“Mi fa arrabbiare che Matteo Lepore si sia svegliato soltanto adesso, dopo cinque anni da sindaco, accorgendosi che Bologna ha un problema abitativo”. Alberto Zanni, presidente nazionale di Confabitare e candidato civico al Comune di Bologna, non usa mezzi termini per rispondere alle proposte lanciate dal primo cittadino nell’intervista a BolognaToday. Nel mirino c’è soprattutto il piano casa che Lepore vorrebbe portare a Bruxelles, con una direttiva europea intitolata a Maricarmen, la donna spagnola sfrattata e successivamente deceduta, e un fondo da 300 miliardi di euro per affrontare l’emergenza abitativa.
Per Zanni, però, il problema non è soltanto trovare nuove risorse, ma utilizzare gli strumenti che il Comune ha già a disposizione. A partire dalla leva fiscale, con l’azzeramento dell’Imu per i proprietari che affittano a canone concordato, e dal recupero dei circa 16mila appartamenti che, secondo i dati citati dal presidente di Confabitare, risultano sfitti in città.
Presidente Zanni, il sindaco Lepore ha annunciato a BolognaToday che la casa diventerà una sua ossessione nel prossimo mandato. Che cosa non la convince del suo piano?
“Intanto mi fa arrabbiare il fatto che Lepore si sia svegliato solo adesso, dopo cinque anni da sindaco di Bologna, durante i quali, tra l’altro, la vicesindaca Emily Clancy ha avuto la delega alla casa. Si sono accorti soltanto adesso che esiste un problema abitativo nella nostra città. Lepore ha dichiarato che nel prossimo mandato la casa diventerà per lui un’ossessione. Ma una domanda viene spontanea: nei cinque anni precedenti che cosa ha fatto? Non parliamo di qualcuno che faceva un altro lavoro e si candida oggi per la prima volta. Parliamo di un sindaco che cinque anni fa, insieme a Clancy, aveva promesso 10mila alloggi. Di questi 10mila alloggi non se ne vede neanche uno. A mio giudizio non sono state realizzate vere politiche abitative”.
Lepore individua negli affitti brevi una delle cause della crisi abitativa e chiede all’Europa regole più stringenti. Lei non è d’accordo?
“No, perché basta guardare i numeri. A Bologna abbiamo 2.444 appartamenti destinati alle locazioni brevi, mentre gli appartamenti sfitti sono circa 16mila. È evidente dove si dovrebbe concentrare l’attenzione. Si è preferito puntare il dito contro i bed and breakfast e gli affitti turistici, ma il problema principale è rappresentato dagli immobili che rimangono vuoti. Ed è proprio su quelli che bisogna intervenire. Molti proprietari non affittano perché ritengono che non sia economicamente conveniente oppure perché temono la morosità degli inquilini”.
Quale sarebbe allora il primo provvedimento che adotterebbe?
“Azzerare l’Imu per tutti quei proprietari che decidono di affittare a canone concordato. È una proposta che avanzo da tempo e che il Comune potrebbe mettere in pratica attraverso le proprie scelte fiscali. In questo modo una parte significativa dei 16mila appartamenti sfitti potrebbe tornare sul mercato. Bisogna incentivare i proprietari, non continuare a imporre obblighi e divieti”.
Ma come convincere chi oggi guadagna con gli affitti turistici a tornare alle locazioni tradizionali?
“Abbiamo già sperimentato una soluzione concreta. Negli accordi territoriali recentemente sottoscritti a Genova e alla Spezia abbiamo introdotto una clausola che prevede una maggiorazione del 10% rispetto alle tariffe stabilite dagli accordi per i proprietari che decidono di abbandonare gli affitti brevi e tornare al canone concordato. Secondo i riscontri che abbiamo, sta producendo risultati importanti: diversi proprietari stanno tornando alle locazioni tradizionali. È questa la strada da seguire. Gli incentivi funzionano meglio delle imposizioni”.
Il sindaco ha proposto una direttiva europea sull’abitare intitolata a Maricarmen, la donna sfrattata in Spagna e successivamente morta. Come giudica questa iniziativa?
“Mi dispiace profondamente per la vicenda di quella signora, ma credo che intitolarle una direttiva sia un’operazione propagandistica. L’importante non è il nome che si dà a una direttiva, ma quello che ci si mette dentro. Può anche essere intitolata a Mario Rossi, ma quello che conta sono i contenuti. E soprattutto non bisogna dimenticare che gli strumenti per rilanciare il mercato delle locazioni sono in gran parte nelle mani delle amministrazioni locali. L’Europa può dare indicazioni e direttive, ma il vero strumento ce l’abbiamo qui, a Palazzo d’Accursio. È qui che bisogna agire, non soltanto a Bruxelles”.
Lepore chiede però anche risorse europee per recuperare gli immobili degradati e sostenere i proprietari che non possono permettersi le ristrutturazioni. Su questo punto siete d’accordo?
“Sì, perché sarebbe sbagliato pensare che tutti i 16mila appartamenti sfitti siano vuoti per lo stesso motivo. Le cause sono molteplici. C’è anche chi eredita un appartamento che necessita di lavori e non ha le risorse economiche per sistemarlo. In questi casi fondi e incentivi pubblici sono assolutamente utili. Come Confabitare stiamo lavorando, in vista della legge di bilancio 2027, affinché vengano confermati i sette incentivi già previsti per il 2026 e ne vengano introdotti altri. Ma questo non esclude che anche il Comune debba fare la propria parte”.
E per quanto riguarda gli alloggi pubblici?
“Qui c’è un’altra questione importante. Acer ha oltre mille appartamenti sfitti che necessitano di interventi per essere rimessi a disposizione delle famiglie. In alcuni casi non parliamo nemmeno di lavori particolarmente impegnativi: può trattarsi di una tinteggiatura, di sistemare un bagno o una cucina, di eliminare della muffa dalle pareti. Recuperare anche solo questi mille alloggi rappresenterebbe già una risposta significativa all’emergenza abitativa”.
Lei ha criticato anche la gestione del patrimonio immobiliare pubblico. Perché?
“Perché credo che si debba riflettere sulle priorità. Penso agli immobili pubblici concessi gratuitamente ai centri sociali, come nel caso di vicolo Bolognetti. Non capisco perché non si scelga invece di destinare maggiori risorse e spazi alle famiglie che cercano una casa. E penso anche alla vicenda delle occupazioni di via Carracci, dove, se ricordo bene, sono state regolarizzate 111 famiglie. A mio avviso anche quella è stata una scelta di carattere elettorale, che non risolve strutturalmente il problema delle politiche abitative”.
Il sindaco chiede anche la collaborazione delle imprese, che potrebbero recuperare immobili e utilizzarli come foresterie per i propri dipendenti. È una strada percorribile?
“Certamente, sono operazioni importantissime. Ma il sindaco non può richiamare tutti alla collaborazione soltanto quando ne ha bisogno, soprattutto adesso che siamo alla fine del mandato. Questa collaborazione avrebbe dovuto essere costruita nei cinque anni precedenti. Anche in questo caso il Comune può intervenire con la fiscalità: prevedendo agevolazioni o azzeramenti dell’Imu per chi realizza determinati interventi di recupero e destina gli immobili a finalità abitative. Sono scelte amministrative precise, che dipendono dalle priorità che un’amministrazione decide di darsi”.
Se dovesse indicare una politica abitativa alternativa a quella di Lepore, da dove partirebbe?
“Da un concetto fondamentale: le politiche abitative devono essere integrate. Non basta parlare di case, bisogna parlare anche di servizi. La scorsa primavera il cardinale Matteo Zuppi ha sollevato il problema della progressiva scomparsa delle giovani coppie dal centro di Bologna. È un tema serio. Se vogliamo che le famiglie continuino a vivere in centro dobbiamo creare le condizioni perché possano farlo. Non bastano gli incentivi fiscali o nuovi alloggi, servono anche servizi che rendano sostenibile la vita quotidiana”.
Per esempio?
“Gli asili nido gratuiti per le giovani coppie. Non è una proposta irrealizzabile: basta guardare a quello che sta facendo un Comune vicino come San Lazzaro. Una famiglia con bambini piccoli ha bisogno di servizi per poter lavorare e organizzare la propria vita. Se vogliamo contrastare lo spopolamento del centro storico, dobbiamo aiutare concretamente queste famiglie. La casa non può essere considerata separatamente da tutto il resto”.
C’è poi il tema delle nuove costruzioni. Bologna deve continuare a costruire oppure puntare esclusivamente sul recupero dell’esistente?
“Noi siamo favorevoli alla tutela dell’ambiente e contrari al consumo indiscriminato di suolo. Ma questo non significa che si debba escludere a priori la costruzione di nuovi alloggi. Se c’è una necessità abitativa reale, bisogna poter costruire. Del resto, se nel corso della storia non fossero state realizzate nuove abitazioni, Bologna sarebbe rimasta un piccolo borgo all’interno delle mura. La città è cresciuta anche perché sono state costruite case per le famiglie che ne avevano bisogno. Bisogna trovare un equilibrio tra tutela del territorio e necessità abitative”.
Lepore propone di recuperare gli immobili degradati e punta sulla rigenerazione urbana. È una strada che condividete?
“Noi siamo assolutamente favorevoli alla rigenerazione urbana e alla tutela dell’ambiente, ma bisogna passare dalle parole ai fatti. C’è un dato particolarmente significativo: rigenerando le aree abbandonate di Bologna si avrebbe la possibilità di realizzare 10mila nuove unità abitative, senza consumare un solo metro quadrato di nuovo suolo. È una potenzialità enorme, che consentirebbe di dare una risposta concreta all’emergenza abitativa, recuperando allo stesso tempo parti della città oggi inutilizzate o degradate. Il problema è che servono una visione urbanistica chiara, procedure più snelle e la volontà politica di coinvolgere anche i privati. Non possiamo continuare a parlare di emergenza casa senza mettere in campo tutti gli strumenti disponibili”.
C’è un ultimo provvedimento che, secondo lei, il Comune avrebbe potuto adottare e non ha adottato?
“Sì, la possibilità di rateizzare l’Imu non pagata, attraverso gli strumenti messi a disposizione dei Comuni. Anche questo è un tema sociale. Quando parliamo di proprietari non dobbiamo immaginare soltanto persone ricche. Ci sono cittadini che hanno ereditato un appartamento dai genitori e magari non hanno nemmeno i soldi per mantenerlo. Alcuni, trovandosi in difficoltà economica, non riescono a pagare l’Imu. Non sto chiedendo sconti o regalie, perché non sarebbe giusto, ma la possibilità di dilazionare il pagamento. Non capisco perché il Comune di Bologna non abbia utilizzato questa opportunità. È un altro esempio di quello che si potrebbe fare concretamente, senza aspettare una direttiva europea”.
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