Tre miti da sfatare sul vertice Trump-Xi


Il recente vertice a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping ha fatto mostra di sontuose cerimonie, esibizione di tappeti rossi e fair play diplomatico, ma non ha portato a risultati decisivi di rilievo. Questo ha indotto alcuni a trarre conclusioni fuorvianti sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina, sul conflitto con l’Iran e sulle dinamiche di potere a livello internazionale. Questi i tre miti da sfatare.

Primo mito: la guerra con l’Iran ha indebolito gli Stati Uniti e Trump ha chiesto aiuto alla Cina

Alcuni sostengono che il conflitto abbia impantanato le truppe americane, esaurito le munizioni necessarie per un eventuale intervento su Taiwan, tenuto chiuso lo stretto di Hormuz e fatto salire i prezzi della benzina negli Stati Uniti, mentre le riserve strategiche cinesi e la spinta verso le energie rinnovabili avrebbero protetto Pechino e addirittura rafforzato la sua leva geopolitica. Il linguaggio conciliante del presidente americano nei confronti del Segretario generale del Partito comunista cinese viene citato come prova di un capo di Stato indebolito che cerca sostegno da Pechino.
Gli Stati Uniti hanno dovuto certo affrontare costi reali, tra cui prezzi energetici più alti che alimentano l’inflazione, è però fuorviante ignorare l’impatto più grave che la guerra ha avuto sulla Cina: nonostante gli investimenti nelle energie rinnovabili, la Cina resta il principale importatore mondiale di petrolio, vede consumi sempre in crescita e importa la maggior parte del greggio dal Medio Oriente attraverso lo stretto di Hormuz.
Dall’inizio dell’anno le misure dell’amministrazione Trump, tra cui la rimozione di Nicolás Maduro dal Venezuela e le operazioni militari condotte insieme a Israele contro l’Iran, hanno limitato l’accesso di Pechino al petrolio greggio – a prezzo scontato – proveniente da fonti essenziali. L’aumento conseguente dei prezzi di petrolio e gas ha inciso pesantemente sulla catena produttiva cinese, rallentando le esportazioni, provocando chiusure di fabbriche e indebolendo la spesa dei consumatori.
È ragionevole concludere che il conflitto con l’Iran abbia danneggiato più la Cina che gli Stati Uniti, e questo spiega perché Pechino abbia sollecitato Teheran a riaprire lo stretto di Hormuz «il prima possibile», prima dell’incontro tra Trump e Xi.

La guerra ha anche messo in luce la superiorità militare americana, rivelando al contempo i gravi limiti degli equipaggiamenti cinesi. Pochi giorni prima del vertice, gli ex ministri della Difesa Wei Fenghe e Li Shangfu sono stati condannati a morte – con sospensione dell’esecuzione – per corruzione e tangenti: un segnale chiarissimo della scarsa fiducia di Xi nelle capacità operative e nella lealtà dell’Esercito popolare di liberazione.
La retorica lusinghiera di Trump verso Xi segue lo schema già collaudato durante il primo mandato: complimenti personali accompagnati da azioni decise. Allora Trump allisciava Xi mentre avviava guerre commerciali contro Pechino e chiudeva il consolato cinese a Houston. Oggi, mentre rivolgeva parole di apprezzamento a Xi, il presidente americano procedeva concretamente contro agenti cinesi: Eileen Wang, sindaco di Arcadia, in California, si è dichiarata colpevole di aver agito come agente illegale per la Cina, e Lu Jianwang è stato condannato a New York per aver gestito una “stazione di polizia” cinese occulta negli Stati Uniti.

Prima di lasciare Pechino, la delegazione statunitense ha gettato in un bidone della spazzatura ai piedi dell’Air Force One tutti gli oggetti forniti dai cinesi: distintivi, credenziali, souvenir, borse regalo e soprattutto i telefoni usa e getta. Un messaggio dal chiaro valore, pratico e simbolico: a bordo dell’aereo presidenziale americano non doveva salire nulla di origine cinese, precauzione necessaria per scongiurare possibili intrusioni informatiche o tracciamenti da parte di operatori cinesi – considerato che il regime cinese è ritenuto il regime più attivo e spregiudicato nello spionaggio informatico.

Tutto questo dimostra che la retorica è solo scena: Donald Trump e la sua amministrazione considerano la Repubblica Popolare Cinese un avversario serio e sono pronti ad affrontarlo con decisione.

Secondo mito: La Cina è una potenza in ascesa e gli Stati Uniti sono in declino

Xi ha evocato la «trappola di Tucidide» (concetto reso popolare dal professore di Harvard Graham Allison), richiamando la storica contrapposizione tra Atene e Sparta per sottintendere che un’America in declino, “spaventata” da una Cina in ascesa, potrebbe arrivare al conflitto, soprattutto per Taiwan.
Questa lettura ignora le gravi crisi interne che la Cina sta accumulando nel regime di Xi Jinping: il collasso del mercato immobiliare, il debito colossale degli enti locali, il disastro demografico provocato dalla politica del figlio unico, l’alta disoccupazione giovanile e uno Stato di polizia che soffoca l’innovazione. Sebbene la Cina sia all’avanguardia nei veicoli elettrici, nel solare e in alcuni settori dell’hardware per l’intelligenza artificiale, questi progressi non compensano i pesanti freni che gravano sul resto dell’economia. Tutto lascia pensare a un suo declino strutturale più che a un’ascesa inarrestabile.
L’analogia (anti)storica di Xi è inappropriata: Atene era una democrazia, mentre la Cina è una dittatura autoritaria a partito unico. Gli Stati Uniti – per contro – presentano vantaggi netti: indipendenza energetica, capacità innovativa dinamica, mercati liberi e Stato fondato sul diritto. Trump è arrivato a Pechino accompagnato da una ventina di amministratori delegati le cui aziende rappresentano una capitalizzazione di mercato complessiva di circa sedicimila miliardi di dollari, superiore al prodotto interno lordo di molti Paesi. Una dimostrazione concreta della forza economica americana.
L’accoglienza riservata da Xi a Trump, inoltre, smentisce ulteriormente la sua stessa versione circa il «declino dell’America». Xi tratta spesso da subordinati i leader di potenze percepite come più deboli, come è accaduto di recente con l’umiliazione diplomatica inflitta al primo ministro britannico Keir Starmer. Ma a Trump ha ricevuto tutti gli onori di Stato, inclusa una rara visita personale al complesso riservato di Zhongnanhai, sede centrale del Partito comunista cinese. Un cinese ha scritto su X: «In realtà i cinesi dovrebbero essere grati a Trump: se non fosse stato per la sua visita in Cina, la gente comune non avrebbe mai saputo per tutta la vita com’è all’interno Zhongnanhai! Non si riesce nemmeno a entrare dal cancello di Xinhua».
Sembra che le lusinghe di Xi a Trump si siano in parte ritorte contro di lui.

Terzo mito: il vertice è stato un fallimento perché non ci sono stati risultati decisivi di rilievo

Sebbene Trump abbia citato la possibilità che la Cina acquisti aerei Boeing e soia americana, il vertice tanto atteso si è concluso senza risultati significativi. I critici lo hanno definito un fallimento per l’assenza di accordi ampi su commercio, Iran, Taiwan o tecnologia. Inoltre, l’assenza di annunci importanti ha significato l’assenza di concessioni imprudenti sugli interessi fondamentali degli Stati Uniti. Xi ha avvertito Trump che una gestione sbagliata della questione Taiwan potrebbe creare «una situazione estremamente pericolosa». Eppure né le lusinghe né le minacce di Xi hanno modificato la posizione ufficiale americana su Taiwan. L’enfasi posta da Xi sulla questione potrebbe addirittura essersi ritorta contro di lui.

Durante il volo di ritorno Trump ha dichiarato che avrebbe parlato con il presidente di Taiwan Lai Ching-te prima di decidere su un importante pacchetto di vendita di armi. Una telefonata diretta da un presidente degli Stati Uniti a Taiwan sarebbe senza precedenti dal 1979, e farebbe certamente infuriare Xi.

L’incontro tra Trump e Xi fotografa come funziona la diplomazia tra grandi potenze: adulazioni superficiali e ostentazione per mascherare fermezza e massima allerta

 


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 Helen Raleigh per ET USA

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