di Matteo Menozzi*
«Il lavoro dovrebbe rendermi indipendente. Ma ogni volta compare un nuovo ostacolo – scrive Matteo Menozzi, una persona con disabilità visiva –. Prima il rischio di dover rinunciare a un lavoro da remoto. Ora ho un regolare contratto, ma dal 15 settembre potrei non avere più il trasporto necessario per raggiungere il posto di lavoro. Una situazione che pone una domanda semplice: cosa significa davvero garantire il diritto al lavoro e alla vita indipendente di una persona con disabilità?»
Sono una persona con disabilità visiva e vivo in un piccolo paese della provincia di Parma. Da anni cerco di costruire un percorso di vita indipendente fondato sul lavoro, sull’autonomia economica e sulla possibilità di organizzare liberamente la mia quotidianità.
Negli ultimi mesi, però, ogni volta che riesco ad avvicinarmi a una reale autonomia lavorativa sembra comparire un nuovo ostacolo.
Tra giugno e luglio il problema riguardava un possibile lavoro da remoto. Dal 15 settembre, invece, il rischio riguarda il trasporto necessario per raggiungere il lavoro che nel frattempo ho effettivamente trovato.
Prima il lavoro da remoto
In primavera avevo iniziato una selezione per un lavoro come developer [sviluppatore, N.d.R.], coerente con la mia formazione informatica e svolgibile da casa.
Con l’azienda ho sostenuto tre colloqui: due ad aprile e uno a luglio. Nel frattempo, a causa di alcune vicissitudini aziendali, il percorso di selezione è stato trasferito a una società collegata, ma è comunque proseguito fino alla preparazione del contratto.
In quello stesso periodo avevo partecipato anche a una selezione presso una grande azienda farmaceutica, senza però essere assunto.
Dopo mesi di candidature e colloqui, avevo quindi finalmente davanti una concreta possibilità professionale.
Il problema era l’opposizione della mia famiglia al lavoro da remoto.
Mi veniva detto che lavorando da casa mi sarei “alienato”. Successivamente è stato sollevato anche il problema dell’impianto elettrico domestico, che secondo i miei genitori non avrebbe potuto sostenere altri dispositivi collegati alla corrente.
La soluzione proposta era che mi trovassi un ufficio.
Ma affittare uno spazio di lavoro avrebbe comportato costi importanti tra canone, utenze, connessione e spostamenti, riducendo fortemente il reddito disponibile.
La contraddizione, per me, era evidente: da un lato mi si diceva che lavorare da casa mi avrebbe isolato; dall’altro mi si chiedeva di sostenere spese che avrebbero ridotto proprio le risorse necessarie per uscire, muovermi e partecipare alla vita sociale.
Nel paese in cui vivo, inoltre, dopo una certa ora i collegamenti pubblici sono molto limitati. Avere un reddito significa anche potermi permettere gli spostamenti necessari per uscire, andare in palestra o incontrare altre persone.
Per questo non considero il lavoro da remoto necessariamente una causa di isolamento. In alcune situazioni può invece essere uno strumento per raggiungere l’autonomia economica.
Nel frattempo un lavoro l’ho effettivamente trovato.

Sono stato assunto con un regolare contratto e guadagno circa 1.000 euro al mese.
Per me è un risultato importante: un lavoro vero, con uno stipendio e responsabilità, che può permettermi di costruire progressivamente una maggiore autonomia economica.
Ora però si presenta un nuovo problema.
Il servizio di trasporto a rischio
Dal 15 settembre 2026, con la riapertura delle scuole, il servizio di trasporto del Comune potrebbe non riuscire più ad accompagnarmi al lavoro.
Ho avuto la quasi conferma che il mio tragitto allungherebbe troppo il percorso del pulmino e renderebbe più difficile garantire il servizio alle altre persone trasportate successivamente.
Comprendo le esigenze organizzative di un servizio pubblico.
Ma per me quel pulmino non è un servizio secondario.
È ciò che mi permette concretamente di andare a lavorare.
La zona in cui lavoro è raggiungibile con i mezzi pubblici soltanto nei giorni in cui ci sono le fiere.
Negli altri giorni non esiste, di fatto, un collegamento utilizzabile.
Il risultato è un paradosso.
Ho cercato lavoro, ho sostenuto colloqui, sono stato assunto e voglio continuare a lavorare.
Eppure rischio di non poter raggiungere il posto di lavoro semplicemente perché potrebbe venire meno il trasporto che oggi me lo consente.
Si parla molto di inclusione lavorativa delle persone con disabilità, formazione, politiche attive e inserimento professionale.
Ma l’inclusione non può fermarsi nel momento in cui una persona firma il contratto.
A cosa serve trovare un lavoro a una persona con disabilità se poi non esistono le condizioni concrete per permetterle di raggiungerlo?
Per chi può guidare, raggiungere un ufficio o una zona industriale può essere una questione relativamente semplice.
Per una persona che non può utilizzare autonomamente un’automobile, invece, l’assenza di un trasporto può significare non poter lavorare.
Il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità, in questi casi, sono strettamente collegati.
È questo l’aspetto che trovo più paradossale.
Tra giugno e luglio rischiavo di perdere un’opportunità perché lavorare da casa, secondo la mia famiglia, mi avrebbe reso troppo isolato.
Ora invece lavoro fuori casa, ho colleghi, esco quotidianamente e percepisco uno stipendio.
E rischio comunque di incontrare un nuovo ostacolo perché potrebbe diventare troppo difficile garantirmi il trasporto.
Prima il problema era lavorare da casa.
Adesso rischia di diventare il fatto che devo uscire di casa per andare al lavoro.
Non chiedo che le esigenze delle altre persone vengano ignorate.
Chiedo che venga individuata una soluzione organizzativa che mi permetta di continuare a raggiungere il mio posto di lavoro anche dopo il 15 settembre.
Perdere o mettere a rischio un’occupazione per l’assenza di un collegamento significa compromettere non soltanto uno stipendio, ma anche un percorso di autonomia.
Il lavoro mi permette di avere risorse economiche, organizzare i miei spostamenti, uscire, praticare attività sportive e ridurre progressivamente la mia dipendenza dalla famiglia e dai servizi.
Per una persona con disabilità il diritto al lavoro deve quindi significare anche poter raggiungere il luogo in cui quel lavoro viene svolto.
Altrimenti rischiamo di parlare di inclusione soltanto sulla carta.
Ho un lavoro. Voglio lavorare. Ma rischio di non poterci andare.
Ed è proprio qui che il diritto al lavoro smette di essere un principio astratto e diventa una questione concreta di libertà, autonomia e pari opportunità.
* Dello stesso autore si vedano:
Matteo Menozzi, Vita indipendente e “balle dipendenti”, 5 novembre 2025.
Matteo Menozzi, Vorrebbe vivere in modo indipendente ma i servizi spingono per l’istituzionalizzazione, 20 maggio 2026.
Matteo Menozzi, Denuncio un sistema assistenziale che, invece di abbattere le barriere, le istituzionalizza, 29 giugno 2026.
Ultimo aggiornamento il 31 Agosto 2026 da Simona
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