Questo accade perché in molti casi, l’uso della sostanza viene utilizzato come forma di automedicazione o come metodo di autoregolazione emotiva per calmare l’ansia, stress, tristezza o altre forme di disagio psichico. Allo stesso tempo l’uso prolungato di sostanze provoca una serie di alterazioni neurobiologiche che potrebbero portare o aggravare disturbi come depressione , ansia e psicosi. Esiste quindi una relazione bidirezionale tra dipendenza e salute mentale. Per questo motivo il trattamento delle dipendenze necessita di un approccio integrato e globale, che tenga conto dell’individuo nella sua interezza biologica, psicologica e sociale. Nello studio multicentrico internazionale GENESIS, di cui sono Principal Investigator e gestito dal Center of Excellence for the acceleration of HArm Reduction (CoEHAR), è stato possibile coinvolgere una popolazione di solito poco considerata nei protocolli di cessazione del fumo: i pazienti affetti da schizofrenia. Mediante un monitoraggio continuo e un supporto psicologico a pazienti di centri italiani e inglesi, lo studio ha permesso di accompagnare una popolazione vulnerabile e spesso esclusa da iniziative simili in un protocollo di cessazione standardizzato che ha avuto ottimi risultati”.

Omicidi e femminicidi: come intervenire sull’individuo?
Prof. Caponnetto: “Prima di tutto è necessario agire a livello culturale, non solo attraverso campagne di sensibilizzazione, ma anche promuovendo interventi volti a decostruire i modelli di mascolinità ancora troppo ancorati ad aggressività, controllo e repressione emotiva. È fondamentale promuovere una cultura in cui caratteristiche come sensibilità, dolcezza e vulnerabilità non vengano percepiti incompatibili con la mascolinità. Finché continua ad esistere questa associazione rigida tra virilità e dominio sarà difficile ottenere un cambiamento. Parallelamente è importante intervenire tempestivamente nei casi in cui sono già presenti segnali precoci di comportamento violento: storie di controllo, aggressività verbale, comportamenti impulsivi. In questi casi, i centri antiviolenza e i numeri dedicati svolgono un ruolo prezioso: offrono ascolto immediato, orientamento legale e psicologico, e possono rappresentare il primo passo concreto verso la sicurezza per chi si trova in una situazione di pericolo. La prevenzione deve avvenire anche sul piano relazionale, avviando attività che promuovano una vera pro-socializzazione tra individui capace di costruire empatia e connessione autentica, diversamente dalla socializzazione artificiale offerta dai social media, che spesso simula il legame senza crearlo davvero”.

Cosa serve culturalmente in Sicilia perché la salute mentale sia vista come un diritto?
Prof. Caponnetto: “Serve decostruire uno stigma ancora molto radicato, spesso legato a una cultura del
“farcela da soli” o al timore del giudizio sociale. Questo passa attraverso l’educazione, che spesso ha inizio a scuola, e attraverso la presenza capillare di servizi accessibili e gratuiti. Esempi di iniziative come il progetto Proben sono un ottimo esempio di come servizi gratuiti e capillari possano promuovere la salute mentale nel territorio. Finché andare da uno psicologo è percepito come un lusso o come un’ammissione di debolezza, non si può parlare di diritto reale. Il cambiamento culturale è lento, ma i giovani stanno già mostrando una sensibilità diversa, e questo è incoraggiante. L’ambulatorio di Psicologia Clinica e Psicoterapia di cui sono responsabile, facente parte della UOC di Clinica Psichiatrica (direttore Prof Petralia), dell’AOU Policlinico G.Rodolico S.Marco si configura come un servizio pubblico che offre al territorio un ulteriore oppurtunità mirante a promuovere health empowerment”.

Ci sono Paesi da cui potremmo imparare?
Prof. Caponnetto: “Sicuramente sì. Paesi come Finlandia, Svezia, Danimarca, che investono in modo significativo nella salute mentale come parte integrante del welfare sono ottimi esempi da seguire. Tuttavia, ritengo necessario attenzionare anche i primi passi che si muovono sul nostro territorio e valorizzarli. L’ateneo di Catania è orgoglioso della partecipazione ad un progetto comune agli atenei di Padova, Bologna, Chieti- Pescara e Firenze che ha fatto proprio l’obiettivo creare una rete sul territorio italiano e offrire aiuto e benessere agli studenti universitari, configurandosi come un’azione concreta a beneficio della comunità studentesca che può essere di grande ispirazione per tutto il territorio”.

(alal)


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 Antonio Latino

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