un secolo di ricordi, lavoro e fede


Cent’anni compiuti ripercorrendo la propria vita con la naturalezza di chi conserva dentro di sé volti, luoghi, nomi e avvenimenti e sa ancora restituirli con precisione, intrecciandoli in un racconto che attraversa un intero secolo. È la storia di Maria Caramel, per tutti Rina, ospite da tre anni dell’Ipab Casa Fenzi di Conegliano, che il 19 luglio festeggia il suo centesimo compleanno.

La data ufficiale di nascita riportata all’anagrafe – racconta Laura Sorge, educatrice di Casa Fenzi – è quella del 19 luglio 1926, ma Rina è sempre stata convinta di essere nata un giorno prima, il 18 luglio, a Fagarè della Battaglia (San Biagio di Callalta ndr). “Mio papà era talmente contento per la nascita della sua terza figlia che è andato il giorno dopo in Comune e mi hanno registrata con la data sbagliata”.

Quel giorno all’anagrafe doveva essere molto emozionato il padre Pietro, bracciante e invalido di guerra, tanto da farsi convincere a non darle quel nome “strano” ma uno più comune: “Il mio nome non doveva essere Maria, ma Rina. Anche mia sorella Marina all’anagrafe doveva chiamarsi Resi. Eravamo cinque fratelli: Mario, Marina, io, Ida e Maria”.

Avere oggi la possibilità di ascoltare direttamente la voce di una centenaria che ripercorre la propria storia è un privilegio non comune. A colpire, nell’ascolto di Rina, è il modo in cui i ricordi sembrano essere ancora vivi e presenti, capaci di riaffiorare con dettagli, nomi e aneddoti che compongono, tassello dopo tassello, il mosaico di una vita lunga e intensa.

“Ho iniziato a lavorare a 11 anni, aiutavo in una trattoria del paese”. Poi, a vent’anni, la scelta di partire da sola per la Svizzera. “Sono andata a Zurigo, non sapevo una parola di tedesco e sono rimasta otto anni. Lavoravo nelle case di famiglie per bene, ne ho cambiate tre”. E anche qui, nella sua memoria, c’è spazio per un episodio che ancora oggi racconta con ironia: “In una famiglia non volevano un’italiana perché la ragazza di Pieve di Soligo che avevano avuto prima l’avevano trovata a rubare i cucchiai d’argento. E poi non volevano un’italiana di nome Maria, perché erano protestanti e per loro Maria era soltanto la Madonna. Mi hanno chiesto se non avessi un altro nome. Quando ho detto che mi chiamavo Rina, mi hanno presa”.

In quegli otto anni è tornata poche volte in Italia. “Avevo paura di non riuscire a ripartire. Mi faceva male lasciare i miei genitori, perciò scendevo poco. Ci scrivevamo e tutto quello che guadagnavo lo mandavo a casa”.

Durante gli anni in Svizzera arriva nella sua vita Angelo, un compagno di scuola che sarebbe poi diventato suo marito. “Ha mandato suo cugino a casa dei miei per sapere dove abitavo in Svizzera e potermi scrivere. Mi mandava lettere e cartoline, mi raccontava le cose, mi corteggiava e mi chiedeva di tornare in Italia. Ma io pensavo: “Chi lo conosce?”. Dopo otto anni, però, l’ho ascoltato e sono tornata”.

Lo sposa. “Era il più povero del paese, ma era un tuttofare. Faceva anche il sacrestano”. Una famiglia svizzera, per la quale aveva lavorato, avrebbe voluto che Rina tornasse a Zurigo e aveva persino offerto un lavoro al marito. “Ma quando stavamo pensando di partire sono rimasta incinta del mio primo figlio, Giorgio”. Poi sono arrivate Beatrice e Pierina.

La vita, però, le avrebbe chiesto ancora una volta di ricominciare. Il marito muore a soli 49 anni e Rina si ritrova sola con tre figli. “Ho preso il suo lavoro da sacrestana e l’ho fatto per 31 anni. Pulivo la chiesa, i pavimenti, sistemavo i paramenti e gli oggetti sacri”, un lavoro al quale rimane legata anche nei momenti più difficili, sostenuta dalla fede. “La mia vita è stata aggrapparmi alla fede e alla preghiera. È quello che mi aiuta ancora oggi, tutti i giorni”.

Anche gli anni della vecchiaia hanno portato con sé cambiamenti e prove. Nel 2020, durante la pandemia, una vicina di casa, non vedendola uscire, si preoccupa e dà l’allarme ai figli. Rina viene ricoverata all’ospedale di Treviso per aver contratto il Covid. “Ma io stavo bene. Pensi che non mi hanno nemmeno dato il cellulare! Io sentivo tutti i giorni i miei figli”. Dopo settimane trascorse in ospedale e diversi trasferimenti, arriva a Casa Fenzi. “E da qui – ho detto a mio figlio – Non mi muovo più’”.

È qui che vive da tre anni, accolta al terzo piano Ovest. Ogni mattina scende autonomamente in carrozzina per fare colazione al piano terra, poi si ferma a leggere il giornale. “Ho sempre amato leggere”. Alle 9.15 va in chiesa per il Rosario e successivamente partecipa alle attività dialogicorelazionali di gruppo.

Rina, però, porta con sé anche il dolore per la perdita delle sue due figlie. “Ero ricoverata quando mi hanno detto che era morta la mia figlia più piccola, Pierina. Ho urlato dalla disperazione. Non l’ho più vista e non ho potuto salutarla”. Poco tempo dopo è morta anche Beatrice. “Penso a loro tutti i giorni”.

Oggi suo figlio Giorgio è il suo punto di riferimento. Si sentono ogni giorno e lui, insieme alla moglie, la raggiunge ogni settimana da Treviso. “Quando non rispondo al telefono si arrabbia pure, ma anche giustamente. Mi ha cambiato il cellulare, però questo non lo conosco ancora bene!”.

E proprio Giorgio l’ha convinta a festeggiare questo importante compleanno, nonostante le iniziali resistenze. “Ho anche litigato con mio figlio perché non volevo fare una festa, ma alla fine mi sono arresa. È giusto. È bravo”.

Nel giorno in cui raggiunge il traguardo dei cento anni, Rina sceglie ancora una volta di guardare agli altri e di ringraziare: “Cosa dire? Non posso fare più molto, ma ringrazio di cuore, con un grande e immenso GRAZIE, tutti voi e tutto il personale di questa casa. E vi ricordo sempre, tutti i giorni, nelle mie preghiere, perché tutto vada per il meglio a voi e alle vostre famiglie”.

“A lei – conclude Sorge – va il più forte e luminoso abbraccio di luce e il grazie di tutta Casa Fenzi per ogni giorno di condivisione insieme”.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: Casa Fenzi)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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