Quando il caldo entra nelle case e resta lì, appiccicato ai muri, il condizionatore smette di essere un lusso da telecomando facile. Diventa un pezzo di sopravvivenza quotidiana, soprattutto per anziani, bambini, persone fragili, appartamenti esposti male e città che durante le ondate di calore sembrano trattenere l’aria come un forno chiuso. Il problema arriva subito dopo: milioni di apparecchi accesi nelle stesse ore, la rete elettrica che si ritrova a reggere un carico più pesante proprio quando l’estate tira la corda, i blackout che trasformano il sollievo promesso in un’altra ansia domestica.
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Il meccanismo ormai lo conosciamo: le case si scaldano, i condizionatori restano accesi più a lungo, la rete elettrica viene chiamata a reggere tutto insieme. Ed ecco che il fotovoltaico residenziale comincia a mostrare un ruolo molto più concreto della solita immagine pulita del pannello sul tetto. Una ricerca pubblicata su Environmental Research: Energy e firmata da Lucia Piazza e Francesco Pietro Colelli misura il contributo dei pannelli domestici nel compensare l’aumento dei consumi elettrici legati al raffrescamento in Italia. Il lavoro combina dati sui consumi delle famiglie, statistiche sulle installazioni solari, scenari di diffusione del fotovoltaico e proiezioni climatiche ad alta risoluzione, con un dettaglio territoriale che arriva fino alla scala comunale.
Il caldo sposta i consumi, e li concentra nelle ore peggiori
La parte più scomoda dei numeri sta nella loro normalità. Con l’aumento delle temperature, la domanda elettrica per il raffrescamento domestico è destinata a crescere di circa 2-3 TWh l’anno entro il 2050, pari a un incremento attorno al 5% rispetto ai consumi residenziali italiani del 2023. Detta così sembra una percentuale gestibile, quasi piccola. Peccato che l’elettricità per rinfrescare casa arrivi tutta insieme, nei pomeriggi estivi più caldi, quando i climatizzatori lavorano senza troppi riguardi per la poesia della transizione energetica.
Senza una crescita più rapida del fotovoltaico sui tetti, la domanda aggiuntiva legata al clima peserebbe sulla rete per circa 1,6 TWh già nel 2030 e per 2,8 TWh nel 2050. Nel modello dello studio, l’espansione del fotovoltaico riduce questa crescita a 1,3 TWh nel 2030 e a 1,5 TWh nel 2050. Tradotto in una scena molto semplice: nelle ore in cui il sole picchia e i condizionatori divorano energia, un impianto domestico può produrre proprio lì, nello stesso posto in cui l’elettricità viene consumata. Meno strada, meno prelievi, meno carico che ricade sulle linee.
I ricercatori hanno usato dati ARERA e del Sistema Informativo Integrato sui consumi elettrici domestici, informazioni del GSE e del Solar Atlas sugli impianti fotovoltaici, dati climatici ERA5 e proiezioni del framework internazionale CMIP6. Il lavoro considera gli impianti domestici sotto i 20 kW, coerenti con il profilo tipico del produttore residenziale, e costruisce scenari fino al 2050 sulla base delle traiettorie nazionali di diffusione del solare.
Il 68% in meno dalla rete nei giorni più caldi
Il dato che rende il quadro più visibile riguarda le famiglie che hanno già un impianto sul tetto. Nelle giornate estive di picco, quelle in cui la temperatura supera i 30 gradi e l’aria condizionata diventa quasi automatica, i nuclei dotati di fotovoltaico prelevano dalla rete circa il 68% in meno rispetto a famiglie simili senza pannelli. La coincidenza è quasi brutale nella sua semplicità: quando il caldo aumenta, aumenta anche l’irradiazione solare; quando il condizionatore chiede energia, il tetto può produrla.
Lucia Piazza, prima autrice della ricerca, lega il risultato a una doppia utilità: il fotovoltaico sui tetti può compensare quasi metà dell’aumento della domanda elettrica nei picchi di raffrescamento e, nello stesso gesto tecnico, aiutare le famiglie ad adattarsi agli effetti del riscaldamento globale. Francesco Pietro Colelli sottolinea invece il valore del solare come strumento per affrontare gli effetti collaterali del clima che cambia nel settore residenziale. Il passaggio importante sta qui, senza bisogno di trombe: energia pulita e adattamento climatico smettono di essere due capitoli separati.
Le proiezioni considerate nello studio indicano una crescita della quota di famiglie con impianto solare dal 6% circa del 2023 al 22-24% entro il 2050. Con questa traiettoria, il fotovoltaico residenziale arriverebbe a tagliare quasi della metà il carico extra imposto dal caldo alla rete. Una buona notizia, certo, con una nota a margine abbastanza grossa: il tetto disponibile, la proprietà dell’abitazione, i condomini, i vincoli urbani e la possibilità di anticipare l’investimento dividono parecchio il Paese.
Il divario passa dai tetti
I benefici del fotovoltaico residenziale seguono una geografia tutt’altro che neutra. Le aree del Nord e le isole, dove la diffusione degli impianti è più alta, ottengono riduzioni più consistenti della domanda aggiuntiva per raffrescamento. Lo studio segnala cali superiori al 15% in territori come Sardegna, Trentino e Friuli, anche perché lì il fabbisogno assoluto di raffrescamento può essere più basso rispetto alle grandi aree urbane più calde.
La situazione si complica nelle città grandi, dense, calde, piene di appartamenti e spesso povere di tetti realmente accessibili ai singoli. Roma, Napoli e Palermo vengono indicate come aree di doppia vulnerabilità: subiranno una crescita intensa della domanda di raffrescamento e, allo stesso tempo, partono da quote più basse di fotovoltaico domestico. Nel lavoro compaiono anche Milano e altri grandi centri tra le aree che guidano l’aumento della domanda aggiuntiva, con benefici più limitati dove la diffusione degli impianti resta lenta.
Qui la transizione energetica perde il suo vestito da rendering e torna condominio, assemblea, tetto comune, bonus che finisce, cappotto termico mai votato, famiglia che vive in affitto, palazzo storico, pratiche, costi, autorizzazioni. Senza incentivi mirati e strumenti pensati per i grandi centri urbani, il rischio è abbastanza chiaro: chi avrà più caldo e più bisogno di raffrescamento potrebbe essere anche chi avrà meno accesso all’autoproduzione. Il divario, in quel caso, passerebbe dalla bolletta e arriverebbe fino alla stabilità della fornitura.
Le batterie aiuterebbero, con qualche cautela
Resta poi il pezzo serale della storia. Il fotovoltaico produce nelle ore di luce, con il massimo tra tarda mattina e pomeriggio. Il caldo, però, resta addosso alle case anche dopo il tramonto. Le pareti rilasciano calore, le camere da letto diventano pesanti, i condizionatori continuano a girare quando i pannelli hanno già smesso di produrre. A quel punto, senza accumulo, si torna a chiedere energia alla rete.
Le batterie domestiche potrebbero cambiare questa parte del bilancio: l’energia prodotta durante il giorno verrebbe conservata e usata nelle ore serali, contribuendo a limare altri picchi e a ridurre ulteriormente i prelievi. Lo studio segnala proprio questo: integrare accumuli e fotovoltaico potrebbe ampliare i benefici stimati, quindi i numeri attuali rischiano di essere prudenti rispetto al potenziale di un sistema casa più completo.
La prudenza resta necessaria. Le batterie hanno costi ancora rilevanti, una convenienza che cambia molto in base a tariffe, dimensionamento, incentivi, degrado nel tempo e abitudini della famiglia. Anche il profilo ambientale dipende da chimica, durata, produzione, riciclo e smaltimento. Per questo vanno trattate come una pista promettente, da valutare con attenzione, senza trasformarle nella bacchetta magica infilata accanto ai pannelli.
Il messaggio che rimane è meno scintillante e più utile: il fotovoltaico residenziale può alleggerire la rete proprio quando il caldo la spinge verso il limite. Però funziona davvero come misura di adattamento se arriva dove serve, cioè anche nei condomini, nei quartieri densi, nelle città del Centro-Sud, nelle case dove il condizionatore è già una difesa sanitaria e la bolletta un pensiero fisso. Il sole batte su tutti i tetti. L’accesso a quel sole, per ora, molto meno.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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