Dalla ricostruzione del sisma del 2009 al decennale del terremoto del Centro Italia, il rito del Fuoco del Morrone diventa una riflessione sul ruolo delle comunità e delle città nella costruzione della pace
La Perdonanza Celestiniana apre il suo 2026 nel segno della pace, della memoria e della capacità delle comunità di ricostruire il proprio futuro. Nell’anno in cui L’Aquila è Capitale italiana della Cultura, la cerimonia di accensione del Tripode della Pace assume un significato che va oltre la dimensione rituale e religiosa: il Fuoco del Morrone, acceso fino ai vespri del 29 agosto, diventa il filo che unisce la storia della città alla sua capacità di guardare avanti.
È un rito moderno, radicato nella devozione degli aquilani verso Papa Celestino V, che si inserisce nella trama dei valori identitari della città e del territorio. Ma quest’anno il fuoco porta con sé anche una memoria più ampia. Nel ricordo delle 309 vittime del terremoto del 2009, considerate il cuore della rinascita dell’Aquila, la cerimonia guarda infatti anche alle vittime del terremoto del Centro Italia, del quale ricorre domani il decennale.
Il Fuoco del Morrone arde così anche in loro memoria, con l’auspicio che la sua luce possa riaccendere la speranza nei territori dove sembra essersi affievolita e rafforzarla laddove, nonostante tutto, continua a resistere.
La scelta dell’accensione del Tripode, gesto laico della Municipalità, richiama direttamente uno dei significati più profondi della Perdonanza: l’indulgenza d’agosto, concessa da Celestino V come strumento di pace e di riconciliazione tra le fazioni cittadine. Un tema che, a distanza di secoli, torna al centro del dibattito pubblico in un’epoca segnata da nuovi conflitti e dalla crescente fragilità degli equilibri internazionali.
In questo percorso si inserisce anche la figura di Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte e che viene celebrato anche all’Aquila. Durante la quinta crociata Francesco attraversò la linea del fronte per incontrare nell’accampamento musulmano il sultano Malik Al-Kamil. Un incontro fondato sul dialogo, sulla fede e sulla ricerca della pace, consegnato alla storia come uno dei momenti più significativi del rapporto tra mondo cristiano e mondo islamico.
La scena è rappresentata anche nel ciclo delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, nella celebre scena dell’incontro con il sultano attribuita a Giotto. E proprio Assisi, città alla quale lo scorso anno è stato attribuito il Premio del Perdono per l’impegno della sua comunità nella costruzione della pace, diventa oggi interlocutrice naturale dell’Aquila.
Due città, due comunità e due patrimoni spirituali e civili che hanno scelto di incontrarsi per costruire un percorso comune, nella convinzione che la pace non sia soltanto una responsabilità delle grandi istituzioni internazionali, ma anche il risultato di una somma di azioni locali, di relazioni e di comunità capaci di riconoscersi.
In questa prospettiva, Celestino V viene indicato come una sorta di coscienza militante della pace in un mondo nel quale la guerra torna a colpire direttamente i centri urbani. Una realtà che richiama le tragedie del Novecento e pone nuovamente una questione essenziale: quale diritto hanno le città a sopravvivere e quale responsabilità hanno gli amministratori nel proteggerle?
È la domanda che Giorgio La Pira poneva a Ginevra, in occasione del comitato internazionale della Croce Rossa, riflettendo sul valore della città dopo Hiroshima e Nagasaki. La Pira sosteneva che le generazioni presenti non avessero il diritto di distruggere una ricchezza ricevuta in custodia per quelle future. Una riflessione che, riletta oggi, assume un significato particolarmente attuale davanti alla distruzione dei centri urbani provocata dai conflitti contemporanei.
Il tema ritorna nelle parole di Paolo VI alle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965, nel giorno dedicato a San Francesco: “Mai più la guerra”. E torna ancora oggi nelle parole di Leone XIV, che riprende quell’espressione di Papa Montini per definire il ruolo della Chiesa davanti ai conflitti.
La Chiesa viene così descritta come un grande popolo al servizio della riconciliazione e della pace, capace di avanzare senza tentennamenti e di leggere il contrasto tra tenebre e luce come un invito alla speranza.
Ma proprio la speranza diventa il punto di confronto tra la dimensione religiosa e quella civile. Da una parte vi è la speranza cristiana, virtù teologica fondata sulla promessa e sulla grazia di Dio e orientata alla vita eterna. Dall’altra quella laica, radicata nella ragione e nell’esperienza degli uomini e delle donne, legata al tempo storico e al progresso sociale, alla giustizia, alla libertà, alla dignità.
E, nel caso della pace, alla capacità di costruire mediazione e diplomazia.
È questa la distinzione che attraversa il messaggio dell’apertura della Perdonanza: la fede può guardare alla pace come a una dimensione eterna, ma l’amministrazione pubblica ha il dovere di lavorare affinché quella stessa pace trovi nel presente gli strumenti concreti della mediazione.
La Perdonanza diventa così anche un appuntamento civile. Un momento nel quale la memoria dell’Aquila, segnata dal terremoto e dalla ricostruzione, si intreccia con quella dei territori del Centro Italia che, dieci anni dopo il sisma di Amatrice, continuano a confrontarsi con la necessità di trasformare la ricostruzione in una prospettiva stabile di sviluppo.
È in questo passaggio che il rito del Fuoco del Morrone assume una dimensione contemporanea: la memoria non come celebrazione del passato, ma come investimento sul futuro delle comunità.
E il messaggio finale torna a Celestino V, attraverso le parole che Ignazio Silone gli fa pronunciare rivolgendosi ai soldati in partenza per la guerra. Celestino rifiuta di benedire le armi e riconosce invece valore agli strumenti attraverso i quali l’uomo costruisce e produce: il pane, l’acqua, il vino, l’aratro, la zappa, la pialla.
Una scelta che, a distanza di secoli, contiene anche una precisa idea economica e civile: le risorse devono essere orientate alla costruzione, non alla distruzione. La città, la comunità, il lavoro e il territorio diventano quindi beni da custodire e trasferire alle generazioni future.
È questa la cornice nella quale L’Aquila apre la Perdonanza 2026: una città che, proprio attraverso la propria esperienza di ricostruzione, sceglie di trasformare la memoria in una responsabilità collettiva e il rito in un messaggio rivolto al futuro. Il Fuoco del Morrone resta acceso fino al 29 agosto. Ma il tema che porta con sé va oltre la durata della fiamma: riguarda la capacità delle comunità di ricostruire, mediare e progettare la pace come condizione stessa dello sviluppo.
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