Inizia l’anno scolastico e iniziano gli incarichi “spezzoni”, le cattedre che gli insegnanti di ruolo devono completare spostandosi tra più scuole. Ne ha scritto in una lettera a Repubblica la professoressa Vera Di Giulio, docente di Filosofia e Storia di ruolo dal 2005, titolare al liceo linguistico di Spinazzola, in provincia di Barletta-Andria-Trani.
La cattedra divisa tra due scuole
Nella lettera, la docente racconta che quest’anno le sono state assegnate 12 ore nella sua sede di titolarità a Spinazzola e altre 10 ore al liceo “Ettore Carafa” di Andria, per un totale di 22 ore settimanali suddivise tra due istituti, due collegi docenti e più consigli di classe. La docente sottolinea come, “formalmente”, la cattedra risulti completa, ma nella pratica la sua attività professionale sia frammentata tra spostamenti di decine di chilometri per tre giorni alla settimana, con costi di carburante e manutenzione dell’auto che finiscono per assorbire parte della retribuzione aggiuntiva, oltre a sottrarre tempo alla preparazione delle lezioni e alla vita familiare.
Il paradosso delle piccole scuole
Secondo Di Giulio, il meccanismo risulterebbe particolarmente contraddittorio nelle piccole scuole delle aree interne come Spinazzola, dove la presenza stabile dei docenti dovrebbe essere favorita e non ridotta. La docente segnala inoltre un paradosso: mentre alcuni insegnanti titolari vengono inviati a completare l’orario in altri comuni, nella scuola di appartenenza resterebbero scoperti insegnamenti e ore di sostegno difficili da assegnare. Nel suo caso, racconta di non aver potuto mantenere, lo scorso anno, nove ore di sostegno nella scuola di titolarità nonostante la propria specializzazione.
La richiesta di una diversa organizzazione degli organici
La professoressa chiede che, prima di costruire cattedre esterne, l’amministrazione scolastica verifichi con maggiore attenzione le possibilità di completamento all’interno della stessa scuola, anche attraverso altre classi di concorso o ore di sostegno, tenendo conto della continuità didattica e della sostenibilità degli spostamenti. “Non chiedo di essere sottratta ai miei doveri”, scrive la docente, che dichiara di voler comunque svolgere le 22 ore assegnate, ma auspica che in futuro la propria posizione venga considerata come quella di una titolare e non come “uno spezzone da incastrare ogni anno in una scuola diversa”.
La lettera integrale
“Sono una docente dal 1995 e di ruolo dal 2005 e insegno Filosofia e Storia. La mia sede di titolarità è il liceo linguistico di Spinazzola, una piccola scuola situata in un comune dell’entroterra pugliese. Eppure, nonostante la stabilità formale garantita dal ruolo, ogni anno mi ritrovo a cambiare scuola di completamento in base agli abbinamenti stabiliti dall’Ufficio scolastico provinciale.
Lo scorso anno completavo la mia cattedra a Barletta. Quest’anno mi sono state assegnate 12 ore a Spinazzola e altre 10 ore al liceo “Ettore Carafa” di Andria, per un totale di 22 ore settimanali. Ciò significa lavorare in due scuole, con due organizzazioni differenti, due collegi, più consigli di classe, riunioni e adempimenti, oltre agli spostamenti da affrontare tre giorni alla settimana.
Formalmente la cattedra è completa. Nella realtà, però, è la vita della docente a essere frammentata. Le quattro ore oltre le 18 saranno retribuite, ma una parte consistente di quella retribuzione finirà inevitabilmente nei costi del carburante, nella manutenzione dell’automobile e negli spostamenti. A questo si aggiunge il tempo sottratto alla preparazione delle lezioni, alla famiglia e, nel mio caso, all’assistenza di mia madre, che sta affrontando un grave problema di salute.
Non racconto questa situazione per chiedere un privilegio personale. Il punto è comprendere se l’organizzazione delle cattedre possa continuare a essere trattata come un semplice esercizio numerico: dodici ore in una scuola, dieci in un’altra e, sulla carta, il problema è risolto. Dietro quelle cifre, però, ci sono docenti, famiglie, studenti e comunità scolastiche.
Essere di ruolo dovrebbe significare anche poter costruire nel tempo una relazione stabile con una scuola e con il suo territorio. Invece, quando la cattedra viene completata ogni anno in un istituto diverso, il docente titolare resta legato alla propria sede principale solo in parte e viene continuamente spostato in funzione delle decisioni annuali dell’amministrazione.
Questo meccanismo appare ancora più contraddittorio nel caso delle piccole scuole delle aree interne. Il liceo linguistico di Spinazzola opera in un territorio periferico e difficilmente raggiungibile, nel quale la presenza stabile degli insegnanti dovrebbe essere tutelata e rafforzata. Una scuola piccola non dovrebbe essere considerata soltanto come un insieme di ore da tagliare e ricomporre altrove. Dovrebbe essere messa nelle condizioni di trattenere i propri docenti, sviluppare progetti e garantire continuità educativa agli studenti.
Nel liceo esistono, peraltro, insegnamenti e spezzoni orari che talvolta rimangono scoperti proprio perché raggiungere Spinazzola è difficile. Ci si trova così davanti a un paradosso: alcuni docenti titolari vengono mandati a completare la cattedra in altri comuni, mentre nella scuola restano ore per le quali è complicato trovare personale disponibile.
Molti docenti di ruolo possiedono più abilitazioni o una specializzazione sul sostegno. Sarebbe quindi ragionevole che l’Ufficio scolastico, prima di costruire cattedre esterne particolarmente gravose, verificasse la possibilità di formare le 18 ore all’interno della stessa istituzione, anche attraverso insegnamenti appartenenti a classi di concorso diverse o, quando consentito, attraverso ore di sostegno.
Nel mio caso, lo scorso anno non mi è stato consentito di mantenere nove ore sul sostegno nella scuola di titolarità, nonostante la mia specializzazione e il lavoro già svolto. Quest’anno mi ritrovo con dieci ore di completamento in un’altra città. Non sostengo che queste soluzioni possano essere adottate automaticamente o senza rispettare i diritti degli altri docenti. Chiedo, però, se vengano davvero esaminate tutte le possibilità prima di imporre ogni anno nuovi spostamenti a chi possiede già una sede di titolarità e tutte le competenze necessarie per essere utilizzato utilmente nella propria scuola.
L’amministrazione deve certamente far quadrare gli organici, ma dovrebbe considerare anche la continuità didattica, la sostenibilità degli spostamenti, le professionalità effettivamente disponibili e la necessità di non impoverire ulteriormente le scuole dei piccoli comuni.
Non chiedo di essere sottratta ai miei doveri. Quest’anno svolgerò le 22 ore che mi sono state assegnate, affrontando i viaggi e cercando di garantire agli studenti di entrambe le scuole tutta la professionalità possibile. Chiedo però che, per il futuro, la mia posizione venga valutata come quella di una docente titolare e non come uno spezzone da incastrare ogni anno in una scuola diversa.
La scuola pubblica non può parlare di inclusione, cura delle persone, continuità educativa e valorizzazione delle aree interne se poi, quando organizza il proprio personale, dimentica completamente le persone, le distanze e i territori”.
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