«La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono.»
— Montesquie
Il confine tra i poteri dello Stato non è una linea tracciata una volta per tutte su una carta costituzionale. È, prima di tutto, una disciplina del comportamento, una forma di rispetto reciproco, quasi un esercizio quotidiano di misura. Quando quella misura viene meno, le istituzioni non cessano formalmente di esistere, ma cominciano a guardarsi con sospetto, a percepirsi come avversarie, fino a trasformare il fisiologico confronto democratico in una guerra di posizioni.
È dentro questa prospettiva che acquista particolare significato l’idea, sostenuta dall’ex ministro della Giustizia Nitto Palma, che Giorgia Meloni dovrebbe accettare l’invito dell’Associazione nazionale magistrati e partecipare al congresso delle toghe previsto per novembre. Non per celebrare una tregua artificiale, non per riaprire la battaglia sul referendum e nemmeno per cercare una plateale rivincita politica, ma per entrare nel luogo del possibile conflitto e parlare direttamente a chi quel conflitto rappresenta.
Sarebbe, in fondo, un gesto istituzionale prima ancora che politico.
Il valore della presenza
La tentazione, in situazioni come questa, è quella di evitare il luogo nel quale si presume di non essere accolti favorevolmente. È una tentazione comprensibile, ma la politica delle istituzioni non può essere costruita soltanto sulla ricerca di contesti favorevoli.
Andare al congresso dell’Anm significherebbe accettare il rischio del confronto.
E il confronto, quando è autentico, comporta sempre un margine di rischio.
Una presidente del Consiglio che si presenta davanti ai magistrati non ha bisogno di essere applaudita. Anzi, la sua presenza avrebbe valore proprio se accompagnata dalla consapevolezza che potrebbero esserci dissensi, contestazioni, reazioni critiche. La democrazia non consiste nell’incontrare soltanto chi pensa come noi. Consiste anche nella capacità di sostenere il dissenso senza trasformarlo immediatamente in delegittimazione dell’avversario.
Per questo l’invito dell’Anm potrebbe trasformarsi, paradossalmente, da elemento di contrapposizione a opportunità istituzionale.
Meloni potrebbe dire ciò che ritiene necessario dire, ma farlo davanti ai magistrati, e non soltanto parlando dei magistrati.
È una differenza enorme.
Il problema dei confini
Il cuore della questione non è stabilire chi abbia vinto o chi abbia perso l’ennesima controversia fra politica e magistratura. Il problema più profondo riguarda la delimitazione delle rispettive funzioni.
In una democrazia costituzionale, il Parlamento legifera, il Governo governa, la magistratura interpreta e applica la legge nell’esercizio indipendente della funzione giudiziaria. Questi poteri non sono mondi separati da muri invalicabili: dialogano, si controllano reciprocamente, si condizionano attraverso i meccanismi previsti dall’ordinamento. Ma proprio perché dialogano, hanno bisogno di confini.
Il confine non è un ostacolo al rapporto tra poteri.
È ciò che rende possibile il rapporto.
Quando un potere pretende di sostituirsi a un altro, il problema non è più soltanto politico o giudiziario. Diventa istituzionale.
È questo il punto sollevato da Palma quando osserva che negli ultimi decenni il rapporto tra magistratura e politica è diventato progressivamente più conflittuale. Nella sua lettura, la frattura assume una particolare intensità con la stagione di Mani Pulite, quando la magistratura acquisì nella vita pubblica italiana un peso straordinario.
La storia, naturalmente, è più complessa di qualunque periodizzazione. Ma resta una domanda fondamentale: quanto può spingersi la magistratura nel dibattito pubblico senza trasformare la propria autorevolezza istituzionale in una forma di influenza politica?
E, simmetricamente, quanto può spingersi la politica nel criticare la magistratura senza trasformare la critica in delegittimazione dell’indipendenza giudiziaria?
La risposta dovrebbe essere la stessa per entrambi: fino al punto consentito dalla Costituzione, dalla legge e dalla responsabilità istituzionale.
Il diritto alla critica
Uno degli aspetti più delicati riguarda il diritto di criticare le decisioni giudiziarie.
Una sentenza o un’ordinanza possono essere discusse? Certamente. La magistratura, come ogni istituzione della Repubblica, non dovrebbe essere sottratta alla discussione pubblica. Allo stesso tempo, criticare una decisione giudiziaria non significa necessariamente accusare il magistrato di malafede o mettere in discussione l’indipendenza della funzione giudiziaria.
È proprio qui che dovrebbe operare la distinzione tra critica dell’atto e delegittimazione dell’istituzione.
Un politico può ritenere sbagliata una decisione giudiziaria. Può esprimere perplessità. Può spiegare ai cittadini perché considera inadeguata una determinata interpretazione della legge. E, soprattutto, può proporre di modificare la legge quando ritenga che quella legge debba essere cambiata.
Il Parlamento, infatti, non è un osservatore passivo delle conseguenze delle norme.
Se una disposizione produce effetti considerati inadeguati, la politica dispone dello strumento più coerente con il proprio ruolo: cambiare la regola.
È questa la fisiologia della democrazia.
La magistratura applica la legge; il legislatore può modificarla. Confondere questi due piani significa generare un conflitto che potrebbe invece essere affrontato attraverso gli strumenti ordinari dello Stato di diritto.
Ispezioni e responsabilità
Un discorso analogo riguarda le ispezioni ministeriali.
Il punto decisivo è distinguere il merito della decisione giudiziaria dalla verifica del rispetto delle regole.
Il ministro della Giustizia non può trasformarsi in un giudice del giudice. Non può stabilire quale debba essere il contenuto di una decisione giudiziaria né pretendere di orientare l’esito di un procedimento.
Altra cosa è verificare, nei limiti previsti dall’ordinamento, se nell’attività giudiziaria siano state rispettate le norme e se emergano eventuali profili disciplinari.
Anche qui ritorna il problema del confine.
E il confine funziona soltanto se vale in entrambe le direzioni.
L’indipendenza della magistratura non può diventare immunità da ogni controllo previsto dalla legge. Allo stesso modo, i poteri del ministro non possono diventare una forma di interferenza nell’attività giurisdizionale.
Autonomia non significa assenza di responsabilità; controllo non significa subordinazione.
È una distinzione semplice, ma decisiva.
Il ruolo del Csm
Ancora più delicato è il rapporto tra magistratura e legislazione.
I magistrati hanno pieno diritto di discutere pubblicamente le riforme della giustizia. Conoscono dall’interno il funzionamento degli uffici giudiziari, le difficoltà organizzative, le conseguenze concrete delle norme. La loro esperienza può rappresentare un contributo prezioso al dibattito democratico.
Ma contribuire al dibattito non significa sostituirsi al legislatore.
Il Parlamento riceve opinioni, osservazioni, critiche e proposte. Poi decide.
Questo principio vale anche quando la riforma riguarda direttamente l’ordinamento giudiziario. Il confronto può essere duro, ma dovrebbe conservare una grammatica istituzionale.
Il Consiglio superiore della magistratura ha certamente competenze consultive sulle questioni che riguardano l’ordinamento giudiziario, ma il problema nasce quando il confine tra contributo tecnico e intervento politico diventa indistinto.
La magistratura non deve rinunciare alla parola.
La politica non deve rinunciare alla decisione.
Quando lo stile diventa sostanza
Forse è proprio lo stile istituzionale l’elemento più sottovalutato della discussione.
Le istituzioni sono fatte di norme, ma anche di comportamenti. La Costituzione stabilisce competenze e procedure; non può prescrivere ogni parola, ogni tono, ogni gesto. Quella parte appartiene alla responsabilità delle persone che occupano temporaneamente gli organi dello Stato.
Si può dissentire senza insultare.
Si può criticare senza delegittimare.
Si può difendere la propria autonomia senza considerare ogni critica un’aggressione.
E si può riconoscere l’indipendenza dell’altro senza rinunciare alle proprie prerogative.
Questa maturità istituzionale è forse più importante di qualsiasi vittoria contingente.
Quando manca, la politica tende a vedere nella magistratura un avversario politico e una parte della magistratura tende a vedere nella politica una minaccia permanente alla propria indipendenza. In questo modo si crea un circolo vizioso nel quale ogni parola viene interpretata come un attacco e ogni risposta diventa la giustificazione del successivo attacco.
Il risultato è una progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni.
E quando i cittadini smettono di distinguere tra conflitto istituzionale e conflitto politico, a perdere non è soltanto una delle parti: perde l’intero sistema.
Una democrazia adulta non teme il confronto
Per questo la scelta di Meloni di partecipare o meno al congresso dell’Anm assume un significato che va oltre l’episodio.
Se decidesse di andare, dovrebbe farlo senza atteggiamenti di sfida. Non come chi entra nel territorio dell’avversario, ma come chi entra in uno spazio della Repubblica.
Sarebbe importante anche per i magistrati accogliere quella presenza nello stesso spirito.
Perché il congresso dell’Anm non dovrebbe essere una fortezza assediata, così come Palazzo Chigi non dovrebbe essere una cittadella impermeabile alle critiche.
La democrazia non ha bisogno di fortezze. Ha bisogno di istituzioni capaci di parlarsi.
In questo senso, anche un confronto difficile può essere più utile di un silenzio diplomatico.
Una parola pronunciata davanti all’interlocutore ha un peso diverso da una parola pronunciata alle sue spalle.
Perché Meloni dovrebbe andare
Meloni, dunque, dovrebbe accettare l’invito non per convincere i magistrati, non per provocarli e nemmeno per cercare una rivincita.
Dovrebbe andarci per riaffermare il principio che la Repubblica appartiene a tutti i suoi poteri, ma che nessuno di essi può pretendere di essere la Repubblica intera.
Potrebbe dire alla magistratura che l’indipendenza giudiziaria è un valore irrinunciabile. Ma, nello stesso tempo, potrebbe ricordare che anche il Parlamento deve essere libero di legiferare e il Governo di esercitare le proprie competenze senza essere sottoposto a una sorta di tutela politica da parte di altri poteri.
Potrebbe riconoscere il diritto dei magistrati alla critica e, contemporaneamente, rivendicare il diritto della politica alla critica delle decisioni giudiziarie.
Potrebbe sostenere che il ministro della Giustizia deve esercitare gli strumenti che la legge gli attribuisce, senza trasformarli in strumenti di pressione sulla magistratura.
Soprattutto, potrebbe riportare la discussione a una parola che oggi appare quasi antica, ma che dovrebbe tornare centrale: rispetto.
Rispetto delle competenze.
Rispetto delle procedure.
Rispetto dell’indipendenza.
Rispetto della critica.
Rispetto, infine, della sovranità popolare esercitata attraverso le istituzioni democraticamente legittimate.
Perché il vero problema non è stabilire quale potere debba prevalere sull’altro.
Il vero problema è impedire che qualcuno debba prevalere.
La forza dello Stato di diritto nasce precisamente dal fatto che ogni potere incontra un limite nel potere dell’altro.
È questo il significato più profondo del confine.
Non una barriera, ma una misura.
Non una separazione ostile, ma una distanza necessaria affinché il dialogo possa esistere.
E forse è proprio questo che Meloni dovrebbe andare a ricordare al congresso dell’Anm: che magistratura e politica possono essere forti soltanto quando nessuna delle due ha bisogno di diventare più forte dell’altra.
Una democrazia adulta non elimina il conflitto.
Impara a governarlo.
E governare il conflitto significa soprattutto riconoscere che, oltre una certa soglia, non ci sono più vincitori e vinti: c’è soltanto una Repubblica che rischia di indebolirsi.
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