“Smontare per comprendere”- Fortune Italia


Gabriella Greison racconta la sua passione per la fisica, gli incontri con Hack e Levi-Montalcini e la sfida di portare la meccanica quantistica fuori dai laboratori.

Entrare dentro le cose per capire come funzionano. Perché, “in fondo, l’anatomia è questo: smontare per comprendere”. Lei lo fa con le idee, con Einstein, Schrödinger, Heisenberg. E “con le domande che ci portiamo dietro da secoli”. Per molti è “la rockstar della fisica”, ma Gabriella Greison preferisce definirsi con una parola: ostinata. Oggi racconta la meccanica quantistica nei teatri, nei libri e attraverso la divulgazione scientifica sui social. Perché la ama così tanto?

“Non promette risposte definitive, ma ti costringe a convivere con il mistero”.

Partiamo dal nome: ‘Greison Anatomy’ è diventato un marchio riconoscibile della divulgazione scientifica italiana. C’è una storia dietro questo nickname?

Sì, e nasce molto lontano dall’Italia. Dopo i miei periodi di ricerca in Francia e negli Stati Uniti mi ero accorta di una cosa: lì hanno una straordinaria capacità di giocare con i nomi e i cognomi per trasformarli in un’identità immediatamente riconoscibile. Mi divertiva quell’idea. Così un giorno di 25 anni fa è nato “GreisonAnatomy.com”, il mio sito web. Faceva sorridere gli americani, i francesi, faceva sorridere me e soprattutto raccontava abbastanza bene quello che cercavo di fare. Suonava bene. “Greison quantistica termodinamica relatività e derivate Varie”, probabilmente, avrebbe avuto qualche difficoltà in più.

Perché la fisica?

Era l’unico posto dove le domande che mi interessavano davvero non venivano considerate strane. Mi ha sempre affascinato ciò che non si vede, le strutture nascoste dietro la realtà, le connessioni invisibili. E quando ho incontrato la fisica quantistica ho capito di aver trovato la mia ossessione. Perché mette in crisi le nostre certezze più profonde. Ci dice che il mondo non funziona come appare. Che la realtà è molto più sorprendente del buon senso. Per una persona curiosa è una tentazione irresistibile. E ogni volta mi sembra di avvicinarmi a qualcosa che sfugge sempre un po’.

Ha iniziato a fare divulgazione quando il tema della presenza femminile nella scienza era (forse) molto meno discusso di oggi e la fisica quantistica sembrava materia per pochi specialisti. Che cosa si porta dietro di quel periodo?

La sensazione di essere arrivata troppo presto. Non esistevano podcast, i social come li conosciamo oggi, questa facilità nel fare divulgazione scientifica. E soprattutto non esisteva l’idea che la fisica quantistica potesse interessare un pubblico ampio. Ricordo che quando proponevo il mio primo libro, ‘L’incredibile cena dei fisici quantistici’, mi sentivo ripetere che era una follia. Per otto anni nessuno volle pubblicarlo. La motivazione era sempre la stessa: “la fisica quantistica è una nicchia, nessuno la leggerà”. Oggi fa quasi sorridere. Sia perchè il libro è diventato un caso, sia perché mi ha insegnato una cosa importante: non bisogna aspettare che qualcuno validi una visione prima di cominciare a lavorarci.

Lei ha avuto l’opportunità di confrontarsi con Margherita Hack e Rita Levi-Montalcini. Che cosa le hanno lasciato?

Ho avuto la fortuna di incontrarle entrambe e in contesti che ricordo ancora perfettamente. Margherita Hack sul tetto di una scuola occupata. Eravamo lì entrambe perché credevamo che i ragazzi andassero ascoltati e non semplicemente giudicati. Ricordo la sua libertà, la sua assoluta indipendenza di pensiero. Non aveva alcun interesse a piacere. Aveva interesse a essere onesta. Rita Levi-Montalcini, invece, mi concesse quella che sarebbe stata la sua ultima intervista. Andai a casa sua e mi accolse con una gentilezza e una lucidità che ancora oggi mi emozionano se ci ripenso. Parlammo a lungo e dopo poco tempo arrivò la notizia della sua morte. Mi colpì moltissimo perché avevo avuto la sensazione di trovarmi davanti a una persona che aveva attraversato il Novecento senza mai smettere di guardare avanti. Se penso all’insegnamento che mi hanno lasciato, direi questo: entrambe avevano una straordinaria autonomia.

La meccanica quantistica è considerata una delle discipline più difficili da comprendere. Qual è il segreto per trasformare concetti così complessi in storie curiose?

Il mio punto di partenza sono i fisici quantistici del ‘900. Sono le domande che si facevano Pauli, Bohr, Heisenberg, Schrödinger, Dirac, Einstein, Planck, e gli altri. Le loro discussioni infinite, le loro intuizioni. Spesso tutto parte da una frase trovata in una lettera, un appunto dimenticato, un’equazione scritta in un taccuino, una domanda che qualcuno si è posto cento anni fa. Poi comincio a girarci intorno, a chiedermi perché quella domanda sia ancora viva oggi. La verità è che io non considero la meccanica quantistica una materia. La considero una gigantesca riflessione sulla realtà.

Lei ha portato la fisica nei teatri, nelle piazze e in televisione. La scienza ha bisogno anche di emozionare, oltre che di spiegare?

Studio moltissimo, anni a volte. Per ogni libro e per ogni spettacolo vado nei luoghi. Passo tanto tempo a viaggiare, cercare archivi, leggere lettere, incontrare familiari dei grandi protagonisti della fisica del Novecento. Io non semplifico la scienza, come fanno gli influencer sui social network, in reel di 30 secondi. Cerco di restituirle la dimensione umana. E quando una persona entra davvero in una storia, allora è disposta anche a seguire un concetto difficile.

Che consiglio darebbe a chi sogna una carriera nelle discipline Stem?

Non aspettate di sentirvi all’altezza. Perché quel giorno, molto probabilmente, non arriverà mai. Ho incontrato premi Nobel, grandi scienziati, imprenditori, artisti, persone che hanno cambiato il loro settore. E sapete qual è il segreto? Quasi nessuno si sente pronto. La differenza è che alcuni partono lo stesso. Poi non abbiate paura di essere diversi. Le persone che hanno cambiato il mondo quasi mai assomigliavano a ciò che il loro tempo si aspettava da loro.

Qual è stato il momento più emozionante o più significativo della sua carriera professionale?

Quando il mio libro ‘Ucciderò il gatto di Schrödinger’ è stato tradotto in cinese. Per la prima volta ho visto una storia nata in Italia attraversare una lingua, una cultura e un immaginario completamente diversi. Cambiava la lingua, cambiavano le abitudini, cambiava il paesaggio, ma la meraviglia davanti ai grandi interrogativi della realtà era identica.

Qual è la domanda che continua ancora ad affascinarla e a spingerla a studiare?

Come facciamo a capire i sistemi complessi? Come facciamo a comprendere fenomeni come le città invivibili, i treni in ritardo, la crisi energetica, le bollette alle stelle, l’acqua che manca? Sono problemi che affrontiamo ogni giorno e che spesso proviamo a leggere come se avessero una causa unica e una soluzione unica. La fisica dei sistemi complessi ci insegna invece che il mondo funziona diversamente.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2026 (numero 6, anno 9)


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Beatrice Foresti

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