Tra “amichettismo” e post-democrazia: perché la politica non può ridursi a un pranzo di gala
C’è di più della semplice delusione nelle vicende che in questi ultimi mesi chiamano in causa giornalisti, politici e personaggi abituati a muoversi nei dintorni del potere. La questione che qui interessa non è stabilire, sulla base delle frequentazioni di una persona, se sia stato commesso un reato o un fatto illecito. Il punto è un altro: cosa succede alla credibilità di chi fa informazione quando frequenta assiduamente ambienti e persone sui quali, in altri contesti, sarebbe chiamato a esercitare attenzione e spirito critico. Il tema centrale, dunque, non è la rilevanza penale delle frequentazioni, ma l’etica pubblica, l’opportunità e la credibilità dei comportamenti.
È qui che viene incisiva l’espressione cd. “rivoluzione attovagliata”. Una formula che – a mio avviso – descrive bene un certo modo di fare politica e di coltivare relazioni. Ci si incontra a tavola, si parla, si costruiscono rapporti. Fin qui nulla di illegale o antigiuridico. Il problema nasce quando quei rapporti coinvolgono persone che esercitano funzioni di rilievo pubblico oppure, come nel caso dei giornalisti, persone alle quali è affidato un particolare ruolo nell’informazione: diventa difficile capire dove finisca la normale frequentazione e dove cominci un rapporto capace in astratto o in concreto di condizionare giudizi, scelte o convenienze.
Le spiegazioni di Paolo Mieli sulle sue frequentazioni del ristorante di Valter Lavitola sono, sotto questo profilo, più interessanti della battuta sulle vongole in sé. Si può sorridere della spiegazione gastronomica. Ma la domanda resta: perché un giornalista dovrebbe ritenere irrilevante la frequentazione assidua di un personaggio che ha a lungo frequentato ambienti di potere e di affari?
Questo non significa naturalmente sostenere che andare a cena con qualcuno renda automaticamente partecipe dei comportamenti di quella persona o renda antigiuridica la frequentazione stessa. Sarebbe un ragionamento troppo semplificato e banale. Significa sottolineare che nel giornalismo la distanza non è forma o superficie. È al contrario una condizione preliminare, necessaria per conservare anche in astratto l’indipendenza, e soprattutto per essere credibili agli occhi di chi legge o ascolta. Il problema, quindi, è la leggerezza con cui una questione del genere viene liquidata.
Ancora più delicato è ciò che viene raccontato a proposito degli incontri al ristorante di Lavitola (“Cefalù”) e delle presunte (comunque da accertare) iniziative per verificare, attraverso sondaggi, il consenso rispetto a una possibile candidatura di Ranucci come leader/candidato premier del centrosinistra o del “campo largo”. Ad oggi, va precisato che Ranucci è ritenuto estraneo a questa iniziativa, come emerge dagli atti dell’indagine; che Ranucci è considerato nell’indagine vittima e non soggetto attivo; che Lavitola è stato arrestato e ha confessato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro l’abitazione di Ranucci, confermando in pieno l’impianto accusatorio della Procura di Roma. Lascio volutamente fuori da questa riflessione il profilo, ben più grave, dell’attentato, che riguarda altro.
Il tema che mi interessa è politico. Se fosse confermato che soggetti estranei ai normali processi politici abbiano cercato di orientare la formazione del consenso attraverso rapporti personali, sondaggi e contatti riservati, la questione assumerebbe un rilievo politico diverso. Saremmo davanti a qualcosa che meriterebbe di essere approfondito con preoccupazione. Il punto, naturalmente, è proprio quel “se”: non spetta a questo articolo accertare fatti o responsabilità, ma interrogarsi sul significato politico di quanto è stato pubblicamente ricostruito. Si tratta, appunto, di ricostruzioni e ipotesi e non spetta a chi scrive stabilire responsabilità o verità. È una riflessione e una critica che riguarda il metodo, prima ancora che le singole persone. Ma proprio per questo tocca il nodo della questione: la credibilità.
La credibilità non si perde necessariamente perché si è commesso un reato (nel caso di specie, del resto, tutti i fatti e le responsabilità sono ancora da accertare e su questi indaga la Procura della Repubblica di Roma). La credibilità può essere messa in discussione anche dalla percezione di una distanza insufficiente, di una frequentazione che appare stretta, di un rapporto che renda meno netto il confine tra chi racconta il potere e chi ne frequenta gli ambienti. Alla fine, dunque, la domanda resta quella iniziale: non se una cena costituisca un reato, ma se sia sempre compatibile con il ruolo che si ricopre e con l’immagine di indipendenza che quel ruolo richiede.
E proprio la Sinistra dovrebbe avere qualche ragione in più per essere severa su questo terreno. Per decenni (passati) la “questione morale” è stata uno dei profili attraverso cui il Partito comunista italiano ha rivendicato la propria identità e diversità. Una identità alla quale chi scrive guarda ancora con un sofferto e vissuto senso di appartenenza alla Sinistra “storica” e ideale. Enrico Berlinguer ne fece una questione politica prima ancora che di propaganda: il rapporto con il potere, il modo di esercitarlo e il confine tra interesse pubblico e interesse privato erano parte fondamentale della discussione sulla qualità e sulla forza della democrazia e della Repubblica fondata sulla Costituzione.
Oggi quel linguaggio sembra essere molto più debole. La cosa curiosa è che, non di rado, quando simili comportamenti riguardano gli avversari, il giudizio tende a essere critico e perentorio; quando invece coinvolgono persone vicine al proprio ambiente, possono comparire spiegazioni, distinguo e inviti a non esagerare. È proprio questa doppia misura a produrre sfiducia (la verità è spesso professata, spesso non praticata).
Alla fine, il problema non riguarda soltanto Ranucci, Mieli, Lavitola o gli altri protagonisti delle vicende di questi giorni estivi. Riguarda il modo in cui una classe dirigente considera i propri rapporti con il potere. Le regole non sono soltanto quelle che stabiliscono quando un comportamento possa avere rilevanza penale e giuridica. Esiste anche una zona di mezzo, grigia, borderline, più difficile da definire, nella quale entrano la prudenza, l’opportunità e la responsabilità verso il ruolo che si ricopre. Un giornalista non vive in isolamento. Un politico non può evitare rapporti personali. Ma quando le relazioni diventano così assidue e salottiere, qualche domanda è inevitabile.
E la Sinistra, se vuole ancora parlare di etica pubblica, dovrebbe essere la prima a farsela. La “rivoluzione attovagliata” diventa allora il segnale di una politica nella quale i confini si sono fatti meno netti e nella quale ciò che un tempo avrebbe suscitato imbarazzo e perplessità viene spesso derubricato a ordinaria amministrazione. Forse è questo l’aspetto più sconfortante. Il fatto che ormai sembri necessario spiegare perché, certe volte, sarebbe meglio non sedersi a quel tavolo. Non è una questione penale, è una questione di credibilità dei comportamenti.
Ed è proprio qui che la Sinistra “storica” dovrebbe dire con forza qualcosa. Una cultura che diffidava dei potenti, che guardava con sospetto ai salotti, alle stanze riservate del potere. Una cultura che considerava il rapporto con il potere qualcosa da gestire con cautela. Oggi, invece, sembra affermarsi una Sinistra diversa e più disinvolta. Più abituata a frequentare gli stessi ambienti che un tempo avrebbe contestato o comunque osservato con diffidenza. La si potrebbe chiamare, con una certa ironia, Sinistra attovagliata. Forse, allora, alla Sinistra servirebbe una misura che non cambi a seconda delle persone coinvolte, delle amicizie o delle convenienze.
Anche perché il problema del cd. “attovagliamento” non è soltanto un problema della Sinistra. E’ un male italico, una tentazione trasversale alla politica e ai suoi ambienti. A destra, mutatis mutandis, lo dimostra anche il caso della “Bisteccheria d’Italia”, divenuto oggetto di discussione politica e giudiziaria per i rapporti e le frequentazioni che vi si sono intrecciati. Anche qui, senza volere attribuire automaticamente responsabilità a chi ha frequentato un locale o ha avuto rapporti personali con qualcuno, la domanda sull’opportunità e sulla prudenza resta. L’attovagliamento, dunque, non ha un colore politico. Può assumere forme diverse, avere protagonisti diversi, svolgersi in ristoranti diversi. Ma il meccanismo è simile: la tavola diventa luogo di relazione, la relazione come luogo di influenza, la “familiarità” come possibile attenuazione della distanza critica.
In questo senso, è utile richiamare anche una parola ormai entrata stabilmente nel linguaggio politico: “amichettismo”. Non serve usarla come un’accusa rivolta a qualcuno in particolare. Può essere utilizzata come categoria per descrivere un sistema di relazioni ristrette, fondato sulla vicinanza, sulle conoscenze e sulla reciprocità, un “insieme chiuso di relazioni”.
Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare: non necessariamente un illecito, ma la formazione di salotti chiusi, di piccoli circuiti nei quali le relazioni personali rischiano di diventare più importanti delle regole, del merito, della trasparenza e della distanza che dovrebbe accompagnare l’esercizio di funzioni pubbliche e/o di rilievo pubblico.
C’è, infine, un rischio ancora più profondo, che riguarda la stessa idea di politica: il qualunquismo. Il rischio ulteriore che la politica, ridotta a rapporti personali, salotti, notorietà e sondaggi, diventi essa stessa una forma di qualunquismo; che la politica venga sostituita dalla relazione personale, la rappresentanza con la popolarità, la mediazione democratica con il sondaggio, l’elaborazione politica con la ricerca del personaggio capace di raccogliere consenso. La politica ridotta a sondaggi, notorietà al posto della militanza è un fenomeno che descrive quello che nella scienza politica si chiama “post-democrazia”: svuotamento della mediazione politica a favore di marketing, sondaggi permanenti e leadership personalizzata.
Alla fine, comunque, non è un problema soltanto di una parte politica. È il rapporto, tipicamente italiano, tra potere, relazioni personali, tavole imbandite, salotti e piccoli e non piccoli circuiti di influenza. Ma proprio per questo la Sinistra, che ha costruito una parte importante della propria identità e storia sulla questione morale, dovrebbe avere qualche motivo in più per interrogarsi seriamente e fare sentire la propria voce. Le manca, forse, quel «centro di gravità permanente» di cui cantava Battiato: un punto fermo che non cambi a seconda delle persone, delle amicizie o delle convenienze sedute a tavola.
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