Ci sono aziende che raccontano la sostenibilità attraverso slogan, dichiarazioni d’intenti, formule più o meno efficaci. E poi ci sono luoghi in cui quei concetti diventano visibili. Il Davines Village, alle porte di Parma, appartiene decisamente alla seconda categoria.
Parliamo del cuore operativo di Davines, brand italiano nato a Parma e oggi riconosciuto a livello internazionale per i suoi prodotti professionali per la cura dei capelli e della pelle. Il Village è molto più di una sede aziendale: è il luogo in cui ricerca, produzione, formazione e cultura della sostenibilità convivono quotidianamente.
Arrivare qui significa entrare in uno spazio che assomiglia poco all’immagine tradizionale di un quartier generale aziendale. Non c’è l’idea fredda dell’ufficio come contenitore di scrivanie, riunioni e produzione. C’è piuttosto un ecosistema: vetro, luce, verde, laboratori, giardini, spazi condivisi, campi sperimentali. Tutto sembra costruito per ricordare che il lavoro, quando è pensato bene, può dialogare con il paesaggio e non necessariamente opporsi a esso.
La prima impressione è stata netta: tutti dovrebbero poter lavorare in un posto così, anzi rettifico, tutti ci meritiamo di lavorare in un posto così! Un luogo in cui dagli uffici si vede il verde, in cui l’architettura non chiude ma apre, in cui il confine tra interno ed esterno è continuamente attraversato dalla luce.
A rafforzare questa sensazione ci sono anche dettagli molto concreti: un bistrot aziendale con proposte “healthy” e una quiet room pensata per concedersi una pausa, ascoltare musica classica, rilassarsi e ritrovare lucidità guardando il verde che circonda il Village. Uno spazio che, in certe giornate lavorative, tutti sogneremmo di avere a disposizione.
Insomma, una sede aziendale che vuole rendere subito visibile un modo di intendere l’impresa.
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Senvi
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Dal Village al giardino: la ricerca come metodo
Il Davines Group Village, inaugurato nel 2018, è il cuore operativo di Davines: qui convivono uffici, laboratori di ricerca e innovazione, stabilimento produttivo, spazi per la formazione e aree verdi. Più che descriverlo come un semplice quartier generale, però, è interessante leggerlo come un luogo in cui l’identità del brand prende forma: attenzione alla bellezza, cura per le persone, ricerca scientifica e sostenibilità non sono elementi separati, ma parti dello stesso ecosistema.
Tra gli spazi più significativi c’è il Giardino Scientifico, un giardino botanico di circa 3.000 metri quadrati coltivato secondo i principi dell’agricoltura biologica. Non è un elemento decorativo, ma un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, un paradiso di biodiversità, dove i ricercatori osservano piante, essenze e ingredienti che possono diventare la base di nuove formulazioni. È qui che il racconto di Davines comincia ad allontanarsi dall’idea classica di prodotto cosmetico e si avvicina a qualcosa di più ampio: il rapporto tra natura, ricerca e innovazione.
Durante la visita, questa continuità è molto evidente. Il prodotto finito non viene presentato come un oggetto isolato, ma come l’esito di un percorso che parte dalle piante, attraversa i laboratori e arriva alla formulazione. Ed è proprio da questa idea che il mio racconto si sposta naturalmente verso EROC, il centro dedicato all’agricoltura biologica rigenerativa.
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EROC: quando la cosmetica arriva direttamente dai campi
La risposta più radicale arriva attraversando idealmente la strada, verso l’European Regenerative Organic Center, EROC, nato dalla collaborazione tra Davines Group e Rodale Institute. È un centro di ricerca e formazione dedicato all’agricoltura biologica rigenerativa, situato su 17 ettari di terreno.
Qui il linguaggio cambia. Non si parla più soltanto di cosmetici, texture o packaging, ma di lombrichi, carbonio organico, biodiversità, e rotazioni colturali. Ed è proprio questo il punto più interessante: un’azienda cosmetica che decide di investire in un centro agricolo sperimentale perché riconosce che la qualità degli ingredienti, e quindi dei prodotti, dipende anche dalla salute del suolo.
Durante la visita, a guidarci tra campi, parcelle sperimentali e risultati di ricerca è stato Dario Fornara, Research Director di EROC. La sua non è stata una semplice spiegazione tecnica quanto piuttosto un racconto appassionato di chi crede profondamente nel valore dell’agricoltura biologica rigenerativa. Ascoltandolo parlare di suolo, biodiversità e carbonio organico, si capisce che EROC non è soltanto un progetto scientifico, ma anche una visione culturale e quasi politica del cambiamento possibile.
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L’obiettivo di tanto lavoro non è solo “proteggere” la natura, ma contribuire alla sua rigenerazione. La distinzione è importante. Proteggere significa limitare il danno. Rigenerare significa provare a ricostruire fertilità, biodiversità, equilibrio.
E non basta parlare genericamente di agricoltura “rigenerativa”. Il termine, ormai molto utilizzato, rischia di diventare vago o addirittura strumentale. Per Davines il riferimento è l’agricoltura biologica rigenerativa, cioè un approccio che unisce pratiche rigenerative e criteri biologici, escludendo l’uso di pesticidi e fertilizzanti sintetici.
Le pratiche sono concrete e tra queste ci sono rotazione delle colture, colture di copertura, riduzione del disturbo del suolo, uso di compost e fertilizzanti organici. Ma il loro significato va oltre la tecnica. Servono a ricostruire la sostanza organica del terreno, a migliorare la sua capacità di trattenere acqua e nutrienti, a favorire la vita microbica, a rendere l’agroecosistema più resiliente.
La logica è semplice e potentissima: se il suolo torna a essere un ecosistema vivo, anche ciò che produce può cambiare qualità.
Da qui nasce una domanda: se cambia il suolo, cambiano anche le piante? Le prime osservazioni sembrano proprio indicare di sì. Nelle colture sperimentali sono stati analizzati nutrienti e componenti biochimiche, con segnali interessanti su minerali come magnesio, calcio e potassio. È un campo di ricerca ancora in evoluzione, ma il principio è chiaro: ingredienti migliori possono nascere da terreni più sani.
Dai campi ai capelli: l’evoluzione di Essential Haircare
Dopo aver visitato EROC e compreso il lavoro che c’è dietro ogni ingrediente, provare la rinnovata linea Essential Haircare assume tutto un altro significato. Non si ha più la sensazione di trovarsi semplicemente davanti a uno shampoo o a un balsamo, ma al risultato concreto di un percorso che parte dal suolo, attraversa la ricerca e arriva fino al prodotto finito.
Lanciata oltre vent’anni fa, Essential Haircare è una delle linee più iconiche di Davines e porta anche nella routine domestica l’esperienza di prodotti nati per il mondo dell’haircare professionale e dei saloni, oggi acquistabili anche attraverso lo shop ufficiale del brand.
Si articola in nove famiglie, ognuna pensata per rispondere a una specifica esigenza di cura dei capelli: MOMO, idratante per capelli secchi o disidratati; MINU, protettiva del colore; NOUNOU, nutriente per capelli trattati o sfibrati; LOVE SMOOTHING, anti-crespo; LOVE CURL, valorizzante per capelli ricci e mossi; VOLU, volumizzante per capelli fini; MELU, anti-rottura per capelli lunghi o danneggiati; DEDE, delicata per l’uso frequente; SOLU, purificante per tutti i tipi di capelli.
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Il rinnovamento della linea passa ora da formule ancora più essenziali, pensate per eliminare il superfluo e mantenere ciò che serve davvero in termini di efficacia, sensorialità e sostenibilità. Le nuove formulazioni raggiungono una media del 93% di ingredienti di origine naturale e una media del 92% di biodegradabilità. Anche le fragranze sono state oggetto di ricerca e miglioramento, con una biodegradabilità fino al 92%. Ogni famiglia contiene inoltre un principio attivo proveniente da aziende agricole Regenerative Organic Certified™.
Anche il packaging è stato riprogettato secondo i principi dell’eco-design. I formati sono stati rivisti per ridurre la quantità di materiale utilizzato, mentre per alcuni shampoo sono disponibili ricariche da 500 ml che permettono di ridurre il consumo di plastica rispetto all’acquisto di due flaconi nuovi. È un dettaglio coerente con l’intero progetto: meno materiale, più attenzione alla circolarità, più possibilità di riuso.
E poi ci sono le profumazioni. Ed è impossibile non parlarne, perché sono uno dei punti più forti dell’esperienza con i prodotti Davines. Chi prova Essential Haircare se ne accorge subito: le fragranze non sono un dettaglio accessorio. Restano, accompagnano, definiscono la memoria del prodotto. Il profumo si nota, piace, viene riconosciuto. È una parte essenziale dell’identità Davines.
In un settore in cui spesso si parla di efficacia in termini puramente tecnici, Davines sembra ricordare che la cura passa anche dai sensi. Uno shampoo, un balsamo, un siero non sono soltanto strumenti funzionali: sono gesti ripetuti, piccoli rituali personali. La fragranza è quindi qualcosa di riconoscibile, piacevole e fondamentale per godersi appieno l’esperienza.
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Lo spiega bene Silvia Galafassi, Tecnica Marketing and Fragrance Innovation Specialist in Davines:
In Davines, la fragranza non è un semplice ornamento della formula, ma una materia progettuale che ne completa il significato e ne amplifica l’esperienza. Frutto dell’incontro tra ricerca scientifica, innovazione tecnologica e sensibilità creativa, è diventata nel tempo uno degli elementi più distintivi del brand: un patrimonio sensoriale attraverso cui prendono forma la nostra identità e i nostri valori. Le fragranze che sviluppiamo sono il risultato di un costante lavoro di ricerca e affinamento, volto a coniugare evoluzione creativa e responsabilità. Questo si traduce, ad esempio, nell’esplorazione di ingredienti a elevata biodegradabilità o, ove possibile, di materie prime valorizzate attraverso processi di upcycling, sempre nel rispetto della coerenza e dell’identità olfattiva che contraddistinguono le nostre linee.
Spesso si pensa che, aumentando la naturalità delle formulazioni e la loro sostenibilità, si debba inevitabilmente rinunciare alla piacevolezza sensoriale. Davines è riuscita invece a trovare un equilibrio convincente tra efficacia, ricerca, sostenibilità e piacere d’uso, dimostrando che questi elementi possono convivere.
La visita al Davines Group Village lascia addosso una sensazione precisa: qui il cosmetico è solo il punto finale di una storia molto più lunga. Naturalmente il percorso non è semplice. Lo stesso racconto di EROC lo dimostra: convincere gli agricoltori a cambiare pratiche richiede tempo, accompagnamento, mercato e fiducia. L’agricoltura convenzionale è sostenuta da abitudini consolidate, interessi economici e pressioni produttive fortissime. Passare a un modello biologico rigenerativo significa assumersi rischi e costruire nuove filiere.
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La stessa complessità vale, in fondo, anche per la formulazione cosmetica. Realizzare prodotti sempre più naturali, sostenibili e biodegradabili, senza rinunciare a efficacia, stabilità, sicurezza e piacevolezza d’uso, non è affatto semplice. Chi legge le etichette e gli INCI con uno sguardo molto rigoroso troverà probabilmente ancora margini di miglioramento, ma è proprio qui che il lavoro di Davines appare interessante: non nella pretesa di una perfezione già raggiunta, bensì nella ricerca di un equilibrio credibile tra performance professionale, sensorialità e responsabilità ambientale.
Forse il valore del progetto sta proprio in questo: nel mostrare una direzione. Un percorso fatto di esperimenti, tentativi, prodotti riformulati, ingredienti certificati e campi osservati stagione dopo stagione.
Alla fine, quello che resta è un’immagine molto concreta: un’azienda cosmetica che ti porta nei campi per spiegarti uno shampoo. E in quell’apparente paradosso c’è forse la sintesi migliore del lavoro di Davines: ricordare che la bellezza, se vuole essere davvero sostenibile, non può cominciare dal prodotto finito. Deve cominciare molto prima.
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Francesca Biagioli
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