Questi 19 contadini del’Ecuador hanno creato una centrale idroelettrica comunitaria da 300 kwatt senza danneggiare l’ambiente


Nella valle di Intag l’acqua scende veloce, attraversa boschi tropicali, campi, sentieri, villaggi piccoli e ostinati. In questa parte dell’Ecuador nord-occidentale, tra il Chocó biogeografico e le Ande tropicali, il fiume non è uno sfondo da cartolina: è la cosa che tiene in piedi tutto il resto. I terreni, le coltivazioni, le famiglie, la foresta. Anche le discussioni sul futuro, che da queste parti hanno spesso una forma molto concreta: estrarre, vendere, resistere, restare.

Sul Rio Aguagrún, diciannove famiglie contadine hanno scelto una strada più difficile e meno rumorosa: costruire una centrale idroelettrica comunitaria da 300 kilowatt, capace di produrre elettricità sfruttando il corso del fiume senza trasformarlo in un invaso artificiale.

Il progetto si chiama HidroAguagrún ed è nato dall’associazione Rio Aguagrún, con il sostegno di Corporación Toisán e Fundación Futuro. I numeri sono piccoli solo se guardati da lontano: 300 kW di capacità installata, circa 900 metri di condotta, una caduta netta attorno ai 100 metri, una produzione stimata di circa 2,2 GWh l’anno. Per una comunità rurale, significa energia, entrate, manutenzione del bacino e una quota di futuro che resta lì, invece di evaporare nei bilanci di qualcun altro.

Un impianto che prende l’acqua e la restituisce

L’idroelettrico porta sempre con sé una domanda scomoda. Produce energia rinnovabile, però le grandi dighe hanno spesso lasciato cicatrici profonde: corsi d’acqua spezzati, habitat cambiati, sedimenti bloccati, aree sommerse, comunità spostate. In un territorio tropicale e fragile, questa differenza pesa più di qualsiasi slogan.

HidroAguagrún lavora su un’altra scala. È un impianto a filo d’acqua: intercetta una parte del flusso, la usa per muovere la turbina e poi la restituisce al fiume. La pendenza naturale dell’Aguagrún fa il resto. Il progetto pubblico indica una pendenza longitudinale del 19% fino alla presa e una portata media di 0,64 metri cubi al secondo. Sono dettagli tecnici, certo, però raccontano una cosa semplice: qui la geografia non viene forzata fino a rompersi.

La valle di Intag attraversa circa 500mila ettari di boschi e appartiene a una delle aree con maggiore biodiversità del pianeta. Negli ultimi anni ha visto anche periodi di siccità anomala, una pressione che in Ecuador si sente in modo diretto perché il Paese dipende molto dall’idroelettrico. Uno studio pubblicato su Sustainability ha stimato che la produzione idroelettrica ecuadoriana potrebbe ridursi in modo sensibile entro il 2050 proprio per effetto dei cambiamenti meteorologici.

Dentro questo quadro, una mini-centrale non salva un Paese intero. Fa qualcosa di più credibile: lega la produzione di energia alla cura del bacino che la rende possibile.

Il 90% resta nelle mani di chi vive lì

La vera differenza di HidroAguagrún sta nella proprietà. Il 90% delle azioni appartiene alla comunità. Sembra un dettaglio amministrativo, invece cambia tutto. Chi vive accanto al fiume non viene convocato a progetto già deciso, con una pacca sulla spalla e qualche promessa di compensazione. Entra nella gestione, negli utili, nelle scelte.

Metà dei guadagni viene destinata a un fondo ambientale per il recupero dei boschi e il monitoraggio del bacino idrico. Il meccanismo è quasi brutale nella sua semplicità: il fiume produce energia, l’energia produce reddito, quel reddito paga la protezione del fiume e della foresta. La conservazione smette di dipendere dalla buona volontà del momento e diventa una voce economica.

In territori come Intag, questa cosa conta. Per anni la valle ha dovuto fare i conti con l’interesse di chi vede nella selva soprattutto minerali, legname, acqua, superfici da sfruttare. HidroAguagrún sposta il baricentro: il valore nasce dal territorio senza consumarlo tutto in un colpo solo. Una frase facile da scrivere, molto meno facile da realizzare quando servono rilievi, servitù, accessi, autorizzazioni, casa macchine, monitoraggio delle portate e persone disposte a prendersi la responsabilità di un impianto vero.

Prima hanno acceso un campetto

La storia è partita da prove minuscole. Prima piccoli esperimenti, poi l’illuminazione di un campetto da calcio. Una scena quasi laterale, con la luce che arriva dove prima calava il buio e qualcuno che, magari, smette di ridere dell’idea dei contadini con la loro centrale.

Da lì il progetto è cresciuto con il ritmo delle cose che non nascono da un comunicato stampa. Rilievi topografici, monitoraggi, titoli di proprietà, passaggi legali, formazione locale, lavori sul campo. La transizione energetica vista da vicino ha questa faccia poco instagrammabile: carte, fango, misure, riunioni, tubi, pazienza. Niente fuochi d’artificio. Solo una comunità che a un certo punto decide di non restare spettatrice.

Nel 2024 HidroAguagrún è stato selezionato per il sostegno della cooperativa tedesca di energia verde EWS Schönau e di Intag e.V., proprio per il suo carattere di comunità energetica. La formula funziona perché tiene insieme cose che spesso vengono separate: produzione rinnovabile, proprietà locale, tutela dell’acqua, utili reinvestiti.

Altri fiumi aspettano la stessa idea

Secondo i promotori, Corporación Toisán ha già individuato altri fiumi ecuadoriani dove il modello potrebbe essere replicato. Una parte dei proventi di HidroAguagrún dovrebbe servire proprio a sostenere comunità interessate a provarci: impianti piccoli, adatti al territorio, con benefici economici e ambientali che restano sul posto.

La centrale idroelettrica comunitaria del Rio Aguagrún non ha l’aria della grande opera destinata a finire nei plastici ministeriali. Assomiglia di più a una risposta locale, costruita con i piedi nel fango e lo sguardo sul bacino. Diciannove famiglie hanno preso un fiume, una pendenza, un pezzo di foresta e li hanno messi dentro un progetto che produce energia senza portarsi via tutto il resto. Il fiume continua a scorrere. Stavolta, però, qualcuno ha deciso che la corrente non doveva appartenere solo a chi arrivava da fuori.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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