I vigili del fuoco francesi si trovano ad affrontare per la prima volta un “pirocumulonembo”, un pericoloso fenomeno mai visto in Francia



Il cielo sopra l’incendio nel sud-ovest della Francia ha cominciato a comportarsi come parte del rogo. Dalla colonna di calore si è formato un pyrocumulonimbus, una nube temporalesca alimentata dalle fiamme che genera raffiche, fulmini e nuovi focolai. Per i vigili del fuoco francesi è la prima volta. Il fenomeno è noto soprattutto in Canada, Australia e Stati Uniti. Qui ha trasformato un incendio già enorme in un sistema capace di produrre il proprio meteo, cambiare direzione senza preavviso e costringere le squadre a rinunciare all’attacco diretto. Il fuoco, per qualche ora, ha dettato anche il vento.

Nel bilancio diffuso alle 22.00 del 26 luglio 2026, la Prefettura della Gironda indicava 42 mila ettari percorsi dalle fiamme, circa 220 mila persone evacuate e 2.500 vigili del fuoco impegnati, sostenuti da mezzi aerei, militari e forze di polizia. La sera precedente il rogo aveva ripreso violenza proprio sotto la nube, accompagnata da intensa attività elettrica.

Secondo Éric Brocardi, portavoce della Federazione nazionale dei vigili del fuoco francesi, è la prima volta che i soccorritori del Paese affrontano un fenomeno simile. Le sue parole descrivono una condizione piuttosto rara nei comunicati d’emergenza: “impossibilità operativa”. Significa che l’incendio, almeno nelle fasi più violente, non può essere attaccato frontalmente senza esporre le squadre a un rischio ingestibile.

Una nube abbastanza forte da cambiare il vento

Il nome ufficiale è cumulonimbus flammagenitus. L’Organizzazione meteorologica mondiale usa il termine per i cumulonembi originati da una fonte di calore localizzata, come un grande incendio o un’eruzione vulcanica. “Flammagenitus” significa, con scarsa fantasia e molta precisione, generato dalle fiamme.

Il meccanismo comincia vicino al suolo. Il calore estremo spinge rapidamente verso l’alto aria, fumo, cenere e umidità liberata dalla vegetazione. Salendo, la massa d’aria si espande e si raffredda; il vapore condensa attorno alle particelle e forma una nube. Se la colonna continua a crescere, può trasformarsi in una vera tempesta, con correnti ascendenti e discendenti, ghiaccio, tuoni e fulmini.

La definizione di “nube priva di umidità”, usata nelle prime dichiarazioni operative, va quindi maneggiata con cautela. Per la classificazione meteorologica, un flammagenitus è composto almeno in parte da gocce d’acqua. Può però produrre pochissima pioggia utile oppure farla evaporare prima che raggiunga il terreno. Vento e attività elettrica, invece, arrivano benissimo.

La NASA descrive questi sistemi come grandi camini atmosferici, capaci di trasportare il fumo fino all’alta troposfera e, nei casi più potenti, nella bassa stratosfera. Visti dal satellite hanno spesso una sommità bianca e gonfia, simile a quella di un normale temporale, appoggiata sopra una colonna molto più scura. Solo che il motore, sotto, sta bruciando una foresta.

Perché i vigili del fuoco devono arretrare

Un incendio spinto da un vento relativamente stabile conserva una direzione che può essere studiata, per quanto resti pericoloso. Un grande incendio convettivo comincia invece a richiamare aria da più lati e a generare raffiche proprie. Il fronte si allarga, accelera, rallenta e riparte altrove. Le braci sollevate dalle correnti possono cadere a distanza e aprire nuovi focolai, mentre i cambi di vento rischiano di chiudere in pochi minuti una via di fuga.

Anche i fulmini richiedono qualche precisione. Un pyrocumulonimbus può produrne migliaia, ma molti rimangono all’interno della nube. Quelli che raggiungono il terreno possono incendiare altra vegetazione secca. Uno studio illustrato dalla NASA nel 2025 ha mostrato quanto il rapporto tra fumo, carica elettrica e nuovi inneschi sia più complicato della formula “ogni fulmine accende un fuoco”. Il pericolo resta, senza bisogno di aggiungere effetti speciali.

In queste condizioni le squadre passano dall’attacco alla difesa. Proteggono abitazioni e infrastrutture, organizzano le evacuazioni, recuperano persone e animali, costruiscono fasce tagliafuoco e cercano un settore in cui l’incendio abbia meno combustibile. L’intervento diretto riprende quando la colonna perde energia, il vento si stabilizza o il fronte raggiunge un’area dove può essere contenuto.

Brocardi ha parlato di una “ritirata strategica”, una formula che misura la forza dell’evento senza trasformare il lavoro dei pompieri in una resa. Anche arretrare, davanti a un incendio che sposta da solo il vento, serve a evitare che l’emergenza aggiunga altre vittime a quelle che sta già minacciando.

Il clima prepara incendi più estremi

Il singolo innesco può avere cause diverse, dagli incidenti ai comportamenti umani. Il riscaldamento globale agisce sulle condizioni che il fuoco trova una volta partito: temperature più alte, siccità, vegetazione disidratata e umidità ridotta permettono alle fiamme di liberare più energia e rendono più lunghe le stagioni degli incendi.

L’Organizzazione meteorologica mondiale segnala da anni l’aumento della frequenza e della severità del cosiddetto fire weather, la combinazione di caldo, scarse precipitazioni, aria secca e vento favorevole alla propagazione. Un’attribuzione scientifica precisa richiede di studiare questo episodio specifico. Il contesto generale, però, offre sempre più spesso agli incendi il materiale necessario per diventare enormi.

La Francia dispone già di ricercatori e modelli dedicati all’interazione tra fuoco e atmosfera. Il CNRS studia proprio i mega-incendi, i vortici di fuoco e i pyrocumulonimbus per prevederne l’evoluzione. Davanti a fenomeni tanto rapidi, conoscere in anticipo il comportamento della colonna convettiva può decidere dove mandare una squadra e, soprattutto, quando richiamarla indietro. Nel frattempo, nella Gironda, si difendono case, siti sensibili, animali e strade di evacuazione in attesa che il fronte perda forza.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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