La formula ricorre con una regolarità che ha ormai lo status di luogo comune istituzionale: il cacciatore come “regolatore della fauna”, il prelievo venatorio come surrogato necessario della predazione naturale scomparsa.
È un’equazione che compare nei documenti dei piani faunistico-venatori regionali, nelle audizioni parlamentari, nella retorica delle associazioni venatorie, e che ha attraversato indenne decenni di dibattito pubblico senza mai essere sottoposta a una verifica rigorosa.
Vale la pena chiedersi, con gli strumenti della biologia della conservazione, se questa equivalenza regga.
Il primo problema è terminologico, e non è un dettaglio: regolazione è un termine tecnico preciso in ecologia di popolazione, e descrive un meccanismo density-dependent, cioè un processo il cui effetto sulla mortalità o sulla natalità varia in funzione della densità della popolazione stessa, producendo un feedback che tende a stabilizzare la popolazione attorno a una capacità portante.
La predazione naturale, quando regola davvero una popolazione preda, lo fa attraverso questo meccanismo: il predatore risponde funzionalmente e numericamente alla disponibilità di prede, e l’effetto è tanto più intenso quanto più la popolazione preda è densa.
Il prelievo venatorio, salvo rarissime eccezioni pianificate su base scientifica, non risponde a questa logica.
Le quote di abbattimento sono fissate su base amministrativa e stagionale, spesso a priori rispetto ai censimenti (quando esistono e quando i dati bruti del censimento vengono elaborati statisticamente per avere delle stime di popolazioni, entrambi eventi molto rari), e il numero di cacciatori attivi sul territorio dipende da variabili sociali, non dalla densità della specie bersaglio.
Non esiste, nella stragrande maggioranza dei piani venatori italiani, un meccanismo di retroazione automatico che colleghi il prelievo alla densità reale della popolazione monitorata in tempo utile.
Questo è esattamente ciò che distingue un processo regolatorio da un prelievo additivo: la mortalità venatoria si somma alla mortalità naturale invece di sostituirla o di comprimersi quando la popolazione cala, come dimostra ampiamente la letteratura su mortalità compensatoria e additiva negli ungulati.
C’è poi una questione di selettività, che è forse l’argomento più trascurato nel dibattito pubblico.
La predazione naturale esercita una pressione selettiva prevedibile: colpisce prevalentemente individui giovani, vecchi, malati o in condizioni fisiche scadenti, agendo come agente di selezione naturale che sostiene la fitness media della popolazione.
Il prelievo venatorio, specialmente quello orientato al trofeo, seleziona in direzione opposta: individui adulti, in buone condizioni fenotipiche, spesso con caratteri morfologici (dimensione dei palchi, massa corporea) che sono proprio quelli sottoposti a selezione sessuale.
Non è un caso che in molti contesti venatori si registri una marcata riluttanza ad abbattere femmine e piccoli, spesso per ragioni culturali e non tecniche, mentre il prelievo si concentra volentieri sui maschi adulti.
Ancora oggi permangono difficoltà diffuse nel comprendere come impostare correttamente un prelievo per struttura di popolazione, e la ragione è in parte formativa: la preparazione venatoria viene spesso impartita da chi trasferisce alla fauna selvatica gli stessi criteri usati nella selezione artificiale delle specie domestiche, dove l’obiettivo è fissare o accentuare caratteri desiderati nella progenie attraverso l’intervento umano sulla riproduzione.
Applicato a una popolazione di una specie selvatica questo criterio produce l’esatto contrario del suo scopo dichiarato, perché confonde una logica di allevamento, orientata a selezionare chi si riproduce, con una logica predatoria naturale, orientata a rimuovere gli individui indipendentemente dal loro valore riproduttivo.
Il risultato documentato in numerose specie è un fenomeno di selezione artificiale contraria, con riduzione nel tempo dei caratteri fenotipici bersaglio: l’esatto opposto di ciò che farebbe un predatore naturale.
A questo si aggiunge il problema strutturale della sostituzione funzionale.
Un predatore non si limita a rimuovere individui: struttura il paesaggio della paura, altera i pattern di uso dello spazio delle prede, agisce su scale temporali continue e non stagionali, con un’intensità dettata dalla fame (e non dal tempo libero del cacciatore) e interagisce con l’intera comunità ecologica attraverso effetti a cascata trofica.
Nessuna di queste funzionalità è replicabile dal prelievo venatorio: i predatori naturali competono tra loro per la risorsa preda e pagano quella competizione con la propria sopravvivenza, la ricreatività venatoria è, direi per fortuna, una cosa diversa.
Questo non significa che il prelievo venatorio sia privo di ogni effetto sulla dinamica di popolazione: significa che chiamarlo regolazione è un errore di categoria che ha conseguenze pratiche, perché legittima l’idea che l’attività venatoria possa sostituire, in termini funzionali, ciò che manca quando i grandi predatori sono assenti o insufficienti.
È il nucleo di una confusione lessicale più ampia, quella tra attività venatoria e gestione faunistica, che ho già discusso altrove: la prima è una pratica sociale regolata da un calendario, la seconda dovrebbe essere una disciplina tecnico-scientifica fondata su monitoraggi (sempre confusi con somme di “osservazioni”), modelli di popolazione e obiettivi di conservazione verificabili.
Sovrapporle non è neutro: sposta il baricentro decisionale dalla scienza all’interesse di categoria e alla tradizione (quando esiste) e lo fa usando un lessico pseudoscientifico.
Esistono, va detto, contesti in cui un prelievo pianificato su base scientifica può svolgere una funzione compensativa reale, per esempio nel controllo di popolazioni di ungulati prive di predatori naturali in ecosistemi fortemente antropizzati, a condizione che le quote siano derivate da stime di densità aggiornate, stratificate per classi di età e sesso, e soggette a revisione annuale sulla base dei risultati.
Ma questo è una pratica molto rara che non rappresenta certo l’attività venatoria nel nostro paese ed è esattamente l’opposto della caccia ricreativa disciplinata dalla legge 157/92, ed è un errore continuare a chiamarle con lo stesso nome.
Il cacciatore può essere, in certe condizioni tecnicamente definite, uno strumento all’interno di un piano di gestione. Non è, quasi mai, un regolatore nel senso ecologico del termine.
La differenza tra i due enunciati non è una sfumatura semantica: è la differenza tra l’applicazione di una scienza che risponde ai dati e una attività ricreativa che si racconta con il linguaggio pseudoscientifico per non doverne rispettare i vincoli.
Mai come oggi, di fronte alle emergenze faunistiche che il nostro Paese sta attraversando, servirebbe una cultura venatoria fondata sulla biologia della conservazione invece che su una bulimia di abbattimenti, e invece mai come oggi questa esigenza sembra interessare così poco a chi dovrebbe occuparsene per primo.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Archivio di Qdpnews.it)
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