Non passa giorno senza notizie inquietanti. E non riguardano più soltanto i fronti di guerra combattuti sul campo: c’è un ecosistema molto più ampio e ormai pervasivo, fatto di spionaggio, sabotaggi, cyberattacchi e propaganda, in cui l’intelligenza artificiale gioca un ruolo sempre più centrale. Se ne parlerà a Materia il 2 settembre in un incontro con Arturo Di Corinto, che si annuncia di stringente attualità.
Una guerra ibrida che non risparmia nessuno
Bastano ventiquattr’ore di cronaca per misurare la portata del fenomeno. Riprendiamo alcune uscite del Corriere della sera con Federico Fubini e sul giornale. Molte spie russe sono già state espulse dai paesi europei, e Mosca ha iniziato a reclutare “manovali” tra cittadini comuni o reti criminali: è successo anche nel Regno Unito, con gli attacchi alle proprietà dell’ex premier Keir Starmer. Un segnale della determinazione russa a proseguire la guerra ibrida, quella che alla forza militare tradizionale affianca sabotaggi nascosti, cyberattacchi, disinformazione e, secondo la ricostruzione della Spagna, anche lo sfruttamento dei flussi migratori, come nel caso del maxi-sconfinamento di fine luglio a Ceuta. La Germania ha risposto chiudendo due sedi russe considerate covi di spionaggio: il consolato generale di Bonn e la Casa della Cultura a Berlino.
L’Italia non è fuori dal mirino
Anche il nostro Paese è bersaglio di attacchi ibridi. L’episodio più sospetto è l’esplosione del 13 agosto alla fabbrica ex Simmel, oggi Knds Ammo Italy, a Colleferro: uno stabilimento che produce munizioni, in parte destinate all’Ucraina.
C’è poi il fronte della disinformazione, che passa sempre meno dai tradizionali troll sui social e sempre più attraverso i canali dell’intelligenza artificiale. Uno studio citato nella rassegna stima che solo nel 2024 oltre 3,6 milioni di articoli di propaganda russa siano stati incorporati nei contenuti usati dai chatbot per generare le proprie risposte: la disinformazione, insomma, entra direttamente negli strumenti che milioni di persone usano ogni giorno per informarsi.
Anche sul piano diplomatico l’Italia resta nel mirino di Mosca: la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha di recente polemizzato con il governo italiano per la scelta del ministro della Difesa Crosetto di ingaggiare come consulente l’ex ministro ucraino Fedorov, arrivando a citare Gianni Rodari, autore ancora popolarissimo in Russia dai tempi dell’Urss.
E in Italia, come altrove in Europa, non manca chi guarda con simpatia a Mosca: da Futuro Nazionale di Vannacci e la Lega, che cavalcano apertamente il sentimento filo-russo, fino al “pacifismo” del Movimento 5 Stelle, giudicato ambiguo da molti osservatori. Sullo sfondo, la nostalgia per il gas russo a basso costo e la stanchezza per una guerra che pesa sulle bollette: un terreno su cui, non di rado, si specula in modo opaco.
I giganti dell’AI e la posta in gioco economica
Sullo sfondo di questi scenari geopolitici si muove un’altra partita, quella economica. Le valutazioni delle grandi società legate all’intelligenza artificiale hanno raggiunto cifre record: Anthropic viene quotata duemila miliardi di dollari, OpenAI dovrebbe seguirla a ruota con almeno mille miliardi. Le sette maggiori società di Wall Street legate all’AI stanno investendo, sempre più spesso indebitandosi, almeno 500 miliardi di dollari l’anno, per una capitalizzazione complessiva di 23mila miliardi di dollari, una cifra che per ora riflette soltanto un’ipotesi sul valore futuro di questa rivoluzione tecnologica.
Considerando anche l’indotto (dai microchip alle aziende che utilizzano i modelli, come la Palantir di Peter Thiel), il comparto legato all’AI pesa oggi per circa il 45% sul valore complessivo, pari a 69mila miliardi di dollari, del principale indice di borsa americano. Un eventuale fallimento, anche solo parziale, delle promesse di questa rivoluzione rischia di avere conseguenze superiori a quelle del crac di Lehman Brothers del 2008. Uno scenario che spinge molti governi a scegliere comunque di affidarsi, cedendo dati e infrastrutture, ai grandi attori privati della Bay Area.
Geopolitica, disinformazione ed economia si intrecciano dunque in un unico nodo: quello della sovranità digitale, tema al centro dell’incontro del 2 settembre a Materia con Arturo Di Corinto.
Le “bombe furbe” della guerra ibrida
Nel suo nuovo libro “Guerra profonda”, che Di Corinto presenterà proprio a Materia, lo studioso, psicologo cognitivo e oggi consigliere dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, spiega che oggi la propaganda non si limita più a raccontare i fatti in modo distorto: «Si costruisce il fatto con l’intelligenza artificiale», un salto di qualità che rende le realtà alternative molto più difficili da riconoscere e smontare rispetto ai tradizionali “fatti alternativi”.
Cyberguerra e disinformazione: Di Corinto a Materia racconta i conflitti del presente
Di Corinto cita dati che danno la misura del fenomeno: secondo i rapporti di AI Forensics, un quarto dei contenuti su TikTok sarebbe generato con l’intelligenza artificiale, e otto di questi dieci contenuti racconterebbero scenari di guerra e conflitti mai avvenuti realmente, come il video, circolato online, di presunti aiuti umanitari cinesi lanciati su una spiaggia di Gaza. Una capacità mimetica che affonda le radici in vent’anni di dati raccolti sul web, a partire proprio dai contenuti pubblicati dagli utenti sui social.
Di fronte a questo scenario, per lo studioso gli strumenti normativi e tecnici, dall’obbligo introdotto dall’AI Act di segnalare i contenuti generati con l’IA ai software di riconoscimento, restano necessari ma non sufficienti: la vera risposta resta culturale, e passa dalla media literacy e dalla capacità di leggere, verificare e confrontare le notizie. I più giovani, spiega, sono i più esposti non per mancanza di strumenti ma per minore esperienza del mondo, e la strada per proteggerli non è la censura ma l’educazione pratica: farli sperimentare in prima persona come si costruisce un contenuto comunicativo, perché imparino a riconoscerne i meccanismi anche da lettori e spettatori.
La foto è ripresa da un articolo uscito sul Giornale di Brescia.
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