20 ricordi che fanno impazzire di nostalgia i Millennials


Chi è cresciuto negli anni ’90 sa che l’estate aveva un ritmo completamente diverso. Niente smartphone, notifiche o social network: le giornate scorrevano tra spiaggia, biciclette, cabine telefoniche e programmi TV da non perdere. Oggi i Millennials, la generazione nata tra il 1981 e il 1996, guardano a quel periodo con una nostalgia sempre più forte. Non è un caso: secondo psicologi e sociologi, i ricordi legati all’adolescenza e alla prima giovinezza sono quelli che tendiamo a conservare con maggiore intensità emotiva.

Ecco 20 cose che hanno reso indimenticabili le estati degli anni ’90 e che ancora oggi fanno scattare un sorriso a chi le ha vissute.

Il walkman (e poi il lettore CD)

Era l’accessorio dell’estate, con le cuffie spugnose arancioni e le cassette registrate da Radio Deejay o 105, era tutto un “shh, parte la mia canzone”. Poi sono arrivati i lettori CD portatili, ma bastava una buca sul marciapiede e la traccia saltava: in spiaggia vinceva sempre il vecchio, affidabile mangiacassette.

La compilation del Festivalbar

Rosse o blu, ogni anno erano due, le compilation del Festivalbar erano lo specchio perfetto dell’estate: da Corona a Alexia, passando per gli Eiffel 65. Le ascoltavi in loop, con la sabbia nei piedi e il cuore già spezzato da un flirt durato mezza settimana.

Le cartoline

cartoline

“Ciao, qui tutto bene, fa molto caldo, un saluto!” – la poesia della cartolina. Le sceglievi in edicola, ci pensavi mezz’ora per scrivere due righe, e poi via nella cassetta. Era il modo più romantico per dire “ti penso”.

Le schede telefoniche

scheda telefonica

Altro che voice message, se volevi sentire qualcuno, si andava in cabina con la scheda telefonica in tasca. Quella telefonata durava poco, costava cara, ma sembrava un evento. E il rumore dei tasti? Indimenticabile.

Le granite alla menta e al limone

Tra i veri simboli dell’estate anni ’90, la granita alla menta o al limone ha un posto speciale. Verde brillante, o giallo paglierino, rinfrescante da togliere il fiato, la prendevi al bar o al chioschetto della spiaggia, spesso servita in un bicchiere di plastica trasparente, con la cannuccia piegata che si ostruiva dopo tre sorsi. Bastava quella per sentirti in vacanza, anche se eri sotto casa.

I jingle pubblicitari martellanti

Quelli che ti entravano nel cervello e non uscivano più:
“Antò, fa caldo!”,
“Du gust is megl che uan”,
“Ciù ciù ciù, ciucciabanana”,
“Fidati di chi ne sa!”
Non c’erano gli skip, e infatti li ricordiamo tutti ancora a memoria.

Le due pallette con il filo

Hai presente quel gioco sadico con due sfere dure legate da un filo che facevano un rumore infernale se le facevi sbattere bene? Sì, proprio quello. Chi riusciva a tenerle in sincronia era un eroe del quartiere. E chi sbagliava, si beccava la pallina sulla mano. Sempre.

Il Game Boy

game boy

La console portatile più amata. L’unica con cui potevi startene sotto l’ombrellone, in pausa tra un bagno e una merenda, a giocare a Tetris o Pokémon Rosso. Senza aggiornamenti, senza Wi-Fi. Solo tu, le pile stilo e la gloria.

I palloni Mondo (Super Tele o Super Santos)

Leggeri, coloratissimi, rimbalzavano troppo e prendevano traiettorie impazzite. Ma erano l’essenza dell’estate: li compravi in edicola, li portavi in spiaggia e li bucavi al terzo giorno. Ma tanto uno zio lo riparava col nastro isolante.

I telefilm che aspettavamo

baywatchAltro che Netflix. Negli anni ’90, se volevi vedere la tua serie preferita, dovevi esserci all’orario giusto, punto. Baywatch, ad esempio, lo trasmettevano la mattina d’estate, quando eri in vacanza da scuola: colazione sul divano, tapparella abbassata a metà e il ventilatore che girava lento. Pamela Anderson in costume rosso, David Hasselhoff che salvava tutti: era la tua finestra su un mondo lontano e super cool.
E lo stesso valeva per Beverly Hills 90210, Walker Texas Ranger, Melrose Place: ogni puntata era un evento. Niente binge watching, solo attesa e piccoli rituali quotidiani.

Le macchinette fotografiche usa e getta

macchinette fotografiche usa e getta

Le portavi al mare, in gita, a ogni festa. Un rullino da 24 o 36 pose che scattavi alla cieca. Nessun controllo, nessun filtro. E la sorpresa era dopo, quando andavi a svilupparle. Foto mosse, occhi chiusi, doppioni. Ma ogni scatto era un ricordo vero.

I sandali ragno di plastica

sandali plastica

Di plastica, trasparenti, con i glitter. O le amavi o ti distruggevano i piedi. Ma ogni ragazzina o ragazzino anni ’90 ne ha avuto almeno un paio. Perfette per entrare in acqua senza pungersi con le pietre, e da sfoggiare al bar della spiaggia con il ghiacciolo in mano

I gelati “iconici”

Winner Taco, Cremino, Piedone, Coppa del Nonno e lo squalo blu del Calippo. Bastava uno stecco per essere felici. E il dilemma più grande? Cono panna o cioccolato?

I test su “Cioè”

cioè

“Lui ti ama o no?”, “Che tipo di amica sei?”, “Qual è il tuo colore dell’anima?” – Test profondi quanto un bicchiere di plastica, ma che leggevamo sotto l’ombrellone come fossero Vangelo. Con tanto di evidenziatore. Per non parlare dell’attesa del poster settimanale con cui tappezzavi la parete della camerettta: Leonardo Di Caprio, i Backstreet Boys…

Le sorprese degli ovetti Kinder

ovetti kinder sorpresa

@maroznaya/123rf

In vacanza bastava entrare in un alimentari o in un bar per convincere i genitori a comprare un ovetto Kinder. Il cioccolato spariva in pochi secondi, ma il vero tesoro era la sorpresa all’interno. Animaletti da montare, automobiline, personaggi colorati e collezioni da completare: molti bambini passavano l’estate a scambiarsi i doppioni sotto l’ombrellone o nei campeggi. E trovare il pezzo che mancava era una soddisfazione enorme.

Le Big Babol e le Goleador a 100 lire

Con poche monete in tasca ti sentivi ricco. Le Big Babol erano una sfida continua a chi riusciva a fare il pallone più grande senza farlo scoppiare in faccia, mentre le Goleador costavano appena 100 lire e avevano il sapore delle merende comprate di nascosto. Entrare in un chiosco con mille lire significava uscire con un piccolo tesoro di caramelle, gomme da masticare e lecca-lecca da condividere con gli amici.

I ghiaccioli fatti in casa negli stampini

@iuliian/123rf

Prima che arrivassero snack e dessert sempre più elaborati, c’erano gli stampini di plastica da riempire con succo di frutta, sciroppo alla menta o aranciata. Li mettevi nel freezer e poi passavi ore ad aspettare che fossero pronti. Quando finalmente riuscivi a estrarli senza romperli, sembravano il gelato più buono del mondo. E immancabilmente qualcuno finiva per colorarsi lingua e labbra di rosso, verde o blu.

Le biciclette fino a sera

Per molti bambini degli anni ’90 la bicicletta era sinonimo di libertà assoluta. Si usciva dopo pranzo e si tornava solo quando i lampioni iniziavano ad accendersi o quando una voce dal balcone gridava il tuo nome. Si percorrevano chilometri tra stradine, piazzette e lungomari senza navigatore, senza GPS e senza dover mandare continuamente aggiornamenti ai genitori. Bastava dire: “Vado in bici con gli amici”. E iniziava l’avventura.

I videogiochi nelle sale giochi sul lungomare

Ogni località di mare aveva la sua sala giochi, un luogo quasi magico pieno di luci, suoni elettronici e gettoni. C’era chi passava ore davanti ai cabinati di calcio, chi si sfidava ai picchiaduro e chi cercava di conquistare il punteggio più alto per vantarsene con gli amici. Entrare in una sala giochi significava immergersi in un mondo tutto suo, fatto di competizione, amicizie improvvisate e partite che sembravano non finire mai.

Il tempo per annoiarsi

Oggi sembra impossibile. Ma negli anni ’90 ci si annoiava davvero: e da lì nascevano idee, disegni, teatrini improvvisati e interi pomeriggi passati a fissare le nuvole. La noia era la porta della creatività. E anche della libertà.

Non eravamo perfetti, anzi: ci scottavamo senza crema solare, sprecavamo rullini con foto mosse e bevevamo bibite fluorescenti senza farci troppe domande. Ma c’era un’innocenza, un’imperfezione sincera, che oggi sembra quasi rivoluzionaria. Vivevamo il momento, senza postarlo. E sicuramente inquinavamo un po’ di più, sì — ma senza filtri, senza pose.
Forse, più che tornare indietro, dovremmo solo imparare a vivere ogni estate con un po’ di quella leggerezza. Con meno scroll e più sabbia sotto i piedi.

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 Silvia Romano

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