Nel grande armadio dei decreti omnibus, dove finiscono Intercity, PNRR, mini-pacchi, turismo, contabilità pubblica e qualche bullone rimasto sul fondo, stavolta è entrato anche il caldo. Con il suo bravo fascicolo, la camicia sudata e l’aria di chi si è stufato di essere trattato come argomento da ascensore.
Nel comunicato del Consiglio dei ministri n. 179, dentro il decreto-legge su infrastrutture e attuazione del PNRR, il Governo reintroduce norme già viste negli anni scorsi: alcuni operatori economici potranno sospendere o ridurre l’attività lavorativa, con accesso in deroga alla cassa integrazione, in caso di eccezionali ondate di calore.
La formula è asciutta, quasi burocraticamente abbronzata. Dentro c’è una resa dei conti semplice: il caldo estremo ormai ferma il lavoro. Entra nei cantieri, nei campi, nei piazzali, nelle cave, negli orari di chi lavora all’aperto e nelle tasche di chi rischia di perdere ore. Prima il turno salta, poi arriva la copertura, poi si chiama tutto emergenza e si passa al fascicolo successivo. Il caldo viene trattato come guasto produttivo, una specie di fermo macchina con il sole al posto del cacciavite.
Il caldo nel cedolino
La cassa integrazione per eccesso di caldo ha già un suo perimetro. L’INPS ha chiarito che può essere riconosciuta, in generale, con temperature superiori a 35 °C, considerando anche la temperatura percepita. Quando un’ordinanza dispone la sospensione o la riduzione delle attività, le aziende possono chiedere l’integrazione salariale con la causale legata allo stop deciso dalla pubblica autorità.
Fin qui, il pezzo buono c’è. Fermare un cantiere durante un’ondata di calore estrema è una misura di decenza prima ancora che di sicurezza. Coprire il reddito evita il ricatto più vecchio del mondo: salute o stipendio, scegli tu, possibilmente in fretta che c’è da chiudere la consegna.
Il problema arriva nel passaggio dal foglio alla polvere. Chi controlla che quel lavoro si fermi? Chi entra nel cantiere alle due del pomeriggio? Chi guarda dentro il subappalto, nei piazzali della logistica, tra i rider, nei container, nei magazzini senza aria buona, negli stabilimenti dove l’estate resta incollata alle pareti? Il caldo non trova solo corpi esposti. Trova gerarchie, consegne, capisquadra, appalti tirati, paura di perdere ore, aziende attente e aziende con la delicatezza climatica di un phon acceso in faccia.
Il Ministero della Salute aggiorna i bollettini sulle ondate di calore per 27 città, con previsioni a 24, 48 e 72 ore. Dal 22 giugno è attivo anche il numero 1500, pensato anche per chi lavora esposto al sole. La macchina dell’allerta esiste: bollettini, mappe, numeri utili, indicazioni. Il problema italiano raramente è la mancanza della carta. La carta la troviamo sempre. A volte pure plastificata.
Ordinanze al sole
Il passaggio più scomodo lo hanno già messo sul tavolo i sindacati degli edili. La Fillea Cgil ha denunciato che le ordinanze regionali contro il caldo sono ancora poche e che, in diversi casi, vengono disattese. Nel Leccese, per esempio, sono state segnalate attività ancora in corso nelle fasce orarie in cui il lavoro avrebbe dovuto fermarsi, con richiesta di intervento agli organi ispettivi.
L’ordinanza dice stop. Il termometro dice stop. Il corpo dice stop. Il cantiere, a volte, risponde “manca poco”. Formula immortale: manca poco a finire il getto, a chiudere il carico, alla pausa, alla civiltà.
Secondo la Fillea, gli infortuni legati allo stress termico stimati da INAIL sarebbero circa 4mila l’anno, dentro un fenomeno difficile da misurare e con ogni probabilità più largo. Il sindacato chiede una normativa strutturale, perché l’estate estrema non si affronta ogni volta come se fosse un fulmine teatrale caduto sul Paese a tradimento.
Anche in Lombardia la faccenda mostra tutte le sue crepe. La CGIL Lombardia ha definito l’ordinanza caldo 2026 un passo positivo: dal 10 giugno al 23 settembre, nei giorni di rischio alto, stop al lavoro dalle 12:30 alle 16:00 per cantieri edili all’aperto, agricoltura, florovivaismo e cave. Poi arriva il conto lasciato fuori dal carrello: logistica all’aperto, rider, piazzali, container, semirimorchi, ambienti chiusi senza climatizzazione adeguata. Una zona grigia ampia, comoda, perfetta per parcheggiare responsabilità con le quattro frecce accese.
Acqua, ombra e il resto della civiltà
Il progetto Worklimate, sviluppato da INAIL e CNR, mette a disposizione mappe e strumenti per valutare il rischio da caldo nei luoghi di lavoro. Le indicazioni, nei livelli più alti, sono elementari: modificare gli orari, privilegiare le fasce meno calde, aumentare le pause in zone d’ombra o climatizzate, garantire acqua, ridurre l’intensità dell’attività fisica.
Il caldo non può diventare una trattenuta climatica in busta paga. Se l’estate cambia, devono cambiare turni, appalti e controlli, non il cedolino di chi lavora all’aperto. Acqua, ombra, pause e valutazione del rischio sono il minimo sindacale della sopravvivenza, trasformato ogni estate in una trattativa con il cronoprogramma, questa parola che riesce a far sembrare nobile anche la fretta.
La cassa integrazione per caldo estremo serve. Senza copertura economica, lo stop diventa un lusso per pochi e una fregatura per tutti gli altri. Però una risposta centrata solo sul fermo produttivo resta zoppa. Somiglia a quelle case dove si mette il secchio sotto la perdita e si chiama manutenzione domestica. Il secchio serve, ma il soffitto continua a gocciolare.
Prevenire significa spostare i turni prima che saltino, scrivere appalti che tengano conto delle condizioni climatiche, allargare le tutele a chi consegna, carica, scarica, guida, pulisce, cucina, monta, sistema, attraversa la città mentre tutti gli altri controllano l’app del meteo con l’aria condizionata a 22 gradi.
Il decreto-cassetto
Nel decreto Infrastrutture c’è dentro un po’ di tutto: Intercity, proroghe per opere stradali, opere compensative per la Torino-Lione, tassa sui mini-pacchi extra UE rinviata, turismo, PNRR, contabilità pubblica, impianti strategici. C’è persino un passaggio tecnico sui rifiuti radioattivi del reattore nucleare “RTS – 1 G. Galilei” della Marina Militare, affidati a Sogin per trattamento, condizionamento e smaltimento. Il solito cassetto istituzionale dove apri per cercare i treni e trovi anche le scorie, il turismo e una brugola dell’Ikea del 2014.
Dentro quel cassetto, però, il caldo pesa più di tutti. Perché non resta fermo nel testo. Esce, attraversa la strada, sale sull’impalcatura, entra nel campo, si infila nei magazzini, nei piazzali, nei furgoni, nei turni, nelle buste paga. La politica lo riconosce quando rimette la cassa integrazione per il caldo estremo. La busta paga se ne accorge adesso. Il corpo aveva già mandato raccomandata, PEC e sollecito.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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