Da oggi, mercoledì 1 luglio, inizia per lui una nuova vita, quella del pensionato, a cui – visti i ritmi, le scadenze e soprattutto le responsabilità della precedente – non sarà neanche tanto semplice abituarsi. Ieri invece il congedo dai colleghi dell’Ulss 1 Dolomiti, azienda sanitaria dove era Direttore del Dipartimento Prevenzione e, negli ultimi tre mesi, anche Direttore sanitario.
Biografia e carriera professionale
Ma probabilmente la “vocazione al servizio” del dottor Sandro Cinquetti, 69 anni, originario di Verona ma da tempo residente a San Pietro di Feletto, storico ex Direttore sanitario dell’allora Ulss 7 di Pieve di Soligo, non si esaurirà qui.
Spostato con Anna Manzoni e padre di cinque figli, dopo la maturità scientifica nel 1976, Cinquetti si è laureato (nel 1982) in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Padova e si è successivamente specializzato in Ematologia Generale (1985), in Igiene e Medicina Preventiva (1989) e in Medicina Legale (1993).
Nel 1984 ha iniziato il suo lungo percorso professionale nell’allora Ulss 12 (poi Ulss 7) del Veneto, trasferendosi da Verona a Conegliano. Ha percorso tutti i livelli della carriera nella disciplina di Igiene e Sanità Pubblica, giungendo nel 1998 alla posizione di Direttore del Dipartimento di Prevenzione.
Nel biennio 1997-1998 ha svolto il ruolo di Direttore Sanitario all’Azienda sanitaria provinciale di Pordenone, per poi diventare nel 2006 Direttore sanitario dell’Azienda Ulss 7 del Veneto, con sede in Pieve di Soligo. Dall’aprile 2009 ha anche ricoperto l’incarico Coordinatore Responsabile del Coordinamento per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie della Regione Veneto (CCMR -‐ Veneto).
Nel 2020, a cavallo tra la prima fase Covid e la “seconda ondata”, l’approdo a Belluno come Direttore del Dipartimento Prevenzione, dove è rimasto fino a ieri, ultimo giorno di lavoro prima della meritata pensione.
L’intervista
Dottor Cinquetti, partiamo dalla fine: cosa farà adesso, come si godrà questa meritata pensione?
“Intanto bisogna un po’ realizzare che cosa è accaduto. Oggi per me è un giorno molto particolare: 42 anni di servizio, il prendere la macchina e andare a lavorare al mattino tutti i giorni…quindi è un cambiamento importante. Per me oggi è quasi assimilabile a un giorno di vacanza, quindi non ho ancora completamente realizzato. Credo che sia, come tutte le cose della vita, una maturazione graduale. Ho qualche proposta di lavoro che potrei accettare, come libero professionista, sia per tenermi impegnato, sia per coltivare la disciplina della sanità pubblica, vista la competenza organizzativa acquisita in anni. Sto valutando perché mi piacerebbe avere un lavoro ben diverso, come tempi soprattutto, rispetto a quello con cui mi sono misurato sin qui. E il motivo è che ho una grande passione ed è il trekking in montagna. Ora sono fermo da qualche mese perché mi sono distorto una caviglia a ottobre e poi, con il periodo olimpico, abbiamo avuto un impegno molto grande e quindi la ripresa dell’allenamento è stata complicata. Ma adesso conto di tornare a fare qualche camminata in montagna con il dovuto impegno”.
Ripercorriamo un po’ questi decenni vissuti in prima linea nel settore della Prevenzione: qual è stata l’emergenza più difficile che ha dovuto affrontare?
“Intanto è molto interessante evidenziare, ne parlavo proprio questa mattina al telefono con il mio (ex) direttore generale, il dottor Dal Ben, tutto il discorso della nascita del nuovo servizio sanitario nazionale e regionale locale, perché il servizio sanitario 833 del ’78 è stato implementato in Veneto nell’80 e i primi passi sono stati fatti nel 1982 e noi siamo entrati nei primi anni ’80. Abbiamo attraversato tutto questo periodo con molti cambiamenti e direi che l’elemento chiave è stata la costruzione di un servizio sanitario diverso da quello mutualistico di prima, graduale, in cui spicca l’elemento dell’universalità del servizio a favore di tutti”.
“Oggi chi fa un infarto, sia povero che ricco, va a Conegliano, se in questa zona, o a Belluno, nel Bellunese, e viene curato da professionisti capaci, indipendentemente dal censo, dalla condizione sociale o da altri fattori. Questo è un valore enorme che è proprio ormai di pochissimi servizi sanitari nazionali nel mondo. Una piccola ma importante osservazione: spesso si sente usare l’acronimo SSN come ‘sistema sanitario nazionale’, invece la parola è ‘servizio sanitario nazionale’ e c’è una grande differenza tra servizio e sistema. Il sistema è un’organizzazione e il servizio è ciò che io, professionista, devo fare per il cittadino che è in stato di necessità”.
“Dal punto di vista delle emergenze, forse le più significative affrontate nel mio percorso sono state l’epidemia di meningite nel Trevigiano e nel Veneziano, a cavallo tra il 2005 e il 2006, iniziata a Pederobba: 8 casi e 3 morti. Un’esperienza molto importante, tra il 2006 e il 2007, quando ero appena stato nominato Direttore sanitario. Una fase molto impegnativa che poi si è sviluppata con decisioni anche ministeriali ed europee per una vaccinazione universale contro il meningococco, a favore di tutti i ragazzi che ancora oggi è un patrimonio dell’offerta sanitaria della nostra Regione. Poi alcune emergenze, chiamiamole ambientali, le ho affrontate qui nella zona di Pieve di Soligo, lavorando nel Coneglianese e nel Quartier del Pieve: in particolare il tema pesticidi, in cui ovviamente il servizio sanitario deve porre ad esempio attenzione a 2mila persone che, a Follina, sfilano lamentandosi per una condizione ambientale che, seppur connessa a un grande beneficio economico per il territorio, deve tuttavia ‘sanare’ alcuni aspetti. Perché non c’è dubbio che avere una produzione così importante è un valore enorme, tuttavia qualche limatura, soprattutto dal punto di vista dell’attenzione ad alcune fasce di popolazione fragili, va ancora mantenuto”.
“Nel Bellunese tra i fatti più significativi c’è stato sicuramente il Covid: tre anni di enorme impegno, con una grandissima soddisfazione perché ho trovato una comunità molto attenta, sia nel volontariato che nelle istituzioni, con una forte coesione sociale con i medici di famiglia, con i professionisti ospedalieri”.
“Una coesione sociale che tra l’altro è esemplificata da un dato molto importante: la mortalità nel triennio Covid, rapportata al triennio precedente, è cresciuta in tutto il mondo. Nel Veneto è cresciuta per molteplici cause, non solo per Covid, del 13%. Ebbene nel Bellunese è cresciuta ‘solo’ dell’8% che, tradotto in cifre, significa circa 400 vite risparmiate. Non poca cosa! Si può dunque dire che nel Bellunese la comunità, le istituzioni, la grande forza della sanità locale hanno contribuito a salvare 400 persone rispetto alla cosiddetta mortalità attesa”.
“Se andiamo avanti, ma parliamo più che altro di una straordinaria esperienza più che di un’emergenza vera e propria, non si può non citare l’assistenza sanitaria fornita alle ultime Olimpiadi e Paralimpiadi. Io, che non ero proprio un ragazzo giovane, ho provato con i miei collaboratori una soddisfazione enorme e ho visto una consapevolezza nel sapere di essere di fronte a un evento internazionale importantissimo, per il quale bisognava dare il massimo livello di risposta qualitativa e quantitativa senza nulla togliere all’assistenza sanitaria alla popolazione generale. Ripeto, ho visto un livello di consapevolezza veramente raro che sarà un bagaglio per tutta la vita per tutti quelli, specie i più giovani, che se ne sono occupati. E’ dimostrato, anche in base alle precedenti esperienze, che chi si è occupato di assistenza sanitaria olimpica va meglio nella carriera rispetto a chi non l’ha fatto, perché ha acquisito una capacità di risposta di altissimo livello”.
L’importanza della comunicazione in ambito sanitario: quanto è difficile, a volte, far passare dei messaggi di sanità pubblica alla popolazione?
“Una comunicazione istituzionale e ordinaria non è semplice perché la gente ormai osserva le notizie in maniera abbastanza veloce, quindi bisogna essere incisivi in alcune parole. Però, come diceva Koch, ‘le epidemie sono i più grandi alleati della sanità pubblica’. Sono momenti emergenziali in cui la gente ha paura, si spaventa, è diventa di conseguenza molto attenta. Lì il messaggio comunicativo, non solo indirizzato al momento, ma alla necessità di costruire un percorso preventivo, una cura di sé, diventa molto incisivo. E lì è molto importante, per la mia esperienza, avere un servizio comunicazione molto forte all’interno dell’azienda sanitaria. Ho avuto personalmente due esperienze importanti in tal senso: quella con la dottoressa Elisabetta Gavaz, mentre lavoravamo qui nel Coneglianese e nel Trevigiano in generale, e quella con la dottoressa Pamela d’Inca nel Bellunese: due professioniste che hanno capito come tradurre in un linguaggio non tecnico dei contenuti tecnici a volte molto complessi. Quindi si può fare, bisogna lavorarci con professionisti competenti e con grande attenzione alla sensibilità della gente, con un equilibrio tra il non terrorizzare e l’aiutare a decidere per il meglio”.
Quanto sta già incidendo adesso e quanto potrà incidere ancora in futuro l’Intelligenza artificiale in ambito medico?
“Nel Bellunese, come dappertutto, si stanno facendo le prime esperienze di applicazione concreta. Banalmente un colloquio come il nostro, se fosse di natura ambulatoriale, potrebbe essere tradotto in un referto ambulatoriale senza la necessità che il medico clinico debba mettersi lì a fare tutta la cosiddetta parte burocratica. Questa cosa l’Intelligenza artificiale oggi la può garantire con strumenti ad altissimo livello di qualità, che richiedono però rilettura e attenzione. Noi umani abbiamo una sensibilità ancora molto superiore, spesso rispetto ad alcuni dettagli. Però non c’è dubbio che questo ‘rivoluzione’ aiuterà molto, anche in termini predittivi: ad esempio sul conoscere il passato per prefigurare il futuro dal punto di vista del rischio epidemico, del rischio di mortalità, di alcuni rischi ambientali. E aiuterà molto anche nella pratica clinica corrente, perché potersi orientare su ciò che è più probabile rispetto a una nuvola di possibilità sarà molto utile. L’Intelligenza artificiale questo ce lo dà”.
Invece come vede il tema dell’accesso alla professione medica e infermieristica?
“Si tratta di un percorso molto lungo, di cui io stesso ho visto varie fasi. Quando sono entrato io non si accedeva neanche per concorso nel servizio sanitario. Allora ci si poteva iscrivere tutti a Medicina: nella mia classe di liceo abbiamo fatto Medicina in 16 su 30, numeri impensabili oggi, e siamo arrivati alla fine mi pare in 15 su 30. Poi c’è stata la fase del numero chiuso, che ha avuto degli elementi positivi perché assicurava a chi entrava, faticando ad accedere con i test d’ingresso, un percorso di sicurezza che lo portava, salvo difficoltà palesi, alla fine. Siamo poi entrati in una fase di numeri carenti, accentuata dal periodo Covid, perché l’ipotesi di forti chiusure ospedaliere o di riorganizzazioni ha creato un po’ di crisi. Adesso è oggetto di ripensamento e quindi i numeri vanno ritarati con una previsione su medio periodo, poi vedremo sul lungo”.
“Però ora la difficoltà di arruolamento di medici si sta per concludere e noi vediamo che i nati negli anni ’90 e 2000 ormai cominciano a entrare in numero significativo, salvo alcune discipline difficili, tra cui quelle dell’area del Pronto soccorso, dell’area dell’Igiene pubblica e delle Dipendenze. L’area infermieristica invece fa ancora fatica, perché parliamo di un lavoro duro con stipendi che non sono adeguati”.
Qualche ricetta, secondo la sua esperienza, per ovviare a questa situazione?
“Due indicazioni che mi sembra di poter dare, non come ‘ricetta’, ma almeno come ‘ingrediente’, sono: cercare per ogni territorio di sviluppare, oltre che la sanità dovuta a tutti, una sanità specifica per quell’area geografica. Faccio un esempio: nel Bellunese bisogna essere eccellenti sulla Traumatologia, bisogna essere eccellenti sulle malattie trasmesse da zecche, perché c’è una specificità territoriale. E bisogna essere eccellenti nella qualità igienico-sanitaria dei rifugi alpini perché, fino a 15 anni, fa erano frequentati da 100 persone, oggi ne arrivano più di mille. E anche sul contrasto al melanoma, perché nelle zone di montagna il melanoma maligno ha un’incidenza superiore rispetto alle zone di pianura. Quindi individuare tramite l’epidemiologia i numeri, le aree nelle quali la salute di quel territorio è significativamente diversa rispetto alla salute dei territori simili. Se l’incidenza dell’infarto è abbastanza simile servono politiche nazionali e regionali per contrastarlo e un impegno dei professionisti omogeneo; se invece le differenze sono molto ampie serve un impegno specifico locale. Credo che questo sia un ingrediente per utilizzare l’epidemiologia, l’analisi dei dati sanitari, per prendere decisioni di carattere generale, ma anche di carattere locale”.
Si fa un gran parlare oggi delle Case di comunità: possono essere davvero il futuro di una medicina di prossimità?
“Le Case di comunità non sono un’invenzione assoluta, ma il frutto di precedenti esperienze accomunate dall’idea di mettere insieme in alcune strutture vari servizi per persone che non hanno necessità dell’ospedale, ma che possono trovare una risposta primaria. Una volta si parlava di ‘Case della salute’. Questa scommessa delle Case di comunità richiede un grande lavoro, un grande impegno, anche se ora soffre un po’ della carenza infermieristica. Perché non c’è dubbio che la presenza degli infermieri, anche con alto livello di autonomia rispetto al paziente e alla persona che arriva, è importante. E poi serve un po’ di sistemazione della ‘crisi’, la chiamo così, di collocazione istituzionale dei medici di Medicina generale, che sono in fase evolutiva: dipendenza piuttosto che libera professione, una fase ancora un po’ incerta. Credo però che la prospettiva di centri nei quali lavorino medici di medicina generale, in cui si dia una risposta a codici bianchi o qualcosa di simile, senza che la persona vada a intasare il Pronto soccorso (da riservare ai codici gialli e rossi), sia molto allettante. Ci vogliono però, come detto, infermieri in grado di gestire la medicina di primo livello, le medicazioni, un centro vaccinale che possa rispondere all’esigenza di prevenzione primaria di tutti i nostri bambini, dei giovani e degli adulti, e un centro che pensa al collegamento col territorio. Quindi le municipalità, le istituzioni di volontariato, il raccordo con l’ospedale, perché chi esce dall’ospedale deve essere preso in carico del territorio, preso in cura, come si dice oggi. Non può essere lasciato solo, specie se è in condizioni difficili, specie se l’età è avanzata e impegnativa, perché oggi le famiglie sono ‘leggere’, non sono più rappresentate da 10 persone come accadeva tanti anni fa e per due giovani che lavorano, avere il nonno che rientra a casa è molto impegnativo. Quindi, concludendo, la Casa di comunità è una bella scommessa che potrebbe avere buoni risultati, ma bisogna investirci ancora molto più che in termini economici, in termini di idee e di soluzioni condivise, specie con i medici di Medicina generale”.
Ha qualche aneddoto particolare da raccontare, qualche curiosità emersa nell’arco della sua lunga attività? O anche qualcosa che le ha dato particolare soddisfazione…
“La grande soddisfazione l’ho avuta nella giornata di ieri, in cui moltissime persone hanno letteralmente tirato fuori dal cuore lunghi anni di vita insieme. E’ stato molto bello lavorare insieme, perché per quanto si ricopra posizioni significative, non si fa nulla se non con i collaboratori, con gli altri che non sono necessariamente amici, ma sono persone con le quali si condivide una fascia oraria enorme di grande impegno, specie nei momenti difficili. Credo che forse i rapporti più significativi si creano nelle fasi emergenziali: durante il Covid si sono consolidati i rapporti con alcuni collaboratori che, ancora oggi, durano con un livello di qualità enorme”.
“Forse poi la cosa più divertente, a livello di aneddoti, c’è stata il giorno in cui mi ha chiamò la coordinatrice dell’area tamponi durante l’emergenza Covid, dicendomi che aveva a che fare con un ‘super vip’ di Cortina impegnato nei Mondiali di sci del 2021, il quale aveva una positività Covid e che quindi doveva fare, essendo agli ‘arresti domiciliari’, il tampone di uscita. La mia coordinatrice gli chiese: ‘Ma lei ha un’auto per recarsi al drive-in tamponi?” E lui le rispose: ‘Io non ho un’auto, io ho una Bentley’. Allora gli ho detto: ‘Bene, con la sua Bentley vado a fare il tampone, altrimenti lei dagli arresti domiciliari non esce’”.
“Un altro aneddoto significativo è questo: ero appena arrivato a Belluno, il 15 giugno 2020, e aveva fatto due o tre riunioni con i collaboratori. C’era una caposala nata a Cortina, Flavia Campigotto, che adesso è in pensione, bravissima, e lei mi ascoltava con pazienza. Una donna della montagna, molto solida. Io parlavo di come organizzare idee, ingredienti, percorsi, un po’ di scienza…e lei, alla fine di questa lunga giornata mi ha detto: ‘Sì primario, ma adesso io cosa devo fare?’ Quindi l’estrema concretezza: per quanto si chiacchiera poi alla fine bisogna fare. Quella cosa lì che ti ha affidata la devi fare e la devi fare bene perché, se tu fai bene quella piccola cosa che ti hanno affidato, il sistema ne beneficia enormemente”.
(Autore: Alessandro Lanza)
(Foto e video: Michela Condurache)
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