di Claudio Micalizio
Nel 2024 l’Italia ha celebrato, giustamente e doverosamente, i cento anni della radio e i settant’anni della televisione. Due anniversari importanti che hanno consentito di ripercorrere la storia del servizio pubblico e, attraverso di essa, una parte fondamentale dell’evoluzione culturale, sociale e civile del nostro Paese.
C’è però un’altra storia che meriterebbe di essere ricordata e celebrata con altrettanta convinzione. Una storia più disordinata, certamente meno istituzionale, nata senza una regia e inizialmente persino contro le regole allora vigenti: è quella delle radio che un tempo chiamavamo “libere”, poi private e infine commerciali, e delle televisioni locali e private che anche grazie alla strada aperta da quella prima, straordinaria stagione avrebbero successivamente contribuito a cambiare per sempre il sistema italiano dei media.
L’occasione per parlarne è offerta dal RadioTV Forum promosso da Aeranti-Corallo, in programma giovedì 9 luglio a Roma: un momento di confronto sul presente e sul futuro del comparto, ma anche di celebrazione dei cinquant’anni delle radio e televisioni locali, al quale prenderanno parte rappresentanti delle istituzioni, delle autorità di garanzia, delle associazioni e del mondo della rilevazione degli ascolti.
La coincidenza temporale, tuttavia, suggerisce una riflessione più ampia. Il 28 luglio di cinquant’anni fa veniva infatti depositata la storica sentenza numero 202 della Corte Costituzionale. Una decisione destinata a rappresentare uno spartiacque, dichiarando l’illegittimità del monopolio statale nella parte in cui impediva, in assenza di una specifica disciplina legislativa, l’installazione e l’esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva via etere su scala locale.
La storia, naturalmente, era già cominciata.Tra il 1975 e il 1976 in tutta Italia si erano accesi trasmettitori, spesso artigianali, che davano voce ad altrettante emittenti nelle grandi città e nei piccoli centri, in appartamenti, soffitte, scantinati, sedi improvvisate. Molte di queste radio “pirata” avrebbero avuto vita brevissima, altre sarebbero diventate imprese solide, alcune avrebbero posto le basi dei futuri network nazionali. Quasi tutte, però, parteciparono consapevolmente o inconsapevolmente a un fenomeno che oggi possiamo leggere per ciò che realmente fu: una rivoluzione.
Uso questa parola senza particolare enfasi e senza alcuna nostalgia per una presunta età dell’oro. Quella stagione ebbe ovviamente anche improvvisazione, conflitti, sovrapposizioni di frequenze, fragilità imprenditoriali, zone grigie e inevitabili contraddizioni. Ma proprio per questo fu un fenomeno autentico, nato dal basso e cresciuto con una velocità che le istituzioni non seppero, o forse non poterono, comprendere immediatamente e fino in fondo.
A me pare che l’epopea delle radio libere rappresenti uno dei casi più interessanti della storia repubblicana italiana: prima cambiò la realtà, poi cambiarono le regole.
Una generazione di pionieri – in molti casi giovani con pochissimi mezzi, nessuna esperienza e una considerevole dose di coraggio mescolato a incoscienza – occupò uno spazio che formalmente non esisteva. Intercettò un bisogno diffuso di nuove voci, nuovi linguaggi, nuova musica, maggiore partecipazione. Creò un pubblico e, contemporaneamente, un mercato. Generò professioni che ancora non avevano un nome. Pose problemi giuridici che la legislazione dell’epoca, in parte figlia di un altro tempo e di un altro sistema tecnologico, non era preparata ad affrontare. La magistratura fu chiamata a dirimere controversie. La Corte Costituzionale intervenne. La politica e il Parlamento inseguirono per anni un fenomeno che nel frattempo continuava a crescere, trasformarsi, consolidarsi, fino alla legge Mammì del 1990.
È questo, a mio avviso, il punto che rende quella vicenda molto più di una pagina della storia dei media. In un Paese spesso accusato, non sempre ingiustamente, di essere resistente al cambiamento, le radio libere riuscirono a modificare concretamente il sistema prima ancora che il sistema fosse pronto ad accettarle. Furono una delle espressioni più moderne e popolari di quella libertà di manifestazione del pensiero sancita dall’articolo 21 della Costituzione, ma furono anche imprese, laboratori creativi, luoghi di sperimentazione e formidabili acceleratori di innovazione.
E soprattutto, cambiarono realmente il modo in cui gli italiani comunicavano.
La radio privata portò nel sistema dei media voci che prima non avevano spazio, contribuì a rendere il linguaggio meno formale, stabilì con il pubblico un rapporto diretto e per molti versi inedito. Le telefonate in diretta, le dediche insieme alle richieste musicali, le cronache di quartiere, l’informazione di servizio, i dibattiti senza il paludamento dei canali ufficiali crearono comunità molto prima che questa parola diventasse una delle formule più abusate dell’era digitale.
La musica trovò un alleato decisivo. Artisti, generi e tendenze poterono raggiungere pubblici nuovi. Nacquero mode, modi di dire, stili di conduzione. Cambiò perfino il ritmo del parlato. E mentre raccontava una società che si trasformava, la radio finì spesso per anticiparne i cambiamenti e qualche volta persino per provocarli.
Poi venne la televisione commerciale, con una forza economica e un impatto sull’immaginario collettivo che nessuno potrebbe seriamente mettere in discussione. Ma, da radiofonico, confesso una parzialità: continuo a pensare che la prima vera breccia sia stata aperta dalla radio. Perché arrivò prima, perché era più accessibile, perché per accendere un segnale bastavano mezzi relativamente limitati e perché dimostrò concretamente che il monopolio non era un destino immutabile. Quella breccia avrebbe cambiato tutto, anche il mercato della pubblicità.
Per un giornale come Spot and Web questo passaggio non può essere considerato marginale. Radio e televisioni commerciali contribuirono ad allargare enormemente la platea delle imprese che potevano utilizzare la comunicazione pubblicitaria. Accanto ai grandi investitori nazionali entrarono negozi, concessionarie, ristoranti, artigiani, professionisti, piccole e medie aziende. Per migliaia di attività economiche la radio locale rappresentò il primo vero accesso a un mezzo di comunicazione di massa; per i grandi brand, i network commerciali divennero progressivamente strumenti potenti di notorietà, posizionamento e relazione con pubblici specifici.
Intorno a quelle emittenti nacque un’industria. Editori, concessionarie, tecnici, speaker, giornalisti, programmatori musicali, produttori, creativi, professionisti del marketing. Un ecosistema che ha generato lavoro, ricchezza, innovazione e che costituisce ancora oggi una parte importante dell’economia della comunicazione italiana.
E c’è un altro aspetto che, nell’epoca delle piattaforme globali, dovrebbe forse essere compreso ancora meglio: il valore dei territori. Le emittenti locali hanno svolto e continuano a svolgere una funzione difficilmente sostituibile. Raccontano città e province che spesso faticano a trovare spazio nei grandi media nazionali. Seguono crisi industriali, emergenze, alluvioni, campagne elettorali, vertenze, eventi sportivi, manifestazioni culturali. Danno voce alle istituzioni ma anche ai cittadini, alle imprese, alle associazioni, ai comitati. Tengono insieme comunità reali, non soltanto digitali. Non tutte lo fanno bene, naturalmente. Non tutte hanno saputo innovare. Molte sono scomparse e altre rischiano di farlo. Ma sarebbe difficile negare che questo patrimonio abbia rappresentato e rappresenti ancora un presidio di pluralismo e, in molti casi, un autentico servizio ai territori.
Per tutte queste ragioni credo che sia arrivato il momento di avanzare una proposta: l‘Italia renda ufficialmente omaggio alle radio libere e, insieme a loro, alla storia della radio e della televisione locale e commerciale. Lo facciano il Parlamento, il Governo, le istituzioni competenti, le autorità di garanzia, le associazioni di categoria. Magari insieme, superando per una volta divisioni, appartenenze e inevitabili interessi di settore.
Non penso necessariamente a una celebrazione retorica. Al contrario. Si potrebbe istituire una giornata nazionale dedicata al pluralismo radiotelevisivo. Si potrebbe promuovere una grande iniziativa istituzionale nel cinquantesimo anniversario della sentenza 202. Si potrebbe finalmente lavorare a un archivio organico della radiofonia e della televisione privata italiana, prima che registrazioni, fotografie, documenti, jingle, palinsesti e apparecchiature vadano definitivamente perduti. Si potrebbero coinvolgere scuole e università, raccontando alle nuove generazioni che molto prima dei social network esistette in Italia un’altra grande stagione di democratizzazione dell’accesso alla comunicazione. Si potrebbero riconoscere i pionieri ancora in vita. E ricordare quelli che non ci sono più.
Nel 2024 abbiamo giustamente celebrato i cento anni della radio pubblica e i settant’anni della televisione pubblica. Nessuno dovrebbe leggere questa proposta in contrapposizione al ruolo della Rai, che appartiene alla storia e all’identità del Paese. Ma proprio per completare quella storia dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il sistema italiano dei media è stato costruito anche da chi, a un certo punto, decise semplicemente di accendere un trasmettitore e parlare. Molti di quei pionieri non sapevano esattamente dove sarebbero arrivati. Probabilmente non immaginavano di stare costruendo un nuovo mercato, cambiando il linguaggio, aprendo la strada alla televisione commerciale e costringendo il diritto a misurarsi con una realtà nuova. Eppure è esattamente ciò che accadde.
Da queste colonne vorrei allora lanciare un appello alle istituzioni e, insieme, alle associazioni che rappresentano il settore: facciamo del cinquantesimo anniversario della sentenza 202 della Corte Costituzionale l’occasione per riconoscere ufficialmente il contributo delle radio e delle televisioni libere, locali e commerciali alla crescita dell’Italia.
Non per nostalgia. Non per celebrare un mondo che non esiste più. Ma per riconoscere il valore di una storia che continua, con tecnologie diverse, su piattaforme diverse e dentro un mercato profondamente cambiato.
Perché quelle radio non si limitarono a raccontare il cambiamento del Paese. Contribuirono a cambiarlo.
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Mario Modica
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