La distanza tra chi possiede competenze digitali e chi resta indietro sta diventando una delle fratture più rilevanti del mercato del lavoro italiano. Secondo l’ultimo report Istat su Cittadini e ICT, nel 2025 solo il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni aveva competenze digitali almeno di base. Il dato migliora rispetto all’anno precedente, ma resta lontano dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030.
È una percentuale che racconta molto più della dimestichezza con app, piattaforme e servizi online. Dice quanto una parte consistente della popolazione adulta rischi di avere meno strumenti per cercare lavoro, cambiarlo, crescere professionalmente o difendere il proprio valore dentro organizzazioni sempre più esposte all’automazione, ai dati e all’intelligenza artificiale.
Il tema entra anche nella soddisfazione professionale. Il Salary Satisfaction Report 2026, realizzato dall’Osservatorio JobPricing in collaborazione con Adecco, segnala che circa sei lavoratori su dieci si dichiarano insoddisfatti della propria retribuzione, con un indice medio di soddisfazione pari a 4,2 su 10.
Lo stipendio resta centrale, ma il report mostra un quadro più ampio: opportunità di crescita, percorsi formativi, welfare, equilibrio vita-lavoro e qualità dell’ambiente incidono sul modo in cui le persone valutano il proprio lavoro.
La formazione, in questo scenario, smette di essere un accessorio da curriculum. Diventa una leva concreta per spostare la propria posizione.
Il divario digitale entra nella carriera
Per anni le competenze digitali sono state raccontate come un requisito tecnico, utile soprattutto a chi lavora nell’ICT. Questa lettura appare ormai troppo stretta. Saper usare strumenti digitali, interpretare dati, collaborare su piattaforme, gestire processi automatizzati o comprendere le logiche dell’intelligenza artificiale riguarda marketing, vendite, amministrazione, risorse umane, operations, customer care, formazione, progettazione e comunicazione.
Il report Istat fotografa un’Italia più connessa, ma ancora disomogenea. Le competenze digitali di base crescono di 8,4 punti percentuali rispetto al 2024, ma il risultato resta distante dal target fissato dall’Europa. Il divario cambia in base a età, territorio, istruzione e condizioni socio-culturali. In pratica, la possibilità di usare il digitale come leva professionale è distribuita in modo irregolare.
Questo pesa soprattutto nei momenti di passaggio: cercare un nuovo impiego, affrontare una selezione, cambiare settore, rientrare dopo una pausa, candidarsi a ruoli più qualificati. Una persona con skill digitali aggiornate può leggere meglio le richieste del mercato e presentarsi con un profilo più spendibile.
La formazione digitale agisce qui come un moltiplicatore. Aiuta a ridurre la distanza tra quello che le imprese cercano e quello che molti lavoratori sanno effettivamente fare.
Perché lo stipendio da solo racconta poco
Il dato Adecco-JobPricing sulla soddisfazione salariale offre un punto di ingresso molto concreto. Se circa sei lavoratori su dieci si dichiarano insoddisfatti, la questione riguarda anche percezione di equità, trasparenza e possibilità di crescita.
Nel report, la retribuzione viene descritta come un fattore decisivo, ma inserito in una logica più ampia di Total Reward. Dentro questa espressione rientrano elementi diversi: salario fisso, premi, benefit, welfare, formazione, prospettive di carriera, flessibilità, qualità manageriale. È qui che la formazione acquista peso.
Chi si forma su competenze richieste dal mercato aumenta le proprie possibilità di accedere a ruoli meglio pagati, ma anche di negoziare con maggiore forza. Un corso ben scelto, una certificazione credibile o un percorso pratico su strumenti digitali possono incidere sulla mobilità professionale più di una generica promessa di crescita.
Il punto è semplice: la soddisfazione lavorativa dipende anche dalla sensazione di avere margine. Margine per cambiare, crescere, scegliere. Le competenze digitali rafforzano proprio questo spazio di manovra.
L’intelligenza artificiale accelera la richiesta di nuove skill
Il rapporto più diretto tra formazione, digitale e lavoro arriva dallo studio L’IA nel mercato del lavoro, realizzato da Anitec-Assinform e Politecnico di Torino. Il documento analizza l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle imprese italiane, con attenzione specifica a competenze, organizzazione del lavoro e sistemi formativi.
Secondo le stime riportate dal Politecnico di Torino, nel 2025 il mercato italiano dell’intelligenza artificiale valeva 1,24 miliardi di euro, in crescita del 33% rispetto ai 935 milioni del 2024. Le proiezioni indicano oltre 2,5 miliardi entro il 2028.
Numeri di questo tipo spiegano perché la formazione su AI, dati e automazione abbia assunto un valore diverso. L’intelligenza artificiale sta entrando nei processi aziendali con applicazioni molto pratiche: analisi documentale, customer service, marketing automation, generazione di contenuti, supporto alle vendite, gestione della conoscenza, programmazione, manutenzione predittiva, controllo qualità.
Chi lavora in azienda può incontrare questi strumenti anche senza avere un ruolo tecnico. Un HR manager può usarli per leggere trend interni e supportare processi di selezione. Un commerciale può analizzare portafogli clienti. Un professionista del marketing può lavorare su segmentazione, contenuti e misurazione. Un amministrativo può automatizzare attività ripetitive e migliorare la gestione dei dati.
La differenza, spesso, sta nella capacità di usare questi strumenti con criterio. Capire limiti, rischi, fonti, privacy, qualità dell’output. La formazione serve anche a evitare l’uso superficiale dell’AI, quello che produce efficienza apparente e problemi reali.
Le imprese cercano competenze, ma faticano a trovarle
Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro emerge anche dai dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere, realizzato con il Ministero del Lavoro. Il bollettino di giugno 2026 segnala 623mila contratti programmati dalle imprese nel mese e un fabbisogno di quasi 1,5 milioni di entrate nel trimestre giugno-agosto.
Dentro questa domanda, i profili collegati ai servizi informatici e delle telecomunicazioni continuano a occupare una posizione rilevante, anche per le opportunità rivolte ai giovani. Il dato interessa chi si occupa di formazione perché mostra una cosa spesso sottovalutata: le competenze digitali non sono richieste solo dalle grandi aziende tecnologiche. Servono anche nelle PMI, nei servizi, nella manifattura, nel turismo evoluto, nella logistica, nella consulenza, nella pubblica amministrazione.
Il mercato non chiede soltanto sviluppatori. Chiede figure capaci di lavorare con strumenti digitali in modo produttivo. Analisti, specialisti CRM, social media manager, e-commerce manager, esperti di advertising, project manager digitali, tecnici di cybersecurity, profili data-oriented, formatori interni, consulenti per l’adozione dell’AI.
La conseguenza per i lavoratori è piuttosto netta. Chi aggiorna le proprie competenze può posizionarsi in aree dove la domanda resta viva. Chi rimanda rischia di trovarsi con un’esperienza ancora utile, ma meno leggibile dalle aziende.
Formarsi sul digitale conviene anche a chi ha già un lavoro
La formazione viene spesso associata a chi cerca la prima occupazione o a chi ha perso il lavoro. È una visione parziale. Per molti professionisti già inseriti, le competenze digitali servono a difendere il proprio ruolo, ampliare le responsabilità e restare competitivi nei passaggi interni.
Un impiegato amministrativo che impara a usare strumenti di automazione può liberare tempo da attività ripetitive e assumere compiti di controllo più qualificati. Un responsabile marketing che studia AI generativa, analytics e advertising platform può migliorare la qualità delle decisioni e dialogare meglio con agenzie e fornitori. Un HR specialist con competenze su people analytics e learning design può progettare percorsi formativi più misurabili.
La formazione funziona quando è collegata a un obiettivo professionale preciso. “Imparare l’AI” è troppo vago. Meglio chiedersi quale processo può migliorare, quale competenza manca nel proprio team, quale attività assorbe troppo tempo, quale ruolo si vuole raggiungere nei prossimi dodici mesi.
Anche le aziende hanno interesse a spingere in questa direzione. Formare persone già presenti in organico può costare meno che cercare competenze scarse sul mercato. Inoltre riduce il rischio di introdurre tecnologia senza cambiare davvero il modo di lavorare.
Il valore della formazione sta nella spendibilità
Un corso digitale produce valore quando lascia qualcosa di utilizzabile. Un progetto, una certificazione riconosciuta, una competenza applicata, una maggiore autonomia sugli strumenti. La spendibilità conta più della quantità di ore.
Per chi cerca lavoro, questo significa costruire un profilo visibile e verificabile. Portfolio, casi pratici, esercitazioni, risultati misurabili. Per chi lavora già, significa trasformare la formazione in output: una dashboard, un processo automatizzato, una campagna migliorata, un flusso di lavoro più efficiente, una procedura interna più chiara.
I dati dei report aiutano a leggere il fenomeno senza retorica. Istat segnala un Paese ancora lontano dagli standard europei sulle competenze digitali. Adecco e JobPricing mostrano una forza lavoro insoddisfatta, attenta a retribuzione e crescita. Anitec-Assinform e Politecnico descrivono un mercato dell’AI in accelerazione. Excelsior registra una domanda di lavoro che continua a cercare profili qualificati.
Il filo comune è la formazione. Chi la considera un investimento episodico rischia di inseguire il cambiamento. Chi la usa come leva di posizionamento può trasformarla in una scelta professionale concreta: diventare più utile, più autonomo, più negoziale.
Il digitale non garantisce automaticamente un lavoro migliore. Ma nel mercato che emerge dai dati del 2026, ignorarlo significa partire con meno strumenti. E per molti lavoratori italiani, il primo salto potrebbe essere proprio questo: passare dall’uso quotidiano della tecnologia a una competenza spendibile sul lavoro.
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Fabio Casciabanca
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