Una tecnologia italiana contrasta le plastiche in mare


sistema aqualis

Salvaguardare le acque di mari e oceani dalla plastica è una delle più importante missioni di questo secolo. Oggi, 8 giugno, che è la giornata dedicata agli oceani, raccontiamo una tecnologia Made in Italy che promette di ridurre l’inquinamento di plastiche e microplastiche nei mari

Ricordiamo proprio oggi – che è la giornata dedicata agli Oceani e ai Mari – che il nostro Mar Mediterraneo è uno degli ecosistemi marini più ricchi al mondo, eppure è anche uno dei più minacciati dall’inquinamento da plastica.

Secondo i dati della Union for the Mediterranean (UfM) ogni anno nel nostro mare finiscono circa 570.000 tonnellate di plastica. Un numero che diventa ancora più impressionante se si considera che il Mediterraneo rappresenta circa l’1% della superficie marina globale, eppure concentra il 7% di tutte le microplastiche del mondo.

Una sproporzione che racconta quanto siamo vicini al limite e quanto poco tempo abbiamo per cambiare rotta: secondo le proiezioni attuali, quella cifra è destinata a quadruplicare entro il 2050.

Le microplastiche, frammenti di plastica inferiori a 5 millimetri prodotti dalla degradazione di bottiglie, buste, fibre sintetiche e altri materiali, rappresentano la componente più insidiosa di questo inquinamento.

Non si vedono, non si sentono, ma si accumulano ovunque. I punti più esposti sono le zone vicine ai siti di smaltimento rifiuti, agli impianti di trattamento delle acque e ai porti.

Effetti dell’inquinamento da plastica sull’ecosistema

Gli effetti sull’ecosistema sono concreti e documentati. Uno studio condotto dalle Università di Pavia, Bari e Urbino ha evidenziato che le microplastiche si accumulano nelle biocostruzioni dei policheti del genere Sabellaria, organismi noti come “ingegneri del mare” che costruiscono barriere arenacee lungo le coste.

I ricercatori hanno osservato che questi organismi incorporano sempre più microplastiche al posto dei granelli di sabbia, con effetti fisiologici tra cui stress ossidativo e possibili ripercussioni a cascata sull’intero ecosistema costiero.

Ma il problema non si ferma al mare. Le microplastiche risalgono la catena alimentare e arrivano fino a noi. Uno studio commissionato dal Wwf e condotto dall’Università di Newcastle in Australia – primo lavoro a incrociare i dati di oltre 50 ricerche sull’ingestione di microplastiche da parte degli esseri umani – ha stimato che una persona possa ingerire fino a 2.000 particelle di microplastica a settimana, corrispondenti a circa 5 grammi, il peso approssimativo di una carta di credito.

Il dato dei 5 grammi rappresenta l’estremo superiore di un intervallo di stima, non una media consolidata, ma è comunque un segnale che non si può ignorare.

La ricerca più recente, pubblicata su riviste come Nature Medicine ed Environmental Health Perspectives, ha rilevato microplastiche nel sangue umano, nel tessuto placentare e nei polmoni, associandone l’esposizione cronica a processi infiammatori e alterazioni del sistema endocrino.

Le microplastiche, inoltre, non sono chimicamente inerti: la loro superficie porosa le rende capaci di adsorbire metalli pesanti come piombo, cadmio e mercurio, trasformandole in vettori di tossicità concentrata lungo tutta la filiera alimentare.

Aqualis: come funziona

Per rispondere concretamente a questa emergenza, l’azienda italiana Aquageo, attiva nello sviluppo di tecnologie per la tutela delle acque, ha progettato e realizzato Aqualis. Si tratta di un sistema galleggiante, spesso descritto come un “cestino intelligente“, che viene installato nei punti dei porti dove i detriti tendono naturalmente ad accumularsi.

Il primo dispositivo Aqualis è stato installato e varato recentemente presso il Porto Turistico Marina di Pescara, come esempio concreto di collaborazione tra innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e ricerca scientifica.

Aqualis è in grado di trattare l’acqua intercettando fino a 500 kg all’anno di rifiuti galleggianti, comprese microplastiche dell’ordine di alcuni millimetri, e fino a 800 kg all’anno di oli e idrocarburi, grazie anche all’utilizzo della spugna oleofila FoamFlex sviluppata da T1 Solutions.

Quella degli idrocarburi è una minaccia spesso sottovalutata: gli sversamenti non derivano solo da grandi incidenti ambientali, ma anche dalle singole gocce disperse durante manovre operative quotidiane, come la manutenzione dei motori e il rifornimento di benzina. Piccoli gesti, grandi conseguenze.

Alessandro Barbiero, Ceo di Aquageo, racconta così la visione che ha guidato il progetto: “Aqualis nasce per rispondere in modo concreto a un problema sempre più urgente come quello delle microplastiche e dei rifiuti in acqua. Vederlo operativo grazie alla collaborazione con LifeGate, Findus e l’Università di Chieti-Pescara è per noi un traguardo importante e un punto di partenza per portare questa tecnologia in sempre più contesti“.

Alessandro Barbiero - AquageoAlessandro Barbiero - Aquageo

La ricerca scientifica al centro dello sviluppo di Aqualis

Un elemento qualificante di Aqualis è il coinvolgimento diretto della ricerca scientifica nel suo sviluppo. Il dispositivo è stato sviluppato e testato con il contributo dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale e di LifeGate.

Il progetto è al centro di un dottorato di ricerca triennale finanziato dalla Regione Abruzzo. Gianluigi Rosatelli, tutor del dottorato, descrive un lavoro che va ben oltre il monitoraggio tecnico: “La ricerca ha due obiettivi principali. Il primo è la valutazione delle performance di Aqualis e il suo miglioramento tecnico. Il secondo è sviluppare una ricerca multidisciplinare sulle microplastiche marine, sugli oli e altri inquinanti galleggianti.

Il gruppo di ricerca è costituito da esperti in chimica organica, geochimica, biologia e microbiologia. Nel laboratorio Data ci occupiamo della caratterizzazione chimico-fisica delle materie plastiche recuperate per definire le modalità di degradazione e frammentazione, rendendole così piccole da poter entrare nei cicli biologici.

Stiamo inoltre analizzando i metalli pesanti adsorbiti dalle microplastiche per comprendere i meccanismi di arricchimento che le rendono ancora più dannose per gli ecosistemi marini“.

Il rettore dell’Università “d’Annunzio”, Liborio Stuppia, ha sottolineato il significato istituzionale di questa partecipazione: “Questo evento inaugurale e quel che ne conseguirà sul piano scientifico e della tutela ambientale sono passaggi di grande rilievo per il nostro Ateneo.

La nostra partecipazione, oltre a garantire qualità scientifica e intensa attività di ricerca, testimonia ancora una volta l’attenzione della “d’Annunzio” per il suo territorio che, in una Regione come la nostra, non può che comprendere naturalmente il Mare Adriatico e il più ampio sistema marino del Mediterraneo“.

Aqualis si inserisce in un quadro più ampio, quello della Water Defenders Alliance, il programma promosso da LifeGate che riunisce aziende, istituzioni, porti e mondo della ricerca per difendere le acque da tre principali minacce: plastica, idrocarburi e degrado degli habitat.

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Gennaro agrimiGennaro agrimi Gennaro agrimi: biochimico e professore all’Università di Bari, lavora all’intersezione tra ricerca di base e applicazioni industriali, concentrandosi su biotecnologie microbiche, ingegneria metabolica e biologia sintetica, con particolare attenzione alla valorizzazione degli scarti | Linkedin




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 Gennaro Agrimi

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