Inchiesta/Casa, 30 mila sfratti per morosità: perché l’affitto salta


Nel 2024 sono stati emessi 40.158 provvedimenti di sfratto: 30.041 rientrano nella voce ministeriale “morosità o altra causa”, il 74,8%. Tra chi vive in affitto la povertà assoluta è molto più diffusa, mentre canoni elevati e redditi ancora fragili ampliano la fascia delle famiglie esposte.

Nel 2024 in Italia sono stati emessi 40.158 provvedimenti esecutivi di sfratto per immobili a uso abitativo. Di questi, 30.041 — il 74,8% — rientrano nella categoria ufficiale “morosità o altra causa”. Calcolato sull’intero anno, significa un provvedimento ogni 17 minuti e mezzo. Considerando invece tutti gli sfratti emessi, il ritmo teorico sale a uno ogni 13 minuti. Dietro le due cifre c’è un problema più vasto: per una parte crescente del mercato dell’affitto, la distanza tra canoni, redditi e capacità di assorbire un imprevisto è diventata troppo stretta.

Le 40.158 decisioni non corrispondono a 40.158 famiglie materialmente allontanate da casa nello stesso anno. Nel 2024 le richieste di esecuzione presentate agli ufficiali giudiziari sono state 81.054, in aumento del 9,82% sul 2023, mentre gli sfratti effettivamente eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario sono stati 21.337. Sono tre grandezze diverse, che fotografano passaggi differenti della procedura e possono riguardare pratiche avviate in anni precedenti. Ma proprio questa distinzione rende il quadro più leggibile: il contenzioso abitativo produce un flusso continuo, con migliaia di casi che passano dal provvedimento all’esecuzione secondo tempi e storie differenti.

Anche la parola “morosità” richiede cautela. Le statistiche del Ministero dell’Interno aggregano nella stessa voce “morosità o altra causa”; non permettono quindi di affermare che tutti i 30.041 casi siano sfratti dovuti esclusivamente all’impossibilità economica di pagare. E non dicono quanti riguardino una perdita del lavoro, una separazione, una malattia, un contratto precario o una scelta deliberata di non versare il canone. “Morosità incolpevole”, inoltre, è una categoria più ristretta, usata dalle politiche pubbliche per indicare l’impossibilità sopravvenuta di adempiere per cause non imputabili alla volontà dell’inquilino. Confondere le due cose gonfierebbe il dato. Il fatto che quasi tre provvedimenti su quattro ricadano comunque nella voce legata alla morosità indica però dove si concentra la pressione.

Nel 2024, secondo l’Istat, il 18% delle famiglie italiane viveva in affitto. Tra queste, oltre un milione era in povertà assoluta e l’incidenza della povertà raggiungeva il 22,1%, contro il 4,7% delle famiglie proprietarie dell’abitazione in cui vivono. Nel Mezzogiorno la quota di famiglie in affitto in povertà assoluta arrivava al 24,8%, nel Nord al 21,9%, nel Centro al 18,7%. Non è una prova diretta che quelle famiglie finiranno sotto sfratto, ma mostra quanto il mercato della locazione intercetti una fascia economicamente fragile della popolazione.

La fragilità non coincide soltanto con la povertà statistica. Nel 2025, secondo l’Istat, il 35,9% degli individui considerava le spese per l’abitazione un onere pesante; il 22,4% arrivava a fine mese con difficoltà o grande difficoltà e quasi la metà non era riuscita a risparmiare. Nel 2024 il reddito medio annuo delle famiglie era tornato a crescere anche in termini reali, ma il recupero non cancella la perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni dell’inflazione. Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat mostra che nel 2025 le retribuzioni reali lorde di fatto per dipendente erano ancora inferiori del 3,5% rispetto al 2019.

Tra reddito e canone resta spesso poco margine. Una famiglia che spende una quota elevata del reddito per la casa può restare formalmente sopra la soglia di povertà e avere tuttavia pochissimo margine. Basta la fine di un contratto a termine, una riduzione delle ore lavorate, un periodo di disoccupazione, una spesa sanitaria, la rottura di un nucleo familiare o un aumento delle altre uscite essenziali perché il canone cominci a competere con bollette, alimentari e trasporti. Per una famiglia monoreddito il rischio è maggiore: se si interrompe l’unica entrata, manca una seconda fonte con cui assorbire lo shock. Le statistiche sugli sfratti non consentono però di misurare quanti casi appartengano a questa categoria.

Sul lato opposto c’è un mercato che, nonostante alcuni segnali recenti di raffreddamento, rimane caro. La Banca d’Italia, nel sondaggio sul secondo trimestre 2026, rileva che i canoni di locazione hanno accelerato rispetto al trimestre precedente nella maggior parte del territorio nazionale, con l’eccezione del Nord-Ovest, pur rallentando rispetto allo stesso periodo del 2025. I dati delle inserzioni di idealista mostrano una correzione ad agosto, con un canone richiesto medio nazionale di 14,6 euro al metro quadrato, ma livelli ancora molto elevati nelle città più tese: 22,3 euro a Milano, 21,7 a Firenze, 20,2 a Venezia e 19,1 a Roma. Sono prezzi richiesti negli annunci, non canoni effettivamente firmati: indicano la soglia d’ingresso incontrata oggi da chi cerca casa.

Su un appartamento di 70 metri quadrati, applicare meccanicamente quei valori significa superare i 1.500 euro mensili a Milano e Firenze e avvicinarsi ai 1.340 euro a Roma, prima ancora di condominio e utenze. È un calcolo indicativo, perché zona, stato dell’immobile e tipologia contrattuale cambiano il prezzo reale; aiuta però a capire perché nelle grandi città l’accessibilità riguardi ormai anche lavoratori che non rientrano nelle fasce tradizionalmente povere.

La geografia degli sfratti non coincide perfettamente con quella dei canoni più alti. Nel 2024 la Lombardia ha registrato 6.574 provvedimenti, il Lazio 6.101, la Campania 4.595 e il Piemonte 4.058. Le differenze dipendono dalla dimensione demografica, dal peso del mercato in locazione, dalla struttura sociale e dalle caratteristiche territoriali; un confronto corretto richiederebbe tassi rapportati alle famiglie in affitto, non soltanto valori assoluti. Il dato nazionale, tuttavia, mostra che l’emergenza non appartiene esclusivamente a Milano, Roma o Firenze. Nelle aree dove i redditi sono più bassi, anche un canone molto inferiore può assorbire una quota altrettanto problematica del bilancio familiare.

Gli studenti fuori sede rappresentano un altro segmento sotto pressione, ma anche qui occorre evitare sovrapposizioni. Le statistiche del Ministero dell’Interno non dicono quanti provvedimenti riguardino studenti, né consentono di attribuire a loro una parte dei 30.041 casi di morosità o altra causa. La difficoltà a trovare stanze e piccoli appartamenti a prezzi compatibili con i redditi familiari appartiene allo stesso problema dell’accessibilità, ma non è la stessa cosa dello sfratto. Il Piano Casa approvato nel 2026 include esplicitamente studenti universitari e lavoratori fuori sede tra le categorie cui indirizzare parte dell’offerta abitativa a prezzi accessibili: un riconoscimento normativo del fatto che il disagio abitativo ha ormai confini più larghi di quelli dell’edilizia popolare tradizionale.

C’è poi il punto di vista dei proprietari, spesso assente quando si raccontano soltanto le conseguenze sociali dello sfratto. Un canone non pagato può diventare un problema serio soprattutto per il piccolo locatore che conta su quell’entrata per integrare reddito o pensione e deve sostenere imposte, condominio, manutenzione e spese legali. Le 81.054 richieste di esecuzione presentate nel 2024, molto più numerose dei nuovi provvedimenti emessi nello stesso anno, mostrano quanto il sistema accumuli pratiche e quanto la fase esecutiva possa avere una vita autonoma rispetto alla nascita del contenzioso. Una politica efficace deve quindi proteggere l’inquilino colpito da una crisi reale senza trasformare il proprietario in un ammortizzatore sociale involontario.

Su questo equilibrio intervengono i fondi pubblici. Il vecchio Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli non ha ricevuto stanziamenti nel triennio 2022-2024; è stato poi rifinanziato con 10 milioni per il 2025, 20 milioni per il 2026 e ulteriori 2 milioni per il 2026 e il 2027. Con il Piano Casa del 2026, però, i 22 milioni disponibili per quest’anno e i 2 milioni per il 2027 sono stati utilizzati per finanziare un nuovo Fondo di garanzia destinato alla morosità incolpevole e al deposito cauzionale nei contratti di edilizia residenziale pubblica. La misura, quindi, non equivale a un fondo generale per tutti gli inquilini del mercato privato in difficoltà: il suo perimetro è l’edilizia residenziale pubblica.

Il nuovo Fondo nasce con una logica diversa dal contributo tradizionale: coprire il rischio di morosità incolpevole e il deposito cauzionale negli alloggi pubblici, con una dotazione iniziale statale e un’alimentazione successiva affidata anche a una quota dei canoni versati dagli assegnatari. Il Piano Casa prova parallelamente ad aumentare l’offerta di edilizia pubblica, sociale e integrata, recuperando immobili e puntando su locazioni a prezzo calmierato. È una risposta strutturale che richiede tempo. Lo sfratto per morosità, invece, nasce spesso da un problema di cassa immediato: una mensilità saltata, poi due, poi tre, mentre il debito cresce e la possibilità di rientrare diminuisce.

Il problema è soprattutto il tempo dell’intervento. Prevenire uno sfratto può costare meno, socialmente e amministrativamente, che gestire una famiglia dopo la perdita della casa, ma l’aiuto deve arrivare prima che l’arretrato diventi ingestibile. Un sostegno tardivo rischia di non essere sufficiente né per l’inquilino né per il proprietario. Una garanzia che copra parte del rischio, un contributo temporaneo legato a una perdita documentata del reddito, l’accompagnamento verso un canone sostenibile o un alloggio pubblico possono agire in momenti diversi della crisi. Nessuno di questi strumenti, preso da solo, risolve però la scarsità di abitazioni accessibili nelle zone dove lavoro, università e servizi attirano più domanda.

L’altro nodo è l’offerta. I dati di idealista segnalano che nel secondo trimestre 2026 lo stock di case in affitto pubblicizzate sulla piattaforma è cresciuto dell’8,2% rispetto ai tre mesi precedenti e del 10,5% su base annua, con aumenti anche a Milano e Roma. È un segnale da osservare perché una maggiore disponibilità può ridurre la pressione sui prezzi, ma non autorizza ancora a parlare di riequilibrio compiuto: nello stesso periodo la Banca d’Italia ha rilevato un’accelerazione congiunturale dei canoni nella maggior parte del Paese. Quantità disponibile e accessibilità economica non si muovono necessariamente alla stessa velocità.

La crisi dell’affitto italiana sovrappone mercati diversi: famiglie povere, lavoratori schiacciati dai prezzi delle grandi città, studenti fuori sede, nuclei colpiti da una perdita improvvisa di reddito e piccoli proprietari esposti al mancato pagamento. Le statistiche sugli sfratti intercettano soltanto il punto in cui una parte di queste tensioni arriva davanti a un giudice e poi all’ufficiale giudiziario.

Accostare i 40.158 provvedimenti al milione abbondante di famiglie in affitto che l’Istat colloca già in povertà assoluta sposta il tema dal tribunale alla politica economica. L’incidenza della povertà tra gli inquilini è del 22,1%: conta quanto reddito resta dopo aver pagato la casa, quanta offerta accessibile esiste dove le persone lavorano e studiano e quanto rapidamente intervengono gli strumenti pubblici quando un reddito si interrompe.

I dati del 2024 raccontano l’esito di crisi maturate spesso molto prima. Quelli del 2026 dicono che i canoni non hanno ancora imboccato una discesa generalizzata capace di cambiare il quadro. Nel mezzo ci sono famiglie che possono passare da una situazione sostenibile alla morosità in pochi mesi. La differenza tra una difficoltà temporanea e uno sfratto, in molti casi, si gioca proprio in quel breve intervallo.


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