Ci sono imprese che entrano nella storia per il risultato, altre perché cambiano il modo in cui guardiamo uno sport. Quella di Nirmal “Nims” Purja appartiene a entrambe le categorie. Quando nel 2019 completò la salita di tutti i 14 Ottomila del pianeta in appena sei mesi e sei giorni, il mondo dell’alpinismo rimase senza parole. Nirmal è stato la dimostrazione che un limite ritenuto invalicabile poteva essere riscritto.
Ma il lascito più importante di Purja non si misura soltanto nelle vette conquistate, il suo nome resterà legato soprattutto a una rivoluzione culturale che ha restituito centralità agli alpinisti nepalesi, troppo spesso relegati al ruolo di semplici guide o portatori nelle grandi imprese raccontate dall’Occidente.
La sua morte sul Broad Peak, travolto da una valanga durante una spedizione in Pakistan, chiude una delle carriere più straordinarie dell’alpinismo contemporaneo, ma la sua eredità va ben oltre la tragedia.
Dalle forze speciali britanniche agli Ottomila
Nato nel 1983 nel distretto di Myagdi, in Nepal, Purja non arriva all’alpinismo seguendo il percorso tradizionale. A diciotto anni entra nei Gurkha dell’esercito britannico, uno dei corpi militari più prestigiosi al mondo, distinguendosi per disciplina e preparazione fisica. Successivamente viene selezionato per lo Special Boat Service (SBS), l’élite delle forze speciali del Regno Unito, un traguardo raggiunto da pochissimi militari di origine nepalese.
Quell’addestramento, fondato sulla resistenza estrema, sulla gestione dello stress e sulla capacità di prendere decisioni in condizioni proibitive, diventerà il suo più grande patrimonio quando deciderà di dedicarsi completamente all’alpinismo.
In pochi anni scala Everest, Lhotse, Makalu, Dhaulagiri e numerose altre montagne himalayane, costruendosi una reputazione di atleta fuori dal comune, ma il progetto che aveva in mente era destinato a superare qualsiasi precedente.
L’impresa impossibile
Nel 2019 lancia Project Possible, un nome che sintetizza perfettamente la sua filosofia: trasformare ciò che sembra impossibile in qualcosa di realizzabile.
L’obiettivo è folle, scalare tutti i 14 Ottomila della Terra in meno di sette mesi. Fino a quel momento il record apparteneva al sudcoreano Kim Chang-ho, che aveva impiegato quasi otto anni. Ridurre quel tempo da anni a pochi mesi sembrava semplicemente irrealistico.
Eppure Purja parte, da aprile a ottobre attraversa Nepal, India, Pakistan e Cina concatenando una spedizione dopo l’altra, affrontando tempeste, finestre meteorologiche brevissime, problemi logistici e un’enorme pressione fisica e mentale.
Il 29 ottobre 2019 raggiunge la cima dello Shishapangma, in Tibet. Con quella vetta conclude il progetto in sei mesi e sei giorni, riscrivendo uno dei record più iconici dell’alpinismo mondiale.
Un nuovo modo di intendere gli Ottomila
Il successo di Purja non mette tutti d’accordo, la sua strategia rompe molti degli schemi tradizionali dell’alpinismo himalayano. Per ridurre i tempi utilizza elicotteri per spostarsi rapidamente tra un campo base e l’altro, sfrutta finestre meteorologiche favorevoli con una pianificazione quasi militare e ricorre all’ossigeno supplementare su diverse ascensioni.
Per molti puristi queste scelte rendono il confronto con i grandi protagonisti del passato problematico. Secondo altri, invece, Purja ha semplicemente utilizzato gli strumenti oggi disponibili per spingere ancora più avanti i limiti della prestazione umana.
Lui non ha mai nascosto il proprio punto di vista. L’obiettivo non era imitare Messner o gli alpinisti della generazione precedente, ma dimostrare che esistevano nuovi modi di affrontare l’alta quota, con una preparazione atletica, logistica e mentale senza precedenti.
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La rivoluzione degli sherpa
È però sul piano culturale che il suo contributo assume un significato ancora più profondo. Per decenni la narrazione dell’alpinismo himalayano ha celebrato soprattutto gli scalatori occidentali. Gli sherpa e le guide nepalesi, pur svolgendo spesso il lavoro più rischioso — dall’apertura delle vie al trasporto dei materiali fino al montaggio delle corde fisse — sono rimasti sullo sfondo.
Purja ribalta questa prospettiva, non soltanto perché è un alpinista nepalese che conquista la scena internazionale, ma perché rivendica continuamente il valore e la professionalità dei suoi connazionali. Più volte sottolinea come dietro molte delle grandi imprese dell’alpinismo mondiale ci siano uomini il cui nome il grande pubblico non ha mai conosciuto.
Il documentario “14 Peaks: Nothing Is Impossible”, distribuito da Netflix nel 2021, contribuisce a rendere questo messaggio globale. Milioni di spettatori scoprono non solo la straordinaria impresa sportiva, ma anche il lavoro di una squadra composta prevalentemente da alpinisti nepalesi, capaci di competere ai massimi livelli senza essere semplici comprimari.
Da quel momento l’immagine dello sherpa cambia profondamente: non più soltanto guida d’alta quota, ma atleta, professionista e protagonista.
Il K2 e le altre imprese
L’impresa dei 14 Ottomila non rappresenta il punto finale della sua carriera. Nel gennaio 2021 Purja fa parte della storica spedizione interamente nepalese che realizza la prima salita invernale del K2, l’unico Ottomila che fino a quel momento non era mai stato conquistato nella stagione più difficile.
Anche in quell’occasione il valore simbolico supera quello sportivo. La vetta viene raggiunta da un gruppo di alpinisti nepalesi che decide di attendersi a pochi metri dalla cima per completare insieme l’ascensione, cantando l’inno nazionale del Nepal prima dell’ultimo tratto. Un’immagine destinata a entrare nella storia dell’alpinismo.
Una figura che ha diviso
Come tutti i grandi innovatori, Purja è stato anche un personaggio controverso. Una parte della comunità alpinistica ha criticato il ricorso all’ossigeno supplementare, l’uso degli elicotteri e la crescente spettacolarizzazione delle spedizioni attraverso sponsor, documentari e social network.
Altri hanno invece visto in lui l’evoluzione naturale dell’alpinismo contemporaneo: uno sport che, pur mantenendo intatto il fascino dell’avventura, dialoga sempre più con tecnologia, comunicazione e grandi produzioni mediatiche.
Negli ultimi anni la sua figura è stata inoltre segnata da accuse personali che hanno suscitato un intenso dibattito internazionale, contribuendo a rendere ancora più complessa la percezione pubblica del personaggio.
L’eredità oltre i record
Ridurre Nirmal Purja al record dei 14 Ottomila sarebbe però un errore. La sua vera impresa è stata dimostrare che i protagonisti dell’alpinismo himalayano potevano finalmente raccontarsi con la propria voce. Ha mostrato al mondo che gli uomini cresciuti ai piedi delle montagne più alte del pianeta non erano soltanto indispensabili compagni di spedizione, ma alpinisti capaci di guidare, innovare e ispirare.
Con lui è cambiato il linguaggio dell’Himalaya, è cambiato il modo di organizzare le grandi spedizioni, ed è cambiato anche lo sguardo con cui milioni di persone osservano gli sherpa e gli alpinisti nepalesi.
Le montagne resteranno le stesse, ma dopo Nirmal Purja, la storia degli Ottomila non sarà più raccontata nello stesso modo.
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Silvia Romano
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