I Kayan Lahwi sono uno dei sottogruppi del popolo Karenni (Kayah), originario dell’attuale Stato Kayah, in Myanmar. A partire dagli anni Ottanta migliaia di persone sono fuggite dalla guerra civile e dalle persecuzioni del regime militare birmano, trovando rifugio nei campi profughi lungo il confine con la Thailandia. È proprio in questo contesto che la tradizione delle donne dal “collo lungo” è diventata anche una fonte di sostentamento economico, trasformandosi però spesso in un’attrazione per il turismo.
Solitamente le bambine del popolo Kayan Lahwi, noto anche come Padaung, un gruppo etnico della Birmania e della Thailandia, cominciano ad indossare la spirale di anelli intorno al collo a cinque anni.
Queste bobine di ottone sembrano allungare il collo, per questo le donne Padaung sono conosciute come ‘donne giraffe’. Donne che tristemente vengono sfruttate dai lussuosi resort thailandesi e considerate come attrazioni turistiche.
In realtà non è il collo ad allungarsi, bensì le spalle a scendere e le clavicole a deformarsi a causa del peso degli anelli che viene progressivamente aumentato nel corso della vita della donna. Secondo la tradizione, l’adozione degli anelli sarebbe volontaria e non imposta, tant’è che oggi sempre più donne decidono di non far indossare la spirale di anelli alle proprie bambine, eppure nel corso della storia questa caratteristica è stata sfruttata nel modo più becero.
Fotografie del 1935 ci dicono per esempio che le donne giraffa erano attrazioni nel circo e negli spettacoli inglesi, attirando grandi folle. Ma tutt’oggi non mancano episodi in cui la loro figura viene denigrata. Ripercorriamo assieme la storia di questa tradizione.
La prima spirale, indossata da una ragazza all’età di circa cinque anni, è solitamente alta circa 10 centimetri, in circa due anni viene aggiunta un’altra bobina. Le bobine di ottone (un tempo oro e rame) vengono quindi aggiunte da un bedinsayah (spirito medico) fino a raggiungere un limite di 21-25 centimetri, all’età del matrimonio.
Mangiare e deglutire diventano un problema quando si invecchia, ma il collo lungo è simbolo di bellezza in una donna. In passato era uno status symbol di ricchezza, oggi in alcune zone della Thailandia queste donne vengono mostrate come attrazioni turistiche nei resort di lusso, come denuncia Cultural Survival.
La terra delle donne giraffa
I Padaung sono un gruppo etnico che coltiva riso nelle montagne a sud della città di Loikaw. Secondo questa popolazione, la pratica delle donne giraffe è nata per proteggere le donne dalle tigri, che spesso attaccano una vittima mordendole il collo, ma l’origine degli anelli resta oggetto di dibattito. Secondo alcune leggende servivano a proteggere le donne dagli attacchi delle tigri; secondo altre avevano lo scopo di rendere le ragazze meno appetibili per i mercanti di schiavi. Alcuni antropologi ritengono invece che rappresentassero soprattutto un simbolo di identità culturale e appartenenza al gruppo, oltre che un ideale estetico tramandato di generazione in generazione.
Tuttavia questa tradizione, in combinazione con le bobine di ottone avvolte attorno alle caviglie e ai polpacci fino al ginocchio, ostacola gravemente la mobilità. Il peso e la pressione delle spirali delle gambe possono rendere la camminata lenta e rigida, e le donne Padaung devono affrontare le sfide delle ripide risaie di montagna.
Una volta posizionate, le spirali del collo vengono raramente, se non mai, rimosse. A causa della durata della loro usura, il collo deve essere sostenuto con un tutore fino a quando i muscoli non possono recuperare la loro forza. Si dice che la rimozione sia stata usata come punizione per l’adulterio; non rinforzato, il collo della donna cadrebbe e lei soffocherebbe.
Per anni si è sostenuto che la rimozione degli anelli avrebbe provocato la morte della donna perché il collo, ormai incapace di sostenere la testa, si sarebbe spezzato. In realtà gli studi medici smentiscono questa convinzione. Dopo molti anni di utilizzo i muscoli del collo risultano indeboliti e la rimozione richiede un periodo di adattamento, ma non provoca automaticamente conseguenze letali.
Dalla seconda guerra mondiale, poiché i Padaung sono diventati meno isolati dai vicini Karen e Karenni, il processo di spirale del collo è in declino. Alcune donne Padaung hanno rimosso i loro anelli dopo essersi convertite al cristianesimo, e altre hanno semplicemente rifiutato la pratica in quanto antiquata e ingombrante.
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Il business del turismo
Nonostante ciò, le fotografie e i dipinti delle donne Padaung continuano ad essere utilizzati dall‘agenzia turistica del governo birmano nei suoi opuscoli pubblicitari e manifesti. I tour di trekking sono spesso pubblicizzati con frasi assurde come “Potrai vedere vere tribù primitive nella giungla thailandese”.
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La loro presenza porta turisti e quando questi si lamentano dell’atteggiamento distaccato di queste donne, esse vengono costrette a cantare e suonare la chitarra per i visitatori.
Oggi le donne Kayan hanno posizioni molto diverse sulla tradizione. Alcune continuano a indossare gli anelli perché li considerano parte della propria identità culturale e della storia della comunità. Altre, soprattutto le giovani, scelgono invece di rinunciarvi, ritenendoli incompatibili con una vita moderna o semplicemente perché non desiderano sottoporsi a una pratica tanto impegnativa.
Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno definito alcuni villaggi turistici della Thailandia veri e propri “human zoo”, zoo umani. I visitatori pagano un biglietto per fotografare le donne con gli anelli, acquistare souvenir e assistere a dimostrazioni artigianali. Per molte famiglie questa rappresenta una delle poche fonti di reddito, ma il sistema è stato criticato perché limita la libertà di movimento dei rifugiati e incentiva la conservazione della tradizione più per motivi economici che culturali.
La storia delle cosiddette “donne giraffa” racconta il difficile equilibrio tra identità culturale, autodeterminazione e turismo. Una tradizione non può essere giudicata soltanto con lo sguardo occidentale, ma allo stesso tempo non dovrebbe mai diventare un pretesto per trasformare persone in attrazioni. La vera sfida è garantire alle donne Kayan la libertà di scegliere se continuare o meno questa pratica, senza pressioni economiche né aspettative dei visitatori.
Fonte: Cultural Survival
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Rosita Cipolla
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