Quindicimila euro pubblici al compimento dei 18 anni. È una delle proposte più appariscenti entrate nel “Patto generazionale” del Movimento 5 Stelle, destinato a confluire nel programma “Nova” e successivamente a essere portato da Giuseppe Conte al tavolo della coalizione progressista.
La misura si chiama “Capitale 18” e viene presentata come uno strumento per ridurre le disuguaglianze di partenza e favorire l’autonomia delle nuove generazioni. Non sarebbe un assegno liberamente spendibile: il denaro potrebbe essere utilizzato, anche negli anni successivi, per pagare l’università, frequentare corsi di alta formazione o professionalizzanti, avviare un’impresa o intraprendere un’attività professionale. Sarebbe inoltre previsto un percorso pubblico di educazione finanziaria e orientamento.
L’idea si ispira alla proposta dell’“eredità universale” avanzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità, ma il M5s sostiene di averla resa selettiva. Qui, però, cominciano le contraddizioni.
La dotazione sarebbe riservata ai giovani appartenenti a famiglie con un reddito annuo complessivo inferiore a 300 mila euro, prevedendo una modulazione che dovrebbe concentrare il beneficio sui redditi bassi e medi. Definire “selettiva” una misura che esclude soltanto le famiglie con redditi superiori a 300 mila euro appare quantomeno ardito: con una soglia tanto elevata, la quasi totalità dei diciottenni italiani potrebbe rientrare nella platea. Non stiamo parlando, dunque, di un aiuto destinato esclusivamente ai giovani poveri o appartenenti al ceto medio in difficoltà, ma di una prestazione quasi universale.
Un costo potenziale superiore agli otto miliardi
Nel documento manca soprattutto il dato essenziale: quanto costerebbe realmente il “Capitale 18”?
Ogni anno arrivano alla maggiore età in Italia circa 550-580 mila ragazzi. Moltiplicando una platea di queste dimensioni per 15 mila euro, il costo teorico massimo oscillerebbe tra 8,25 e 8,7 miliardi di euro l’anno. La modulazione in base al reddito potrebbe ridurre la spesa, ma senza scaglioni, importi decrescenti e numero stimato dei beneficiari non è possibile effettuare una valutazione attendibile.
Il Movimento indica come copertura una riforma progressiva delle imposte su successioni e donazioni, aumentando il prelievo sulle grandi eredità e sui trasferimenti di ricchezza più consistenti. Non si tratta quindi, almeno nella formulazione attuale, di una patrimoniale annuale applicata a tutti i possessori di beni, ma di un incremento della tassazione sui grandi patrimoni al momento della successione o della donazione.
La distinzione è importante, ma non risolve il problema. Le entrate derivanti dalle successioni sono variabili e dipendono dal numero, dal valore e dalla struttura dei patrimoni trasferiti. Il costo della dote, invece, sarebbe permanente e si ripresenterebbe ogni anno. Finanziare una spesa strutturale con un gettito incerto significa esporsi al rischio che, una volta approvata la misura, sia necessario trovare altre coperture attraverso nuove tasse, maggiore deficit o tagli ad altri capitoli.
Prima di promettere 15 mila euro a centinaia di migliaia di ragazzi, sarebbe necessario indicare aliquote, franchigie, patrimoni interessati, gettito previsto e costo netto. Nel “Patto generazionale”, invece, questi elementi non vengono precisati.
Il ritorno della politica del bonus
Il M5s assicura che il progetto non rappresenterebbe «una somma di bonus o interventi spot», ma un accordo pubblico per garantire ai giovani il diritto di studiare, lavorare, abitare, muoversi e costruire autonomamente la propria vita. Tuttavia, attribuire a ogni diciottenne una somma stabilita dallo Stato conserva inevitabilmente la logica del trasferimento monetario.
Dopo il reddito di cittadinanza, il cashback, il superbonus e i numerosi incentivi distribuiti senza una sufficiente valutazione preventiva, il Movimento ripropone il proprio schema politico più riconoscibile: individuare un problema reale e rispondere attraverso un beneficio economico di grande impatto comunicativo, rinviando a un secondo momento i conti e le modalità di attuazione.
Il disagio giovanile esiste. I salari iniziali sono bassi, gli affitti nelle città universitarie sono diventati spesso insostenibili, il passaggio dalla formazione al lavoro rimane troppo lento e l’accesso al credito è difficile. Ma proprio perché il problema è serio, meriterebbe soluzioni strutturali: riduzione del costo del lavoro, detassazione dei primi anni di occupazione, alloggi universitari, prestiti agevolati, formazione tecnica, incentivi alle imprese che assumono stabilmente e servizi di orientamento realmente efficienti.
Consegnare una dote non crea automaticamente posti di lavoro, non aumenta la produttività e non riduce il costo delle abitazioni. Può aiutare un ragazzo a pagare gli studi o ad avviare un’attività, ma senza un sistema economico capace di offrire opportunità rischia di diventare un costoso cerotto applicato su problemi molto più profondi.
Una selettività soltanto nominale
Anche la soglia dei 300 mila euro solleva una questione politica. Se l’obiettivo è compensare le disuguaglianze familiari, perché includere nella misura nuclei con redditi tanto elevati? Un giovane appartenente a una famiglia che guadagna 250 mila euro l’anno non si trova certamente nelle stesse condizioni di chi cresce con un solo stipendio da 25 mila euro.
Il M5s promette una modulazione, ma finché non vengono indicati gli importi spettanti nelle diverse fasce si tratta soltanto di un principio generico. La differenza tra una dote piena per i redditi bassi e poche centinaia di euro per quelli più elevati cambierebbe completamente sia l’utilità della misura sia il suo costo.
Esiste poi il problema del patrimonio familiare. Il documento parla di reddito complessivo, ma una famiglia può dichiarare un reddito relativamente contenuto e possedere immobili o ricchezze finanziarie significative. Se si vuole davvero aiutare chi parte svantaggiato, l’Isee sarebbe uno strumento più coerente del solo reddito, pur con tutti i suoi limiti.
Dalle grandi eredità alle piccole illusioni
L’idea di utilizzare una parte della ricchezza ereditata per finanziare le opportunità dei giovani può essere discussa senza pregiudizi. In Italia il peso della famiglia di origine è molto forte e la mobilità sociale rimane insufficiente. Tuttavia, una proposta seria dovrebbe stabilire chi paga, quanto paga, quanti ricevono la dote e quali risultati devono essere raggiunti.
Nel piano pentastellato, invece, la parte più definita è quella più facile da comunicare: 15 mila euro a 18 anni. Tutto il resto — costo complessivo, copertura effettiva, scaglioni, controlli e conseguenze fiscali — resta avvolto nell’incertezza.
C’è infine una contraddizione interna al Movimento. Conte e la dirigenza nazionale hanno spesso evitato di abbracciare apertamente una patrimoniale generale, consapevoli della sua impopolarità. I giovani del M5s cercano ora di introdurla indirettamente nella forma di un aumento delle imposte sulle grandi successioni. La formula è politicamente accattivante: togliere qualcosa a chi eredita molto per consegnare un capitale iniziale a chi diventa adulto. Ma una politica pubblica non può essere giudicata soltanto per la suggestione dello slogan.
Il “Capitale 18” è quindi una proposta che intercetta un’esigenza reale, ma lo fa con numeri ancora indefiniti e una soglia di accesso quasi universale. Il rischio è che la promessa più semplice — 15 mila euro a ogni neo-diciottenne — nasconda una misura costosissima, finanziariamente fragile e scarsamente selettiva.
Prima di distribuire miliardi che ancora non esistono, Conte dovrebbe spiegare agli italiani dove intende trovarli. Altrimenti “Nova”, presentata come la nuova stagione programmatica del Movimento, rischia di assomigliare molto alla vecchia politica dei bonus: una promessa immediata, una copertura vaga e il conto lasciato a chi governerà dopo.
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