Bollette leggere e aria pulita: il boom delle Comunità Energetiche che sta cambiando i quartieri



La bolletta arriva in casa come certe comunicazioni condominiali: la apri già sapendo che qualcosa ti darà fastidio. Poi esci, attraversi una strada senza ombra, passi davanti a un’aiuola secca, guardi un tetto vuoto che prende sole per ore e ti chiedi perché tutta quell’energia debba restare lì, sprecata sopra le teste. È in questo spazio molto concreto, tra caldo urbano, rincari e quartieri pieni di superfici inutilizzate, che le Comunità Energetiche Rinnovabili smettono di sembrare una sigla buona per gli addetti ai lavori e diventano una risposta possibile.

I dati arrivano dall’indagine Ipsos-Legacoop sulla transizione ecologica nelle città, presentata a Roma durante l’incontro nazionale dell’Osservatorio sulla transizione ecologica nelle città. Il quadro è piuttosto netto: l’89% dei cittadini chiede più verde e meno consumo di suolo, sempre l’89% considera importante rendere più circolari produzione e consumo, riducendo sprechi e recuperando anche il patrimonio edilizio esistente. L’85% indica come importante l’adattamento climatico per ridurre rischi e impatti di allagamenti e ondate di calore, mentre l’82% guarda alla mitigazione del cambiamento climatico, quindi alla riduzione progressiva delle emissioni di gas serra.

Dentro questa fotografia, le Comunità energetiche rinnovabili compaiono tra le misure considerate più importanti per ridurre gli effetti del cambiamento climatico: servono ad aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, a favorire la generazione distribuita e a rendere più accessibile elettricità rinnovabile a tariffe più basse. Tradotto fuori dal lessico tecnico: energia prodotta più vicino a dove viene consumata, condivisa tra cittadini, condomìni, enti locali, imprese e realtà del territorio, con benefici che possono tornare sui quartieri invece di perdersi in una filiera lontana e spesso incomprensibile.

Le città chiedono verde, però anche energia vicina

La richiesta di più alberi e meno cemento è forte perché ormai passa dal corpo prima ancora che dai programmi politici. La città si sente sotto i piedi quando l’asfalto restituisce calore, quando una piazza senza ombra diventa impraticabile a luglio, quando un temporale intenso trasforma strade e sottopassi in trappole d’acqua. L’indagine mette insieme proprio questi pezzi: verde urbano, adattamento climatico, riduzione delle emissioni, economia circolare, recupero degli edifici. Le CER entrano in questo discorso perché portano la transizione energetica dentro lo spazio urbano reale, quello fatto di tetti, scuole, palestre, condomìni, case popolari, mercati coperti, capannoni e comunità di autoconsumo tra residenti.

Il funzionamento è meno misterioso di quanto sembri. Una Comunità Energetica Rinnovabile è un insieme di soggetti che producono, consumano e condividono energia rinnovabile attraverso la rete elettrica esistente. Non serve immaginare cavi tirati tra i balconi o soluzioni improvvisate da condominio avventuroso. La condivisione avviene secondo regole precise e dentro un perimetro tecnico definito. Un impianto fotovoltaico su un edificio pubblico, per esempio, può produrre energia pulita e generare benefici per chi partecipa alla comunità. Chi possiede un tetto adatto può mettere a disposizione produzione. Chi non ha un impianto può comunque entrare come consumatore e ricevere vantaggi secondo le regole stabilite dalla CER.

È qui che il tema diventa interessante anche dal punto di vista sociale. Perché una comunità energetica costruita bene può coinvolgere famiglie, piccole imprese, amministrazioni, cooperative, enti del terzo settore e soggetti fragili. Può usare superfici già disponibili, senza nuovo consumo di suolo. Può trasformare un edificio pubblico in una piccola infrastruttura energetica di quartiere. Può rendere meno astratta quella parola enorme, “transizione”, che spesso sembra planare dall’alto senza mai atterrare davvero sulla vita quotidiana.

Il divario tra ciò che si chiede e ciò che si vede

Il dato più scomodo dell’indagine è la distanza tra importanza attribuita agli interventi e soddisfazione per quello che viene realizzato nelle città. Se l’89% considera importanti verde e circolarità, quando si passa alla soddisfazione concreta le percentuali scendono molto: solo il 47% si dichiara molto o abbastanza soddisfatto del miglioramento e dell’aumento delle aree verdi, il 43% dell’aumento della circolarità di produzione e consumo, il 38% delle iniziative per adattamento e mitigazione climatica.

È una forbice che racconta più di tanti discorsi. Le persone hanno capito cosa serve: ombra, suolo che assorbe, meno sprechi, edifici recuperati, energia pulita, quartieri meno vulnerabili. Poi guardano attorno e vedono interventi ancora insufficienti, spesso frammentati, a volte lenti, a volte percepiti come lontani dai bisogni reali. La transizione ecologica nelle città, così, rischia di restare in quella zona grigia dove tutti ne riconoscono l’urgenza, ma pochi riescono a toccarne gli effetti.

Anche per questo le Comunità energetiche possono avere un ruolo particolare. Non perché risolvano da sole tutto il problema climatico urbano, figurarsi. Servono piani seri sul verde, sulla gestione dell’acqua, sulle ristrutturazioni profonde, sugli edifici a zero emissioni, sulla mobilità, sui rifiuti, sul riuso del patrimonio esistente. Però le CER hanno una qualità rara: rendono visibile una parte del cambiamento. Un tetto fotovoltaico si vede. Una scuola che produce energia pulita si racconta. Un condominio che riduce i consumi e partecipa a una comunità di autoconsumo non resta una voce dentro un documento tecnico. Diventa una pratica.

Le CER insieme a case efficienti e condomìni autosufficienti

Nell’indagine, le Comunità energetiche rinnovabili non sono citate da sole. Stanno accanto ad altre misure molto concrete: ristrutturazioni profonde, edifici a zero emissioni, materiali adeguati, consumi energetici certificati molto bassi, soluzioni passive, impianti alimentati solo da fonti rinnovabili. E poi ci sono i condomìni energeticamente autosufficienti, con fotovoltaico sui tetti, pompe di calore per riscaldamento, raffrescamento e acqua calda, comunità di autoconsumo tra residenti.

È una sequenza importante perché sposta il discorso dalle grandi promesse alle cose da fare edificio per edificio. Le città italiane hanno un patrimonio costruito enorme, spesso vecchio, energivoro, poco adatto alle estati sempre più dure. Continuare a ragionare solo su nuova energia senza intervenire sui consumi sarebbe come aprire le finestre con il condizionatore acceso e poi lamentarsi della bolletta. Serve produrre meglio, certo. Serve anche consumare meno e consumare in modo più intelligente.

Le CER, in questo schema, possono diventare il pezzo energetico di una rigenerazione più ampia. Un quartiere con più alberi, meno cemento, edifici riqualificati, tetti fotovoltaici, pompe di calore, spazi pubblici capaci di assorbire acqua e calore non è un’immagine da brochure patinata. È esattamente la direzione indicata dai cittadini: adattamento climatico, mitigazione, circolarità, capitale naturale. Quattro parole tecniche, sì, ma con conseguenze molto domestiche. Si dorme meglio quando una casa non diventa un forno. Si vive meglio quando una piazza ha ombra. Si respira meglio quando l’energia arriva dal sole invece che da fonti fossili. Si paga meglio quando una parte del sistema diventa più locale e condivisa.

Regole chiare, soldi e competenze: senza questo resta tutto fermo

C’è un altro punto dell’indagine che andrebbe stampato e appeso negli uffici dove si progettano politiche urbane: oltre il 90% dei cittadini ritiene importanti norme chiare e obiettivi stabili nel tempo, finanziamenti pubblici e competenze tecniche adeguate. Percentuali molto alte, tra l’87% e il 90%, riguardano anche l’informazione ai cittadini sui problemi da affrontare e sulle soluzioni, il coinvolgimento delle imprese del territorio, la capacità di generare impatti multipli e l’indirizzo dei governi nazionale, regionali e comunali.

In pratica, le persone non stanno chiedendo miracoli. Chiedono di poter capire, fidarsi, partecipare senza finire dentro un labirinto. Una CER può anche essere una buona idea, ma se resta incastrata tra moduli, passaggi tecnici, assemblee confuse e informazioni scritte in burocratese diventa l’ennesima occasione persa. La transizione urbana ha bisogno di sportelli, tecnici, Comuni capaci di accompagnare i cittadini, imprese locali coinvolte, regole leggibili, incentivi accessibili, tempi credibili. Il resto è entusiasmo da convegno, quello che dura il tempo di una slide e poi evapora.

Le città, intanto, non aspettano. Le ondate di calore arrivano, gli allagamenti pure, le bollette continuano a pesare e il suolo consumato non ricresce per buona volontà. Per questo la combinazione tra verde urbano, recupero dell’esistente, economia circolare ed energia condivisa diventa una delle strade più sensate. Non una scorciatoia. Una direzione.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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