Nessuno è contro l’ambiente (finché non lo si definisce)


Oggi è la Giornata dell’ambiente, e accade quel che accade ogni anno: tutti sono d’accordo. Istituzioni, aziende, partiti avversari, cacciatori e animalisti, ministeri e centri sociali firmano lo stesso comunicato. Non esiste anima viva che si dichiari contro l’ambiente. Ed è proprio questa unanimità che dovrebbe metterci in sospetto. Quando una parola raccoglie un consenso totale, di norma non significa che abbiamo trovato un accordo: significa che la parola non vuol dire ancora niente di preciso. Si può sottoscrivere senza costi solo ciò che non impegna a nulla.

Il consenso intorno all’ambiente è dunque il consenso di un termine non definito. E qui sta il punto da cui vale la pena partire: finché non diamo una definizione a un concetto vago, non ci capiamo. Crediamo di parlare della stessa cosa, e invece ciascuno proietta sulla parola il proprio significato. Provare a definire “ambiente” non è un esercizio scolastico, è il gesto che fa emergere il disaccordo reale che la parola teneva nascosto.

Cosa nasconde la parola

“Ambiente” viene da ambiens, ciò che sta intorno. È un concetto relazionale e centrato per costruzione; presuppone un soggetto rispetto al quale qualcosa “sta intorno”. La prima domanda che la definizione fa affiorare, e che l’uso quotidiano sopprime, è quindi banale e decisiva: ambiente di chi.

È istruttivo notare che l’ecologia, la disciplina che dell’ambiente dovrebbe occuparsi, usa pochissimo questa parola. Quando un ecologo deve dire qualcosa di rigoroso non dice “ambiente”, lo scompone in concetti misurabili: l’habitat, cioè il luogo con le sue condizioni; la nicchia, cioè il ruolo funzionale e l’insieme delle variabili che permettono a una specie di persistere; l’ecosistema, cioè la rete relazionale di componenti biotiche e abiotiche e dei loro flussi. La versione concettualmente più solida resta forse l’Umwelt di von Uexküll: l’ambiente come mondo percepito e vissuto, specifico per ciascuna specie, distinto dall’Umgebung, il semplice spazio fisico circostante. L’ambiente non è un dato oggettivo che sta lì uguale per tutti: è sempre ambiente-per-un-soggetto, ritagliato dai suoi sensi e dalle sue possibilità d’azione.

Il diritto italiano conferma la difficoltà. Per decenni la legge non ha avuto una definizione unitaria di ambiente, e a costruirla è stata la Corte costituzionale, che lo ha trattato come valore e come bene immateriale di rango costituzionale. La riforma del 2022 ha inserito ambiente, biodiversità ed ecosistemi tra i principi fondamentali, tutelandoli anche nell’interesse delle future generazioni, ma di nuovo senza definire il termine: lo nomina e lo protegge, non lo circoscrive. Anche il legislatore, insomma, ha preferito celebrare la parola piuttosto che delimitarla.

Proviamo a definirlo

Definire in modo scientifico significa esplicitare le tre cose che l’uso comune tiene implicite: rispetto a quale soggetto, a quale scala, e secondo quale criterio di pertinenza. Una formulazione possibile è questa. Dato un sistema biologico di riferimento (un organismo, una popolazione, una comunità) e una scala spaziale e temporale specificate, l’ambiente è l’insieme delle variabili esterne al sistema il cui valore influisce in modo causale e misurabile sulle variabili di stato del sistema, cioè su sopravvivenza, riproduzione, dinamica demografica e probabilità di persistenza.

Ogni elemento di questa definizione fa un lavoro preciso.

Il sistema di riferimento risolve la domanda ambiente di chi. L’ambiente non esiste in assoluto, esiste sempre come ambiente di qualcosa, ed è centrato e asimmetrico per costruzione. La scala specificata risolve la domanda a quale grana. L’ambiente di un batterio nel suolo e quello di un branco di lupi non sono lo stesso oggetto osservato a risoluzioni diverse: sono oggetti diversi. Senza fissare la scala la definizione resta vuota. Il criterio causale e misurabile è ciò che rende la definizione scientifica nel senso forte, perché la rende falsificabile. L’appartenenza di un fattore all’ambiente smette di essere una questione di intuizione o di prossimità e diventa un’ipotesi verificabile: una variabile fa parte dell’ambiente se, perturbandola, lo stato del sistema cambia in modo misurabile. Il confine dell’ambiente viene così tracciato dalla rilevanza causale e non dalla vicinanza spaziale. Una montagna all’orizzonte può essere fisicamente presente ma ambientalmente irrilevante per quel sistema; la temperatura di una corrente oceanica lontana e invisibile può esserne invece parte costitutiva.

Il prezzo della chiarezza

Vale la pena dichiarare cosa questa definizione lascia fuori, perché l’esclusione non è un difetto ma il cuore del discorso. Restano fuori la connotazione estetica, cioè il paesaggio bello; quella affettiva, cioè il luogo amato; quella giuridica, cioè il bene da tutelare. Una definizione scientifica guadagna univocità e testabilità rinunciando all’ampiezza evocativa.

È esattamente per questo che funziona. Due persone che adottano questa definizione non possono più credere di parlare della stessa cosa quando non lo fanno, perché sono obbligate a dichiarare soggetto, scala e criterio. L’unanimità della parola si rompe, e al suo posto compare qualcosa di più utile: il disaccordo vero, localizzabile, discutibile. Chi difende l’ambiente come paesaggio e chi lo difende come sistema demografico vitale non stanno difendendo lo stesso oggetto, e scoprirlo è un progresso, non una perdita.

Conviene aggiungere una distinzione che evita un ulteriore equivoco: l’ambiente così definito non coincide con l’ecosistema. L’ambiente è centrato, è ciò che sta intorno a un soggetto e lo influenza. L’ecosistema è acentrico, è la rete completa che include anche il soggetto stesso e in cui nessun punto è privilegiato. Sono due tagli diversi sulla stessa realtà, e tenerli distinti è già metà del lavoro.

Tornando alla giornata

Festeggiare “l’ambiente” senza definirlo è festeggiare una parola che chiunque può firmare proprio perché non chiede nulla. È un’unanimità comoda, e le unanimità comode raramente cambiano qualcosa. L’impegno ambientale comincia un attimo dopo, quando accettiamo il costo della definizione e ci chiediamo di quale soggetto, a quale scala e secondo quale criterio stiamo parlando. Allora sì, qualcuno smetterà di essere d’accordo. Ma sarà il primo segnale che abbiamo finalmente cominciato a dire qualcosa.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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