Roma è inaccessibile”. Niente lista, ma per Gualtieri il campo resta minato














*Valerio Giuseppe Carocci – Presidente Fondazione Piccolo America

Caro Direttore,

Siamo cresciuti insieme guardando i film di Elio Petri e oggi viviamo in una città in cui i prezzi di affitto e acquisto delle case sono diventati inarrivabili. Da oltre quattordici anni ci battiamo per la tutela degli spazi abbandonati e per l’accesso gratuito a servizi socioculturali, dando vita ad aule studio e cinema all’aperto, ora replicati in molti quartieri. Siamo nati tra le fila dei cortei studenteschi e per il diritto all’abitare: vertenze per una società più equa e più umana. Non abbiamo mai arretrato, confrontandoci e scontrandoci dentro e fuori le istituzioni.

La nostra città ha preso un’altra direzione da quella che speravamo. La stessa logica che ha generato le proposte di legge per trasformare le sale cinematografiche chiuse in centri commerciali, b&b, alberghi e parcheggi guida i grandi interventi urbanistici della Capitale: l’ex deposito AMA della Montagnola, l’ex caserma Guido Reni, gli ex Mercati Generali, il Dente cariato di Termini, i venticinque studentati di lusso previsti o in costruzione. Non è un caso, il disegno è preciso: territori sempre più gentrificati e omologati, dove le identità dei luoghi lasciano il posto a una città costruita secondo logiche di mercato, cioè di consumo.

Sentivamo l’esigenza di dare forza a queste battaglie e non percepivamo più, tra chi governa e chi anima la città, un clima di partecipazione e di ascolto: un limite era stato superato più volte negli atti e nei modi, impliciti ed espliciti. Per questo a giugno abbiamo scelto di contrattaccare con un nuovo linguaggio, forse l’unico comprensibile per chi vuole continuare a guidare Roma: abbiamo così annunciato una lista elettorale alternativa a Roberto Gualtieri. Lo abbiamo fatto con tutta la forza conquistata in questi anni, per il bene comune e non per una posizione di comodo.

Un’azione di difesa, spontanea e anche scomposta, che però ha aperto in città un’ampia riflessione, nuovi scenari e spostato equilibri: a fine luglio sono arrivati il vincolo sulle ex sale cinematografiche e la task force sugli spazi sociali. Mentre ad agosto, dopo l’incendio e la mobilitazione cittadina, il Sindaco era in prima fila per Spin Time.

Quel vincolo, seppur non risolutivo, è tra i risultati di quattordici anni di nostre vertenze: la tutela del 70% della superficie a uso socioculturale su tutte le ex sale cinematografiche. Il Campidoglio ha dichiarato che un altro Metropolitan non ci sarà;

intanto il nostro ricorso al TAR va avanti. È una regola giusta dentro un impianto sbagliato: il resto delle norme tecniche (NTA) di recente approvate allarga i negozi della città storica da 250 a mille metri quadrati, non limita i cambi d’uso verso gli affitti brevi e lascia il silenzio assenso sui pareri della Sovrintendenza, come hanno scritto Carteinregola e i comitati. Il 70% dimostra che le regole possono servire la città. Il resto dimostra per chi sono state scritte.

Non spetta però a noi decidere se presentare liste o proposte alternative: in città c’è una rete di comitati, associazioni e movimenti che si batte contro scelte urbanistiche, culturali e sociali che sempre più stanno svuotando Roma. Ed è quel campo, sociale e variegato, che, se unito, può discutere di quella possibilità. Il Piccolo America non presenterà alcuna lista: non è il suo ruolo, non può esserlo. Ma noi saremo sempre in quel campo a lottare per città più accessibili.

Bisogna dirlo: c’è un sentimento quasi di paura nelle istituzioni e nella politica cittadina del campo largo, nelle sue forze sociali e nelle giovanili di partito. C’è il timore di esprimere il dissenso per non essere etichettati come qualcosa di esterno, da isolare. È forse uno dei problemi principali che ha precluso il confronto in città, ed è anche su questo che chiediamo al Sindaco uscente, alla sua giunta e ai consiglieri di maggioranza un netto cambiamento. Non possiamo piegarci al ricatto dei fascismi in arrivo se alcune delle loro posture, paradossalmente, le abbiamo già in casa.

Rispetto a questa deriva è urgente interrogarsi sui confini tra comunicazione istituzionale e giornalismo: è giusto assecondare le narrazioni di chi governa o è doveroso interrogare e chiedere conto delle scelte che stanno trasformando Roma? Chi detiene il potere politico, economico e istituzionale deve poter essere chiamato a risponderne ai cittadini, e questo ruolo spetta storicamente anche alla stampa, strumento di garanzia della democrazia. Il giornalismo a Roma sta svolgendo questo compito, o viene cooptato da eventi e strategie di comunicazione di chi amministra?

Un esempio: l’appello “Per chi è Roma?”, lanciato da Nonna Roma il 3 luglio e sottoscritto da oltre 700 firme di ogni realtà e territorio, per la prima volta insieme, tra cui la nostra, era una notizia dal valore politico senza precedenti da quando c’è Gualtieri a Roma. Nessuno dei principali quotidiani l’ha rilanciata.

C’è poi il verde. Il Campidoglio ignorava da tempo i focolai dei comitati sui temi ambientali, non solo contro il taglio degli alberi, ed è stato costretto a urgenti manovre comunicative dopo il servizio della CNN e un evidente dissenso dilagante, rafforzato dall’estate più calda e difficile di sempre. Una riflessione va dedicata a Spin Time, con cui siamo cresciuti e che questo agosto ognuno di noi ha sostenuto con ogni forma e mezzo. Nel rispetto di ogni loro decisione, legata alla sopravvivenza di quanto di magnifico hanno costruito, non si può non rilevare che l’amministrazione Gualtieri ha utilizzato oltremodo quell’emergenza per cercare di riposizionarsi e spogliarsi delle proprie più ampie responsabilità di questi anni.

Ed è inaccettabile, perché l’incendio della notte del 29 luglio ha colto impreparato prima di tutti proprio il Campidoglio, arrivato a fine consiliatura ignorando una situazione dichiarata emergenziale già in epoca Raggi. Emergenza che l’attuale giunta sino a luglio non ha saputo né voluto risolvere, nemmeno essendo forte in questi quattro anni di poteri e fondi speciali del Giubileo e del PNRR, compresi i 500 milioni di Caput Mundi.

Il tutto mentre Investire SGR, che gestisce il fondo proprietario del palazzo di Spin Time, otteneva dal Comune permessi e cambi d’uso in deroga su altri immobili dellacittà, e con Fabrica e DeA Capital dava vita alla Fondazione “Roma REgeneration” per «promuovere una nuova visione per Roma»: il Campidoglio ne ha patrocinato il concorso da 300 mila euro e ha mandato il Sindaco al suo Forum. Non è uno scandalo, è un fatto politico: la visione di Roma l’hanno messa a concorso tre gestori di fondi e il Campidoglio l’ha sottoscritta. In pochi lo hanno raccontato, molti hanno preferito non riportarlo, sui giornali come sulle proprie bacheche.

Queste omissioni non solo distorcono la rappresentazione delle politiche urbanistiche e patrimoniali della Capitale, ma indeboliscono Spin Time, che con l’amministrazione potrebbe avere, anche grazie al lavoro di realtà e voci terze, una posizione di maggiore forza. Aderiamo quindi, con questo spirito, alle mobilitazioni del 19 e 20 settembre, perché il tempo di Spin Time è ora.

Va detto con chiarezza a tutti i partiti di maggioranza di questa città: non si può parlare di diritto all’abitare senza assumersi la responsabilità di aver abbandonato la città ad affogare tra affitti brevi e studentati di lusso, tra i primi meccanismi economici che impediscono l’accesso alla casa. Il 10 maggio scorso Roberto Gualtieri ha dichiarato pubblicamente: «Io mi vergogno quando i sindaci di Parigi, di Barcellona, di New York possono regolamentare gli affitti brevi e invece noi siamo l’unica capitale europea che non può farlo», scaricando la colpa sull’assenza di poteri speciali per Roma Capitale. È un alibi: seppur tardivamente, Firenze l’ha fatto con un regolamento comunale, sulla base della legge regionale, e a maggio il TAR ha respinto tutti i ricorsi.

Gli strumenti esistono già anche nel Lazio, con la legge regionale 8 del 2022: nonmancano poteri speciali, manca la volontà politica di usare quelli ordinari. Spin Time merita una risoluzione ad hoc, come si diceva ai tempi del Teatro Valle: un’assegnazione diretta per interesse pubblico, l’unico intervento tempestivo possibile, che è anche il riconoscimento politico dovuto a una delle esperienze più importanti nate in città. Ma questa risoluzione da sola non cambia la direzione e visione per la città: un vero cambiamento si vedrà solo sui progetti legati agli ex Mercati Generali e alle altre trasformazioni urbanistiche.

Emblematico è anche quanto accade intorno all’ex Circolo degli Artisti, oggi Spaziotempo, la cui gestione temporanea è stata vinta da un gruppo di coetanei che si sono ritrovati una prescrizione dell’ente parco regionale che limita le emissioni acustiche. Ma era stato proprio l’assessore al Patrimonio del Campidoglio, Tobia Zevi, ad anticipare già a marzo che lo storico Circolo non sarebbe più stato una discoteca. Se neppure il Circolo degli Artisti può essere, per la giunta Gualtieri, uno spazio di musica, concerti e ballo, quali sono le politiche per la notte e per la socialità del prossimo governo della città?

In questo contesto, una generazione non riesce più a restare nella città in cui è cresciuta. Basterebbe questo per comprendere che è tempo di chiarire la visione. Ben venga un cambio di rotta da parte di Roberto Gualtieri: saremmo felici di costruire insieme una Roma più umana. Ma serve un patto programmatico tra il candidato Sindaco e tutte le componenti della società romana: una nuova traiettoria che riveda le politiche di questi anni e i grandi progetti, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze di chi vive i territori, a partire dall’ascolto della città reale. Solo così l’interesse pubblico tornerà a essere davvero l’interesse collettivo.

D’altronde il problema non è se i fondi immobiliari hanno un cuore. Il problema è cosa il cuore politico delle nostre città chiede, e concede, ai fondi immobiliari.

*Giuseppe Valerio Carocci – Presidente Fondazione Piccolo America























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