Dalla gratitudine al lavoro, ecco la vera conversione


“Salvare il pianeta”: una formula oggi molto utilizzata che rischia tuttavia di nascondere una trappola culturale, quella di considerare l’uomo unicamente come una minaccia e la natura come una risorsa da sfruttare o da proteggere da noi stessi. Per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che inaugura il tradizionale “Tempo del Creato“, abbiamo rivolto alcune domande al prof. Claudio Tagliapietra, docente di Teologia Fondamentale alla Pontificia Università della Santa Croce. Dall’equivoco sull’interpretazione dei testi biblici della Genesi alla riscoperta del lavoro come collaborazione all’opera di Dio, fino alla forza “rivoluzionaria” della gratitudine quotidiana: la teologia offre un controcanto profondo e controcorrente rispetto alla rassegnazione e ai climi di guerra, indicando nella riscoperta del “dono” l’unica vera strada per la custodia della casa comune.

L’intervista

Professore, parliamo spesso di “salvare il pianeta”, un’espressione divenuta ormai di uso comune. Dal punto di vista teologico e culturale, quale visione del mondo si nasconde dietro questa formula?

“Sotto questa espressione si celano due modi molto diversi di concepire il rapporto tra l’uomo e la natura. Quando diciamo ‘salvare il pianeta’, la prima domanda spontanea è: salvarlo da chi? L’idea implicita è che la minaccia principale sia l’uomo stesso. Ricordo che da bambino trovai a un mercatino un libriccino intitolato 50 cose che i ragazzi possono fare per salvare la Terra. Era divertente, ma il messaggio di fondo era chiaro: l’uomo è un problema per l’ambiente, un elemento di disturbo che rischia di rovinare tutto per sé e per le generazioni future”.

Che significato ha questa impostazione?

“Questa impostazione rivela un’antropocentrismo distorto: l’uomo si sente al centro e considera tutto ciò che lo circonda come un semplice materiale a proprio uso e consumo. Inoltre, per molto tempo si è sostenuto — penso ad esempio a un celebre articolo dello storico Lynn White pubblicato nel 1967 su Science — che le radici della crisi ecologica fossero proprio religiose e giudaico-cristiane, legate al mandato biblico della Genesi di ‘soggiogare e dominare’ la terra”.

È davvero così? La Bibbia legittima lo sfruttamento indiscriminato della natura?

“Siamo di fronte a un equivoco interpretativo. Se analizziamo i verbi usati negli originali ebraici, vediamo che i termini tradotti con ‘soggiogare’ o ‘dominare’ non indicano una prevaricazione violenta. Rimandano piuttosto all’insediamento in un territorio da esplorare e da addomesticare, o alla figura del pastore che guida il suo gregge. Questa prospettiva si armonizza perfettamente con l’altro grande mandato presente nel secondo capitolo della Genesi: ‘coltivare e custodire’ il giardino dell’Eden. Coltivare significa occuparsene, con la consapevolezza che la terra non è nostra ma ci è stata data in affidamento. In ebraico, tra l’altro, i verbi usati per il lavoro e la custodia provengono dal lessico rituale e liturgico: occuparsi del mondo è a tutti gli effetti un compito sacro. Insieme al collega Ivan Colagè, con cui lavoro al Centro di Documentazione Interdisciplinare di Scienze e Fede della Santa Croce, sottolineiamo spesso come la relazione tra uomo e ambiente sia bidirezionale: non siamo solo noi a modificare la natura, ma è la natura che, nei millenni, ha educato e plasmato l’essere umano”.

E perché, allora, in ambito teologico e cristiano parliamo di “creato” e non semplicemente di natura?

“La parola ‘creato’ racchiude l’idea fondamentale del dono. La realtà non è una massa inerte di materia a nostra disposizione, ma qualcosa che riceviamo continuamente in regalo da un Altro. Lo stesso essere umano si ritrova all’interno di questo dinamismo di donazione. Riconoscere la natura come “creato” significa ammettere che c’è un’origine, una presenza e un’intenzione d’amore all’origine di tutto ciò che esiste”.

Papa Francesco, con l’enciclica Laudato si’, ha invitato tutti a una “conversione ecologica”. Cosa significa concretamente per un credente convertirsi all’ecologia nella vita di tutti i giorni?

“Convertirsi all’ecologia non significa aderire a un’ideologia o a una nuova dottrina. Ricordiamo che la parola ecologia deriva dal greco e significa “discorso sulla casa”: si tratta di capire come funziona la nostra casa comune. La prima vera conversione spirituale passa attraverso la riscoperta del senso del lavoro. Lavorare non serve solo a portare a casa uno stipendio — ed è già un grande bene quando c’è —, ma significa comprendere che con la nostra attività quotidiana stiamo continuando l’opera creatrice di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo ricorda chiaramente: l’uomo è chiamato a collaborare al completamento della creazione”.

C’è anche un invito a educare alla gratitudine

“Esatto. Insegnare ai bambini a ringraziare per le cose che ricevono significa porre le basi della preghiera e del rispetto. Non dobbiamo dare più nulla per scontato: nemmeno un semplice bicchiere d’acqua, il fatto di svegliarsi al mattino o il tempo che ci viene donato. Se smettiamo di vivere col pilota automatico e con lo sguardo fisso sugli smartphone, iniziamo ad abitare il mondo con cura e contemplazione”.

In un momento storico segnato da guerre, crisi climatiche e disastri ambientali che vediamo anche sotto casa nostra, quale speranza può offrire la teologia?

“La teologia ci offre un ‘controcanto’. Oggi domina un canto triste e drammatico che dice: “l’uomo è cattivo, sfrutta e distrugge”. È la logica del deserto, della violenza e dei signori della guerra che consumano e devastano. La speranza teologica si fonda sulla riscoperta della dimensione religiosa della vita. Come ci ricorda la profezia di Isaia — ripresa anche nei temi della Giornata per la Custodia del Creato —, esiste la promessa reale che le spade possano essere trasformate in vomeri e le lance in falci. La teologia non offre una ricetta ingenua, ma una certezza: la soluzione non sta nel disperarsi, ma nel disarmare i cuori e nel riscoprire che la creazione è affidata alla nostra responsabilità. Rimettendo al centro la gratuità e la custodia, possiamo disinnescare la violenza e restituire al mondo il suo volto di casa accogliente”.


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Francesco Vitale

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