Il suicidio medicalmente assistito è oggi uno dei temi più delicati e dibattuti del panorama sanitario, giuridico ed etico italiano. Al centro del confronto non ci sono soltanto norme e sentenze ma questioni profonde che riguardano la dignità della persona, la libertà di scelta, il significato della cura e il modo in cui la società accompagna chi vive la fase finale della vita.
È su questo terreno, segnato dalle evoluzioni giurisprudenziali degli ultimi anni a partire dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale e dalle successive pronunce, che la Società Italiana di Cure Palliative (SICP) ha deciso di prendere posizione pubblicando un Position Paper dedicato al rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito (SMA).
La Società Italiana di Cure Palliative ha elaborato e pubblicato su Position Paper sul rapporto tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito
Il documento, approvato il 5 giugno 2026 dal Consiglio Direttivo della società scientifica al termine di oltre un anno di confronto e approfondimento condotto dal Comitato per le Questioni Etiche (COMETE), nasce con l’obiettivo di offrire ai professionisti sanitari, alle istituzioni e alla società civile uno strumento di orientamento scientifico, etico e organizzativo su un tema complesso, che continua a interrogare la medicina e la coscienza collettiva.

«Le diverse sensibilità etiche, culturali e professionali presenti all’interno del Comitato per le questioni etiche della SICP hanno rappresentato il presupposto metodologico indispensabile per la costruzione di un documento capace di individuare, attraverso il dialogo argomentato guidato dalla ricerca di una bioetica condivisa, punti di convergenza solidi e condivisibili», spiega Danila Valenti, vicepresidente della SICP e presidente esecutiva del COMETE a TrendSanità. «Le Cure Palliative e il SMA rappresentano, infatti, due approcci profondamente differenti al fine vita, poiché rispondono a domande umane, cliniche ed etiche diverse. Non sono né complementari né alternative al SMA, sono diverse dal SMA. Evidenziare questa differenza non significa disconoscere l’importanza che il SMA sia normato e disciplinato, come più volte indicato dalle pronunce della Corte costituzionale.
Tale distinzione va ribadita nel dibattito pubblico, affinché possa essere garantita una piena libertà di scelta a chi ha bisogno di Cure Palliative ma non richiede il SMA. In ogni caso, per la natura stessa delle Cure Palliative e dell’etica della Cura alla quale si ispirano, i professionisti delle Cure Palliative non abbandonano mai la persona malata e la loro famiglia nel percorso, sempre difficile e sofferto, di qualunque scelta nella malattia».
Un anno di confronto per una bioetica condivisa
Per affrontare un tema tanto delicato, la SICP ha costituito un gruppo di lavoro multidisciplinare composto da 25 professionisti tra medici, infermieri, psicologi, bioeticisti, filosofi, giuristi ed esperti di assistenza spirituale. Il percorso di elaborazione del documento è stato guidato dal principio della cosiddetta “bioetica condivisa”. Le diverse sensibilità culturali, etiche e professionali presenti nel Comitato non hanno rappresentato un ostacolo, ma il presupposto metodologico indispensabile per costruire una riflessione capace di confrontarsi con la complessità del tema e di individuare punti di convergenza condivisi.
Il risultato è un Position Paper che non si limita ad affrontare il tema del suicidio medicalmente assistito, ma prova a chiarire quale sia il ruolo delle cure palliative e quali debbano essere i confini tra i due percorsi.
Due domande diverse, due risposte diverse
Il cuore del documento è racchiuso in una formula che compare più volte nel documento: cure palliative e suicidio medicalmente assistito sono “due risposte diverse a domande diverse”. La richiesta di cure palliative può essere sintetizzata nella domanda: «Aiutatemi a vivere la vita fino alla fine in modo per me dignitoso, con sofferenze sostenibili e un rinnovato senso della vita nella malattia». Diversa è invece la richiesta di suicidio medicalmente assistito: «Aiutatemi a porre fine alla mia vita in modo per me dignitoso perché la mia sofferenza è diventata insopportabile e priva di senso».
Entrambe le richieste meritano rispetto ma esprimono concezioni differenti della dignità e richiedono risposte diverse. Le cure palliative appartengono, infatti, a una medicina della cura e dell’accompagnamento. Richiamando la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, il documento ricorda che esse «affermano la vita e considerano il morire un processo naturale» e non hanno l’obiettivo né di accelerare, né di ritardare la morte. La loro finalità è alleviare la sofferenza, accompagnare la persona, sostenere la qualità della vita, preservare relazioni e dignità ed evitare l’abbandono.
Il suicidio medicalmente assistito appartiene, invece, a un paradigma differente, nel quale la morte intenzionalmente anticipata e autoprocurata può essere considerata una risposta a una sofferenza ritenuta intollerabile dalla persona che la vive. La distinzione etica fondamentale, sottolinea il Position Paper, risiede nell’intenzionalità: nelle cure palliative l’obiettivo è alleviare la sofferenza fino alla morte naturale, nel suicidio medicalmente assistito l’intenzione è provocare la morte per eliminare la sofferenza.
Nelle cure palliative l’obiettivo è alleviare la sofferenza fino alla morte naturale, nel suicidio medicalmente assistito l’intenzione è provocare la morte per eliminare la sofferenza
Il “Gap di Calman” e il significato della sofferenza
Tra gli elementi più originali del documento vi è il richiamo al cosiddetto “Gap di Calman”, un modello elaborato negli anni Ottanta secondo cui la qualità della vita dipende dalla distanza tra aspettative, desideri e realtà vissuta dalla persona. Quando questo divario aumenta, aumenta anche la sofferenza.
Le cure palliative cercano di ridurre questo gap attraverso il controllo dei sintomi, il supporto psicologico, sociale e spirituale, la relazione di cura e la ridefinizione degli obiettivi di vita nella malattia. Anche la richiesta di suicidio medicalmente assistito può nascere dalla percezione di un divario diventato insostenibile, ma propone una risposta diversa: non ridurre il gap mantenendo la vita, bensì eliminarlo attraverso una morte intenzionalmente anticipata.
Il ruolo delle cure palliative nelle richieste di suicidio medicalmente assistito
Pur ribadendo la distinzione tra i due percorsi, il documento attribuisce alle cure palliative un ruolo importante nelle fasi informative e valutative delle richieste di suicidio medicalmente assistito. Le équipe palliative possiedono, infatti, competenze specifiche nell’ascolto della persona, nella comunicazione, nella valutazione della sofferenza globale, dei sintomi refrattari, della vulnerabilità psicologica, della sofferenza esistenziale, dei bisogni relazionali e spirituali e delle paure legate all’abbandono o al timore di essere un peso per i propri familiari. La loro presenza consentirebbe inoltre di verificare se il paziente abbia realmente avuto accesso a cure palliative tempestive e di qualità oppure se la richiesta di suicidio medicalmente assistito sia influenzata da una presa in carico insufficiente e potenzialmente migliorabile.
Il documento attribuisce alle cure palliative un ruolo importante nelle fasi informative e valutative delle richieste di suicidio medicalmente assistito
È per questo che emerge con chiarezza uno dei concetti chiave del documento, la “libertà autentica”. Secondo la SICP, la libertà non coincide semplicemente con il riconoscimento astratto di un diritto, ma richiede che la persona possa scegliere senza paura, senza ambiguità, senza condizionamenti impliciti e dopo aver ricevuto tutte le informazioni e le opportunità assistenziali disponibili.
Dalla sentenza 242 alle pronunce più recenti
Il Position Paper dedica un capitolo al contesto normativo italiano. La sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale ha stabilito i requisiti che permettono di richiedere il SMA, rendendo possibili le prime richieste da parte di cittadini italiani. Secondo la Corte, la persona malata deve essere affetta da una patologia irreversibile, deve trovarsi in una condizione di sofferenza fisica o psicologica che ritiene assolutamente intollerabile, deve essere tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, ma deve restare capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
La stessa sentenza ha affidato la verifica di queste condizioni alle strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale, prevedendo l’intervento di un organo collegiale terzo: i comitati etici territorialmente competenti. Ha inoltre richiesto un ulteriore passaggio procedurale, cioè che la persona abbia avuto la concreta possibilità di accedere alla terapia del dolore e alle cure palliative.
La sentenza n. 135 del 2024 ha poi chiarito un punto molto discusso, cosa si intenda per “trattamento di sostegno vitale”. La Corte ha ribadito che si tratta di una valutazione clinica, di competenza del personale medico, ma ha anche affermato il diritto di ogni paziente di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario sul proprio corpo, indipendentemente da quanto sia tecnicamente complesso o invasivo. Tra gli esempi discussi durante l’udienza pubblica, la Corte ha citato procedure come l’evacuazione manuale dell’intestino, l’inserimento di cateteri urinari o l’aspirazione del muco dalle vie bronchiali: se necessarie ad assicurare funzioni vitali del paziente, al punto che la loro interruzione ne causerebbe la morte in breve tempo, vanno considerate trattamenti di sostegno vitale ai fini dell’applicazione dei principi della sentenza 242.
In assenza di una legge nazionale, alcune Regioni — tra cui Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia — hanno definito percorsi propri attraverso atti legislativi o amministrativi. Una frammentazione regionale, osserva il documento, che ha il vantaggio di dare un’organizzazione concreta a un diritto già riconosciuto dalla Corte costituzionale, ma comporta anche il rischio di creare disuguaglianze nell’accesso al SMA tra una regione e l’altra.
Perché la SICP chiede di restare fuori dalla fase attuativa
Diverso è invece il tema della partecipazione diretta alla procedura di suicidio medicalmente assistito. La società scientifica riconosce che i singoli professionisti possano scegliere, secondo coscienza e a titolo personale, di partecipare a tali procedure. Tuttavia ritiene fondamentale mantenere distinta l’identità delle cure palliative dalla finalità propria del suicidio medicalmente assistito e preservare la specifica missione della medicina palliativa.
Il timore è che una sovrapposizione tra i due ambiti possa compromettere la fiducia nelle cure palliative e limitarne l’accesso da parte delle persone più fragili
La ragione, spiegano gli autori, non è ideologica. Il timore è che una sovrapposizione tra i due ambiti possa compromettere la fiducia nelle cure palliative e limitarne l’accesso da parte delle persone più fragili. Il documento richiama a questo proposito il concetto di “euristica della disponibilità” elaborato da Daniel Kahneman e Amos Tversky: le persone tendono a valutare situazioni complesse sulla base delle immagini e delle associazioni più immediate presenti nella memoria collettiva. Se hospice, assistenza domiciliare e cure palliative fossero associati culturalmente al suicidio medicalmente assistito, alcuni pazienti o familiari potrebbero temere che tali percorsi nascondano una logica eutanasica e decidere di evitarli. Il risultato sarebbe un ritardo nell’accesso alle cure o addirittura il rifiuto di servizi assistenziali di cui avrebbero bisogno. Secondo la SICP, questo descriverebbe una riduzione della libertà reale delle persone e un ostacolo all’accesso alle cure palliative.
Diritto alla richiesta e principio del non abbandono
Nelle conclusioni, il Position Paper afferma che in una società pluralista può essere riconosciuto il diritto individuale a richiedere il suicidio medicalmente assistito secondo le condizioni previste dall’ordinamento giuridico. Proprio per questo, sostengono gli autori, è necessario mantenere una distinzione chiara tra cure palliative e suicidio medicalmente assistito. La presenza delle équipe palliative nelle fasi informative e valutative delle richieste è considerata appropriata e importante. Diverso rimane invece il piano della fase attuativa, rispetto alla quale il documento ritiene essenziale preservare una distinzione simbolica, culturale e professionale tra l’accompagnamento della persona nella vita fino alla morte naturale e l’anticipazione intenzionale della morte.
«Questo documento nasce dalla responsabilità scientifica e civile della SICP. Su un tema tanto complesso abbiamo ritenuto necessario offrire un contributo rigoroso, pluralista e orientato alla tutela delle persone più fragili, affinché il dibattito pubblico possa svilupparsi su basi chiare e rispettose della dignità di ogni persona», afferma Gianpaolo Fortini, presidente della SICP. «In ogni caso, per la natura stessa delle Cure Palliative e dell’etica della cura alla quale si ispirano, i professionisti delle Cure Palliative non abbandonano mai la persona malata e la sua famiglia nel percorso, sempre difficile e sofferto, di qualunque scelta nella malattia».
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Ivana Barberini
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