Legittima difesa e prescrizione terreno di lotta tra Lega e M5s in un Paese affamato di giustizia 04/03/2019


«In questo Paese, i criminali sono liberi e chiedono risarcimenti danni e le persone oneste sono in galera o costrette a difendersi, C’è qualcosa che non va». Matteo Salvini, nei giorni scorsi, ha spiegato così le ragioni che si celano dietro il disegno di legge sulla legittima difesa, già approvato in Senato lo scorso ottobre e in attesa del voto della Camera. Una norma che dovrebbe rivoluzionare non solo l’articolo 52 del codice penale ma buona parte dell’impianto normativo che, ancora oggi, consente a molti malfattori, spesso violenti, di godere di una inconcepibile impunità. A dare una mano in questo senso dovrebbe intervenire la revisione dell’istituto della prescrizione, così da velocizzare i processi. La sensazione sempre più dilagante nelle persone perbene è proprio quella di totale impotenza nei confronti dei delinquenti, grazie a una magistratura sin troppo indulgente e a leggi talvolta poco incisive. Con il rischio di scatenare il cosiddetto far west, di spingere improvvisati giustizieri della notte a mettersi in proprio.

A farla da padrone è proprio un diffusissimo senso di sfiducia nelle istituzioni. Magistratura inclusa. Sfiducia che, per esempio, lo scorso 18 febbraio, a Rozzano, ha indotto un 35enne a freddare con quattro colpi di pistola il suocero 63enne a causa degli abusi che, stando a un’inchiesta giudiziaria fino ad allora in corso, avrebbe perpetrato per anni ai danni della nipotina, figlia del killer improvvisato. Che, con l’aiuto di un complice, ha pensato bene di farsi giustizia da solo.

Tante, troppe, del resto, le sentenze che fanno ingiustizia in questo Paese. L’ultima è di appena due giorni fa. Con la Corte d’appello di Bologna capace di ridurre da 30 a 16 anni di detenzione la pena per il 57enne Michele Castaldo, reo confesso dell’assassinio di Olga Mattei, il 5 ottobre 2016, a Riccione. Secondo i giudici, il letale strangolamento a mani nude sarebbe avvenuto mentre l’imputato era in preda a una «tempesta emotiva». I due avevano una relazione da circa un mese. La colpa della donna sarebbe stata di mostrarsi indifferente e aver chiesto all’uomo di andar via, una volta appurato che le sue insicurezze e la paura di essere tradito non le andavano a genio. Una situazione che per i giudici della Corte d’appello, «a causa delle poco felici esperienze di vita» del 57enne, giustificherebbe in parte l’atto, essendosi scatenata in lui una «soverchiante tempesta emotiva e passionale» che lo avrebbe pure condotto a tentare il suicidio. «Ho perso la testa perché lei non voleva più stare con me. Le ho detto che lei doveva essere mia e di nessun altro. L’ho stretta al collo e l’ho strangolata», la sua raggelante confessione agli inquirenti che, insieme al ricorso al rito abbreviato, in primo grado, gli ha permesso di scampare all’ergastolo. Ora, il dimezzamento della pena che legittima chiunque, non solo a trattare le persone come beni di proprietà, ma addirittura a compiere gesti di efferatezza inaudita, con la certezza di poter beneficiare di una abbondante dose di indulgenza da parte di chi, al contrario, dovrebbe assicurare ben altre certezze, come quella della pena.

Talmente assurdo e incomprensibile, il provvedimento, da spingere il procuratore generale del tribunale emiliano a decidere di ricorrere in Cassazione, come rivelato dall’Ansa.

A tanta clemenza fa, in ogni caso, da contraltare la situazione di chi dovrebbe essere protetto, tutelato, ma viene incriminato, prima, e condannato a pagare, poi, anche di tasca oltre che con la libertà personale, per avere osato difendersi da chi è entrato nella sua abitazione o nel suo negozio, armato di pistola, fucile, coltello, oltre che delle peggiori intenzioni, mettendone a repentaglio l’incolumità. In questi casi, non si capisce per quale ragione, i giudici non rinvengano nella vittima dell’illecita e violenta irruzione, divenuta carnefice suo malgrado, alcuna «tempesta emotiva». Come se potesse lasciare indifferenti e perfettamente lucidi ritrovarsi degli estranei nel cuore della notte in casa, o vedersi aggredire sul posto di lavoro, senza alcuna certezza di uscirne vivi.

Lo scopo del Ddl sulla legittima difesa è proprio quello di correggere questa grave anomalia del sistema, ripristinando l’ordine di certi valori in base ai quali le principali attenzioni e tutele dell’ordinamento giuridico devono andare agli onesti e non ai trasgressori, spesso violenti e privi di scrupoli. Il Ddl, al contrario di quanto possano affermare i detrattori politici della Lega e di Salvini, promotori dell’iniziativa di legge, serve proprio a disincentivare il far west, scoraggiando chi irrompe delle vite delle persone perbene consapevole di poterla fare sempre franca. Acquisendo, così, una nuova consapevolezza. Quella per cui, come dice il ministro dell’interno, delinquere «è un mestiere pericoloso».

Se da ottobre a oggi il provvedimento non è ancora divenuto legge è per le resistenze delle frange più sinistrorse, oltre che sinistre, del Movimento 5 stelle. Più che mai in un periodo in cui il Carroccio vola e i pentastellati perdono consenso elettorale. La politica, l’interesse di partito o personale, evidentemente, per alcuni valgono più del bene e della salvaguardia degli innocenti. La battaglia si gioca anche sul terreno della prescrizione che, il M5s, vorrebbe totalmente abolire al termine del procedimento di primo grado. Anche qualora l’imputato fosse assolto. Lasciando chiunque, anche se innocente, ostaggio degli umori di malintenzionati, decisi dopo anni e anni a costringerlo ad affrontare una nuova gogna. Dispendiosa sia sotto il profilo emotivo, e quindi della salute, ed economica. Oltre che, in alcuni casi, mediatica. Tutto questo, nell’errata e nociva convinzione che essere indagati o imputati equivalga a essere colpevoli. Offrendola stura a quanti usano la magistratura per mettere in atto ingiuste e pericolose persecuzioni. Anche in politica.

Perché la giustizia possa essere degno di questo nome, deve essere rapida. Non a caso l’Italia è stata più volte ripresa dall’Unione europea. La durata dei processi, nella penisola, è eccessiva e avvantaggia solo i criminali e i ricchi. Ma abolire la prescrizione, cioè l’estinzione dei diritti, anche quello di denunciare, una volta trascorso un tot di anni, non abbrevia le lungaggini che, al contrario, possono essere evitate solamente obbligando i magistrati e i tribunali tutti ad attenersi ai tempi rigorosamente imposti dai codici di procedura. Anche su questa materia, gli alleati del governo gialloverde non si ritrovano. E anche in questo caso la battaglia è basata esclusivamente sulla demagogia, sulla mera apparenza di volere tutelare i diritti dei più deboli. Tutela di cui, al momento, si avverte fortemente la mancanza. Soprattutto per via di sentenze come quelle di Bologna. Sentenze che incentivano la giustizia privata da parte di chi, nelle istituzioni, ha smesso di credere da tempo.


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